Puglia, i contagiati da Covid nove volte superiori al numero dei tamponi: migliaia gli asintomatici. A rischio il 99% della popolazione

Mercoledì 5 Agosto 2020 di Vincenzo DAMIANI
Oltre 35mila pugliesi, per la precisione 35.715, sono risultati positivi al test sierologico Covid-19 effettuato dalla Croce rossa nell’ambito dell’indagine dell’Istat per capire come il virus ha circolato in Italia. Ma, attraverso la verifica dei tamponi, al 15 luglio sono 4.556 i residenti in Puglia ai quali è stato diagnosticato con certezza l’infezione: questo significa, al netto dei margini di errori della ricerca, che il numero dei contagiati è nove volte superiore al dato conosciuto.

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Tradotto, vuol dire che poco più di 30mila pugliesi non si sono accorti di aver contratto il Covid perché asintomatici oppure con lievi sintomi. Questo significa anche dover rivedere, al ribasso, il tasso di letalità del coronavirus in Puglia. Sono alcuni dei dati che emergono dall’indagine.



L’altra “istantanea” significativa è che solo lo 0,9% dei pugliesi è venuto in contatto con il virus, quindi il 99,1% della popolazione non ha sviluppato gli anticorpi ed è ancora suscettibile all’infezione. Sul totale nazionale, in Puglia si concentra il 2,4% delle persone positive ai test sierologici, il secondo dato più elevato al Sud dopo la Campania (2,9). Infine, l’Istat conferma una maggiore mortalità in Puglia rispetto al resto del Mezzogiorno: 1,6%, contro l’1,3% della Campania, lo 0,9% della Sicilia, lo 0,3% della Calabria, 0,1% della Basilicata, 0,4% della Sardegna, 0,1% del Molise, 1,4% dell’Abruzzo. «Sono 1 milione 482mila le persone in Italia – si legge nel rapporto finale dell’Istat - il 2,5% della popolazione residente in famiglia (escluse le convivenze), risultate con IgG positivo, che hanno cioè sviluppato gli anticorpi per ilSARS-CoV-2. Quelle che sono entrate in contatto con il virus sono dunque 6 volte di più rispetto al totale dei casi intercettati ufficialmente durante la pandemia, attraverso l’identificazione del Rna virale, secondo quanto prodotto dall’Istituto Superiore di Sanità. Come già evidenziato dai dati ufficiali in tema di mortalità e dai livelli di infezione, le differenze territoriali sono molto accentuate.

La Lombardia raggiunge il massimo con il 7,5% di sieroprevalenza: ossia 7 volte il valore rilevato nelle regioni a più bassa diffusione, soprattutto del Mezzogiorno. Il caso della Lombardia è unico: da sola questa regione assorbe il 51% delle persone che hanno sviluppato anticorpi. D’altra parte in Lombardia, dove è residente circa un sesto della popolazione italiana, si è concentrato il 49% dei morti per il virus e il 39% dei contagiati ufficialmente intercettati durante la pandemia: in alcune sue province, quali ad esempio Bergamo e Cremona, il tasso di sieroprevalenza raggiunge addirittura punte, rispettivamente, del 24% e 19%». Quindi, grandi differenze tra regioni e ancor più tra città e città, anche vicine fra loro, con il picco raggiunto dalla città di Bergamo, dove le persone venute in contatto col nuovo Coronavirus sono state il 24%; risparmiato il Mezzogiorno, che non vede nessuna regione superare l’1% di persone positive al test sugli anticorpi al Sars-Cov-2. Tutte le Regioni del Sud, infatti, hanno avuto una sieroprevalenza sotto 1% (Puglia lo ricordiamo dello 0,9%), e la regione più colpita dal coronavirus si conferma la Lombardia, dove si arriva al 7,5%.

La seconda regione, a sorpresa, è la Valle d’Aosta con il 4% dei positivi al test. Seguono un insieme di regioni del Centro Nord intorno al 3%. Nello specifico, il 3,3% nella provincia autonoma di Bolzano, il 3,1% in quella di Trento e in Liguria, il 3% Piemonte, il 2,8% in Emilia Romagna, il 2,7% nelle Marche, il 1,9% in Veneto, l’1,5% in Abruzzo; l’1% nel Lazio, in Toscana e in Friuli Venezia Giulia. Quindi Puglia e Umbria con lo 0,9%, Basilicata 0,8%, Campania e Molise 0,7%, Calabria 0,6%, Sardegna e Sicilia in coda con solo lo 0,3% di positivi al test degli anticorpi. Non emergono, invece, differenze significative per quanto riguarda il genere. Uomini e donne sono stati colpiti nella stessa misura dal Covid-19. Per quanto riguarda l’età, la sieroprevalenza rimane sostanzialmente stabile al variare delle classi. È comunque interessante notare come il dato di sieroprevalenza più basso sia riscontrabile per i bimbi da 0 a 5 anni (1,3%) e per gli ultra85enni (1,8%), due segmenti di popolazione per età verosimilmente più protetti e, quindi, meno esposti durante l’epidemia. Le differenze, invece, emergono in base al settore di attività economica: nella sanità si registra la sieroprevalenza più alta con il 5,3%. Ultimo aggiornamento: 13:52 © RIPRODUZIONE RISERVATA
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