Rapporto Svimez, Bianchi: «Serve accorciare i tempi dei progetti. E si rafforzi la capacità dei Comuni»

Rapporto Svimez, Bianchi: «Serve accorciare i tempi dei progetti. E si rafforzi la capacità dei Comuni»
di Giuseppe MARTELLA
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Martedì 29 Novembre 2022, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 06:40

Un Mezzogiorno che soffre più del resto del Paese. Ma il Sud ha potenzialità che lo possono rimettere in corsa. È questa la visione di Luca Bianchi, direttore di Svimez che ieri ha presentato i dati del Rapporto 2022. 
Direttore, quanto è grande il rischio che il Meridione resti inesorabilmente indietro? 
«Stiamo attraversando una complicata e difficile fase congiunturale. Lo “shock ucraino” riverbera le sue conseguenze su un’Italia che rischia di vedere interrotta la sua ripresa. È chiaro che la fragilità delle regioni meridionali aumenta il rischio, ma è pure vero che fa bene ricordare come nel biennio 2020 – 2021 anche il Sud partecipasse in maniera sostanziale alla corsa post pandemica. E si deve ammettere come tra Pnrr, Fondi strutturali europei e altre risorse provenienti dall’Unione, il Meridione abbia tutte le possibilità per rimettersi in moto». 
Intanto le famiglie del Sud fanno i conti con l’esplosione di costi energetici, beni di consumo primari e sono in gravi difficoltà. 
«Quello dello shock inflazionistico è un problema che genera e aumenta le diseguaglianze. L’inflazione impatta in maniera più potente sui redditi più bassi e sulle parti fragili della società. E sappiamo bene come le famiglie più in difficoltà abitino nelle regioni meridionali. Sono queste che vanno messo più al sicuro una serie di interventi anticongiunturali». 
A cosa deve puntare l’intervento politico? 
«A evitare prima di tutto che si allarghi la platea della povertà assoluta. Il rischio è che altre 750mila persone, mezzo milione soltanto nel Meridione, siano costrette a vivere sotto la soglia di dignità minima. Si devono garantire gli aiuti contro il “caro bollette” e perseverare con gli strumenti di assistenza al reddito. La previsione è che alla fine del 2023 l’impennata dell’inflazione si plachi e da lì in avanti si può programmare un ripartenza. Che deve e non può non passare innanzitutto dal Pnrr, rispetto al quale abbiamo chiesto una sorta di messa in sicurezza». 
Il ministro Fitto ha sottolineato come il Pnrr non debba essere visto come un insieme di compartimenti stagni ma visto in maniera più organica alla luce delle nuove emergenze. Lei è d’accordo? 
«Il problema non è quello di intervenire sugli obiettivi disegnati dal Piano, se è vero che gli stessi restano attuali anche se, pensati in un fase post Covid, si realizzeranno in un momento storico caratterizzato da altre crisi sul quale soffiano i venti di guerra. Penso alla possibilità riconosciuta al Sud di rilanciarsi attraverso investimenti su digitale e transizione ecologica. Fondamentale sarà invece risolvere alcune problematiche legate all’attuazione del Pnrr. A tale riguardo utile sarà fare un esempio». 
Dica pure. 

«Notiamo una sostanziale difficoltà di aderire ai bandi del Pnrr e di aggiudicarseli da parte degli enti locali periferici, la maggior parte dei quali radicata nel Mezzogiorno. Fondamentale sarà rafforzare la capacità amministrativa di Comuni piccoli e medi. Il Pnrr ha bisogno di accorgimenti che lo accompagni. Se il governo andrà in questa direzione, Svimez è disponibile a dare il suo contributo. E l’occhio più vigile va rivolto al Sud». 
In che senso? 
«Vanno accorciati i tempi di realizzazione dei progetti che si dilatano. Non si può correre il rischio che le regioni del Sud paghino sulla loro pelle l’eventuale disallineamento della chiusura del Piano prevista per la fine del 2026. Ancora, al momento, incentivi e investimenti previsti dal cosiddetto “Pnrr delle imprese” si fermano al Mezzogiorno al 20%, percentuale ancora troppo lontana dal 40% previsto. E anche qui sono necessari aggiustamenti: i crediti d’imposta sono a favore di aziende che già esistono e storicamente le imprese più forti non sono al Sud. Anche per questo Svimez chiede un nuovo Piano industriale per il Sud. Una rivoluzione che sia in grado di attrarre nuovi investimenti all’interno dei Piani di sviluppo e delle Zone economiche speciali e che attraverso i fondi pubblici disponibili dia nuova spinta a settori di eccellenza che nel Mezzogiorno hanno la loro casa. Penso, ad esempio, all’aerospaziale sviluppato in Puglia e ad altri segmenti di alta specializzazione industriale». 
Precarietà lavorativa, difficoltà femminile di affermarsi nel mondo del lavoro e inadeguata offerta formativa e di infrastrutture culturali. Cosa rappresentano questi alarm segnalati dal Rapporto 2022?
«La nuova Questione Meridionale. Emergenze che si notano su tutto il territorio nazionale, ma che nel Mezzogiorno assumono contorni drammatici. C’è necessità di risolverle per garantire nuove basi al futuro delle giovani generazioni».

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