Puglia, viaggi della speranza per curarsi fuori regione. L'assessore Palese: «Colpa della politica e Asl non all'altezza»

La mobilità passiva costa ogni anno alla Puglia svariati milioni di euro

Domenica 17 Aprile 2022 di Paola ANCORA

«Viaggi della speranza? La classe politica di Puglia ha una grande responsabilità». E, ancora: «La governance delle Asl non è all’altezza della situazione». Non sono giudizi teneri quelli che l’assessore regionale alla Salute, Rocco Palese, riserva a chi siede nella “sala macchine” della sanità pugliese. Un mea culpa, innanzitutto, giacché Palese è stato assessore prima con Raffaele Fitto presidente e, oggi, con Michele Emiliano. Poi una lucida analisi di cosa è andato storto, negli ultimi decenni, al punto da dover assistere ancora oggi ai cosiddetti “viaggi della speranza” che di speranza, a volte, hanno ben poco e molto più, invece, di sfiducia stratificata nel tempo. Non a caso c’è chi sceglie di sottoporsi fuori regione anche a operazioni banali – dall’alluce valgo agli interventi contro l’obesità - costringendo le casse di Puglia a spendere, ogni anno, 255 milioni di euro per rimborsare le regioni del Nord che accolgono i nostri pazienti in fuga. 


Assessore Palese, ci dica le tre ragioni per le quali migliaia di pugliesi – oltre 55mila – continuano a preferire l’offerta sanitaria delle regioni settentrionali.
«La mobilità passiva è un problema che attanaglia tutto il Mezzogiorno ed è, innanzitutto, un problema di diritti violati. Le cause sono diverse e hanno generato una disparità nell’offerta sanitaria che perdura ancora oggi. La prima è da ricercarsi certamente nella modifica dei criteri di riparto del Fondo sanitario nazionale decisa nel 1996, quando si stabilì che a ogni regione sarebbe toccata una quota di finanziamenti proporzionale al numero di abitanti e un’altra legata alla loro età. Da quel momento, giacché al Nord c’era un numero di anziani molto maggiore, abbiamo iniziato a perdere ogni anno 400 miliardi delle vecchie lire in favore del Settentrione. Vent’anni dopo, quando la crisi demografica ha investito anche il Sud, si è deciso di dare maggior peso alla popolazione residente e, visto che ogni anno la nostra si riduce di 75mila cittadini in media, perdiamo contestualmente 100 milioni di euro ogni 12 mesi. A ciò si aggiunga che per il Nord la sanità è un mercato: più prestazioni si eseguono, più ci guadagnano».


Però, assessore, tanti cittadini lamentano disservizi e disattenzioni che poco hanno a che fare con i grandi numeri di cui ci parla. E lei non è stato, in tutti questi anni, un semplice osservatore. Fa politica da oltre vent’anni, è medico. La responsabilità di questo stato di cose di chi è?
«Ci sono sicuramente dirette responsabilità delle classi politiche dirigenti. Abbiamo avuto a disposizione tante risorse, come quelle afferenti all’ex articolo 20 della legge sull’edilizia sanitaria. Al Nord sono state sfruttate fino all’ultimo centesimo e nei tempi giusti: l’ospedale di Lecco è stato costruito così, grazie anche a un project financing. Qui ci sono stati solo ritardi e lentezze. Pensi al Dea: è stato finanziato nel 2007 e attivato nel 2018. Abbiamo usato male le risorse che avevamo a disposizione». 


E perché? Come è possibile?
«Perché le Asl hanno una governance che non è all’altezza della situazione. Spesso abbiamo avuto problemi gravissimi con le gare. Gli uffici tecnici sono stati progressivamente impoveriti, anziché essere rafforzati. E a queste carenze gravissime si sono aggiunti i disastri causati dal Piano di rientro, che ha bloccato le assunzioni e costretto a tagli importanti». 


