La Puglia test nazionale per il Pd e i renziani: i tre possibili scenari

La Puglia test nazionale per il Pd e i renziani: i tre possibili scenari
di Francesco G.GIOFFREDI
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Domenica 19 Gennaio 2020, 10:53
Un po' test, un po' ariete per scardinare equilibri di per sé instabili e per stravolgere lo scenario nazionale: il caso Puglia è molte cose insieme per il centrosinistra, in perenne fibrillazione e in continuo divenire. Nella regione da sempre laboratorio politico andranno in scena le prove generali della grande scissione nel campo riformista: i renziani, sottobraccio ad Azione di Carlo Calenda e a +Europa, strappano col Pd e con Michele Emiliano e promettono una neo-coalizione liberaldemocratica. Quanto pesa il nuovo polo sulla bilancia dei consensi? Intralcerà il cammino di Emiliano, agevolando la rimonta del centrodestra?

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Una risposta per ora non c'è, almeno finché non ci sarà il pur minimo indizio sul candidato scelto da Italia viva e soci. Di sicuro però il quadro pugliese è una specie di unicum che potrebbe anticipare sviluppi su più larga scala. E, senza dubbio, è già possibile misurare la vistosa reazione a catena innescata in questi giorni dal test nucleare di Matteo Renzi (è stato lo stesso ex premier a lanciare il proclama): il Pd, pugliese e nazionale, che lancia appelli all'unità; Emiliano che - sentendosi corazzato dalle primarie d'una settimana fa - apre, ma non a tutti, di fatto sbattendo la porta in faccia a renziani e calendiani e viceversa provando ad arginare la fuga dei pezzi più critici del Pd; il neo polo lib-dem che alza il tiro, sonda il terreno e inverte l'ottica («dividersi è un regalo a Salvini? No, lo è ricandidare Emiliano», concetto in parte ribadito ieri dalla ministra Elena Bonetti). La curiosità diffusa e più urgente, da parte di tutti, è una: ma chi sarà il candidato dei liberaldemocratici? Il toto-nomi impazza, tra ipotesi plausibili o improbabili: Dario Stefàno, iper-critico vicepresidente dei senatori Pd e in ottimi rapporti con Renzi; il parlamentare foggiano e renzianissimo Ivan Scalfarotto; qualcuno ha pure ripescato il centrista barese Marcello Vernola o ha tirato in ballo lo stesso Calenda; e poi c'è il vasto mondo delle professioni e dei capitani d'impresa. Con la sensazione, di fondo, che un candidato sul piatto ancora non ci sia, e non solo per assenza di idee. Le prove tecniche di scissione però offrono comunque un dato di fatto e tre possibili scenari.

Il dato di fatto, per prima cosa. Lo ha ammesso, ieri, lo stesso Emiliano - che non difetta di istinto premonitore: in Puglia il centrosinistra in assetto più o meno classico non esiste più, il governatore s'è affrettato - con una certa dose di retorica - a ribattezzare il cartello di liste che lo affiancano come «la coalizione della Puglia». Di sicuro sarebbe più corretto parlare di «coalizione di Emiliano», perché quell'aggregazione variegata abbraccia un po' tutto (sinistra, Pd, centro, ex destra) e proprio nel governatore trova il motore, il collante, il programma e l'unico fattore di tenuta e potere. Non è il centrosinistra canonico, perché sono tagliati fuori i renziani e perché c'è una fetta di ex centrodestra. Ma non è nemmeno il centrosinistra giallorosso di palazzo Chigi, perché in Puglia i cinque stelle non partecipano all'alleanza. Insomma: stiamo assistendo a qualcosa di inedito, per certi versi noto (dopo cinque anni di governo regionale) e per altri no. Un qualcosa di inedito che ha individuato il proprio mito fondativo nelle primarie di domenica scorsa: sono state una specie di open day e di ultima chiamata per iscriversi alla coalizione di Emiliano. Chi non le ha condivise, è la tesi del governatore, adesso prego si rivolga altrove. Di certo il multiforme e frammentato universo degli anti-Emiliano, negli anni, non è stato nelle condizioni di costruire un'alternativa politica e di presentarsi compatto e con un candidato unico alle primarie. Ma basterà il battesimo di domenica scorsa alla coalizione di Emiliano per centrare il bis o per non perdere altri pezzi?

Il quesito spalanca le porte ai tre scenari. Tutti caratterizzati da un tratto comune: lo strappo di renziani e soci non era affatto imprevedibile. Anzi: è la cronaca di un divorzio annunciato. Del resto, difficilmente Renzi e Calenda avrebbero mai potuto passare il colpo di spugna su anni di dichiarazioni al veleno del governatore. E pure la distanza nel merito appare incolmabile: l'ex premier ha citato dossier nevralgici come Ilva, Tap, xylella, Popolare di Bari. Chi nel Pd pensa o pensava il contrario (cioè a una riappacificazione) è quantomeno ingenuo. Il primo scenario è il più intuitivo: la coalizione liberaldemocratica imbraccia il caso Puglia a mo' di ariete per azzoppare Emiliano e lanciare messaggi ai partner di governo nazionale (sui dossier critici). In questo caso, basterebbe un candidato di bandiera. Il secondo scenario è il più ambizioso: renziani e soci lanciano in Puglia il seme di un futuro polo centrista, distante tanto dalla Lega quanto dai cinque stelle e in grado di calamitare non solo una fetta di centrosinistra, ma anche una quota di moderati insofferenti. Ecco, appunto, la Puglia laboratorio, magari con un candidato di massimo rango. Il terzo scenario è il più tattico e forse il meno probabile: Italia viva spera di obbligare il Pd alla marcia indietro in Puglia per azzerare tutto e ricominciare (senza Emiliano), e sarebbe pure una specie di nuovo inizio in chiave nazionale. In tutto ciò la scadenza è abusata, ma reale: solo dopo il voto del 26 in Emilia Romagna (Pd, Iv e Azione: tutti con Bonaccini) e in Calabria (renziani fuori dalla contesa) il quadro sarà più nitido. Forse.
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