«In Puglia calo eccessivo dei tamponi diagnostici»: Regioni in ordine sparso

Lunedì 25 Maggio 2020 di Francesco G.GIOFFREDI
Si chiama strategia delle tre t e sarebbe la grande voragine della fase 2 all'italiana. Le tre t sono, nell'ordine: individuare i soggetti asintomatici (testing), applicare strategie di tracciamento dei casi (tracing), isolarli e trattarli adeguatamente (treatment). L'innesco alla terzina è tutto in una quarta t: i tamponi. E si torna sempre allo stesso nodo gordiano: pochi o sufficienti, in Italia e in Puglia? Dibattito senza sosta, forse senza sbocco finale. Il tema, drammaticamente centrale nella fase d'esplosione dell'epidemia, è comunque cruciale anche ora, perché in post-lockdown la sorveglianza epidemiologica dev'essere comunque serrata. Anche perché dai 21 indicatori-sentinella dettati da ministero della Salute e Istituto superiore di sanità dipende la possibilità per regioni e singoli territori di restare aperti e di non essere declassati al rango di zona rossa. E nei 21 indici pesa, com'è intuibile, anche la portata dei test naso-faringei.

Premessa: i tamponi hanno una funzione diagnostica mirata, non di screening. Chi periodicamente monitora la curva dei tamponi è la Fondazione Gimbe. Che proprio nei giorni scorsi ha avvertito: «Per valutare la reale propensione di una Regione all'attività di testing e tracing ha spiegato il presidente Nino Cartabellotta sono stati considerati solo i tamponi diagnostici e non quelli di controllo, utilizzati per confermare la guarigione virologica o per altre necessità di ripetere il test». Insomma: nel computo totale di tamponi (la Puglia ieri è arrivata a 103.570 test dall'inizio dell'emergenza) bisogna applicare il setaccio per selezionare i tamponi realmente diagnostici. Tra il 22 aprile e il 20 maggio, «in Italia sono stati effettuati 1.658.468 tamponi di cui il 38,3% di controllo e il 61,7% diagnostici»; «a fronte di una media nazionale di 61 tamponi diagnostici/al giorno per 100mila abitanti, le Regioni hanno una propensione al testing molto eterogenea e non sempre correlata alla situazione epidemiologica: il range varia dai 18 della Puglia ai 168 della Valle D'Aosta».

In sostanza, in Puglia sono stati effettuati tra il 23 aprile e il 20 maggio 531 tamponi diagnostici ogni 100mila abitanti. Numeri che contribuirebbero a ritoccare l'incidenza dei casi positivi pugliesi sul totale di tamponi effettuati, secondo Gimbe: finora la Puglia s'è segnalata per un tasso particolarmente contenuto (negli ultimi giorni anche al di sotto dello 0,5%) di positivi su test, tale da avvicinarla - secondo quanto ribadito dalla Regione - al tanto elogiato Veneto; la Fondazione Gimbe - prendendo in considerazione i soli tamponi diagnostici - alza invece la percentuale al 3,7%. La Puglia sarebbe, insomma, la quinta regione per numero di positivi sul totale, dopo Lombardia, Liguria, Piemonte ed Emilia Romagna. Gimbe ha ulteriormente rielaborato i dati per il Corriere della Sera, incrociando i tre principali fattori: quanti tamponi diagnostici al giorno ogni 100mila abitanti, quanti positivi vengono scovati (sempre per 100mila abitanti), e infine la già citata percentuale di tamponi positivi sul totale. Il mix di dati consente di collocare le Regioni in quattro quadranti, e la Puglia sarebbe in quello dei meno virtuosi.

«Dalle analisi relative alle ultime quattro settimane - analizzano dalla Fondazione - emergono tre dati incontrovertibili: innanzitutto, il numero medio giornaliero di tamponi diagnostici per 100.000 abitanti è incredibilmente esiguo rispetto alla massiccia attività di testing e tracing necessaria nella fase 2; in secondo luogo, la propensione ad eseguire tamponi diagnostici presenta enormi e non giustificate variabilità regionali che influenzano anche il valore di Rt incluso negli indicatori del Ministero della Salute; infine, nelle ultime due settimane solo Provincia Autonoma di Trento e Valle D'Aosta hanno potenziato in maniera rilevante l'attività di testing».
In sostanza, pesa come piombo l'assenza di linee guida nazionali, siamo fermi alla circolare ministeriale del 3 aprile. Un vuoto che alimenta un confuso federalismo del tampone, interpretato da Gimbe come una strategia opportunistica delle Regioni per non essere eccessivamente penalizzate in fase di valutazione.

«Per quasi tutte le Regioni - conclude Cartabellotta - la ricerca attiva di contagi asintomatici e la tracciatura dei loro contatti non rappresentano una priorità nonostante siano strumenti indispensabili della fase 2. Dopo essere stati colti impreparati nella fase 1, stiamo pericolosamente rinunciando a giocare d'anticipo affrontando la fase 2 con armi spuntate. L'unica arma a disposizione oggi sono i tamponi diagnostici. Eseguirne pochi aumenta il rischio di una seconda ondata». La Puglia punta tutto sul contact tracing: tampone ai sintomatici, ricostruzione dei contatti stretti del singolo caso positivo e sorveglianza degli stessi. Ora, la capacità di testing della Puglia crescerà a 10mila tamponi al giorno: occorrerà a soddisfare il fabbisogno delle aziende che opteranno per le campagne di monitoraggio interno. Solo il tempo dirà se tutto ciò sarà sufficiente. Ultimo aggiornamento: 17:14 © RIPRODUZIONE RISERVATA