Ma se le governance delle Asl “non sono all’altezza della situazione”, come dice, perché non le cambiate? È la Regione a nominare i direttori generali: se non vanno bene, andrebbero rimossi.
«Ma se vado io a fare il direttore generale non cambierebbe nulla, perché tanto non posso fare nuove assunzioni, non posso assumere 10 ingegneri per gli uffici tecnici». 


Dunque manca il personale: anche su questo la politica ha messo spesso il naso in assunzioni e concorsi. Non c’è da stupirsi che i giovani medici preferiscano andare via da qui.
«Abbiamo un enorme problema di carenza di medici. E con i piani di rientro non è stato possibile prenderne di nuovi, molti se ne sono andati via. Qui però, mi consenta, ci sono state gravi responsabilità a livello nazionale e nel mondo universitario, che ha sbagliato e sbaglia a tenere il numero chiuso per l’accesso alla Facoltà di Medicina».


Pazienti costretti a lunghissime attese senza informazioni fuori dai reparti per un pre-ricovero. Ospedali dove manca tutto, dal sapone per le mani alle lenzuola. Ascoltiamo decine di storie simili. L’impressione è che esista, al di là della “questione meridionale” declinata in ambito sanitario, un enorme problema organizzativo. È così?
«Sì, esiste e influisce certamente sulla mobilità passiva. Sono stato per tre anni a dirigere il distretto di Gagliano. E continuamente venivo chiamato dai pazienti che, magari, ricevuta la diagnosi non venivano indirizzati nella maniera giusta o ai quali non era stato nemmeno detto dove sarebbero dovuti andare per curarsi o per effettuare un esame diagnostico».


E le sembra accettabile?
«No, non lo è. Che all’interno degli ospedali vi sia una organizzazione assolutamente deficitaria è un fatto. E che si debba avviare un percorso di “umanizzazione” è fuor di dubbio. Il punto è che i problemi che ho esposto riverberano i loro effetti sullo scarso personale, ma il “prendersi cura” resta parte fondamentale dell’approccio terapeutico. Dovremmo riappropriarci della cura della gentilezza».


Lei è stato assessore due volte, una con il centrodestra e poi ora, al fianco del presidente Emiliano. Il suo è un punto di vista privilegiato: questa umanità dolente che lascia la Puglia per curarsi fuori con chi dovrebbe prendersela?
«La classe dirigente di Puglia ha una grande responsabilità. La più grande è non aver introdotto con la forza le innovazioni necessarie, non aver imposto le assunzioni del personale necessario. Ora questi problemi vanno affrontati». 


Esiste anche il problema della strumentazione, dei macchinari. Ci sono medici e chirurghi che, anche in ospedali piccoli come quello di Galatina, nel Salento, affrontano centinaia di interventi complessi con strumentazione antiquata. Come intendete cambiare questo stato di cose?
«La qualità e la dedizione della classe medica pugliese sono indiscutibili. Anche qui esistono settori d’avanguardia e vengono eseguite prestazioni ad alta complessità. I medici non hanno alcuna responsabilità rispetto alla mobilità passiva: esiste un problema di sfiducia che va combattuto. Sono preparati su tutto, ma è vero, vanno messi nelle condizioni di potersi esprimere al meglio». 


E cosa intendete fare per cambiare questo stato di cose?
«Ce la stiamo mettendo tutta. L’occasione offerta dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, con i suoi 671 milioni di euro, è enorme. Potremo rafforzare l’offerta sanitaria degli ospedali e quella della medicina del territorio. Non saranno ammessi ritardi». 


Attendete per il prossimo maggio il via libera del Governo ai progetti presentati?
«Vorremmo accelerare, noi siamo pronti. Incroceremo questa partita con quella dei Fondi strutturali europei, centrata su inclusione e potenziamento delle attrezzature, dei macchinari. Poi va detta chiaramente una cosa».

Prego.
«Non siamo nelle condizioni di invertire la rotta “di questa nave” dalla sera alla mattina, ma cercheremo di migliorarla. E non falliremo. Dobbiamo conservare lo spirito con il quale abbiamo combattuto la pandemia, rimettendo al centro le persone». 

Ultimo aggiornamento: 21:56 © RIPRODUZIONE RISERVATA