A Taranto i fusti di Chernobyl in attesa di smaltimento da 20 anni. Ma i soldi per la bonifica non bastano

Giovedì 1 Aprile 2021

Un mezzo disastro su tutta la linea. La gestione dei rifiuti radioattivi in Italia è costellata di ritardi e una sequenza di errori che, oltre a rappresentare un grave rischio per l'ambiente, costano ai contribuenti circa 7,9 miliardi di euro. Un'analisi impietosa quella certificata dalla relazione della Commissione bicamerale Ecomafie sui rifiuti radioattivi in Italia, approvata martedì all'unanimità e trasmessa ai presidenti delle Camere. Un focus di 118 pagine nel quale il gruppo di lavoro presieduto dal deputato del Movimento 5 Stelle Stefano Vignaroli punta i riflettori oltre che sulla carenza di un deposito nazionale adeguato, anche e soprattutto sulle tonnellate di scorie che ancora restano sparse da nord a sud in siti poco sicuri.

IL CASO TARANTINO

E tra i casi più eclatanti in tutta Italia la bicamerale Ecomafie cita proprio il Cemerad di Statte, in provincia di Taranto. Un capannone abbandonato e senza sorveglianza la convenzione con un istituto privato è scaduta lo scorso dicembre - che ospita ancora 6.132 fusti di scorie nucleari, anche provenienti di Chernobyl, dei quali 2.168 con concentrazione radioattiva come si legge nella relazione. Bidoni che attendono di essere smaltiti da ben 21 anni. Nel 2000, infatti, quel capannone di 3840 metri quadrati fu sequestrato dalla Procura di Taranto e affidato in custodia al Comune di Statte mentre la società Cemerad falliva. Una legge del 2015, dunque, consentì l'avvio della rimozione dei fusti stanziando 10 milioni di euro. Somme che avrebbero dovuto garantire l'intera operazione di bonifica. E l'intervento fu affidato all'allora commissario di Governo per la bonifica di Taranto, Vera Corbelli.

SOMME INSUFFICIENTI

Le somme a disposizione, tuttavia, nel corso degli anni si sono rivelate insufficienti. Tant'è che la bonifica, avvita nel 2017, non è ancora terminata. E per il completamento dell'intervento ora sarebbero necessari almeno altri 3 milioni di euro. Operazioni di rimozione delle quali dovrebbe farsi carico Sogin, società di Stato incaricata del decommissioning degli impianti nucleari e della messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi. Ma Sogin va pagata. E i soldi non ci sono. E a confermarlo è lo stesso presidente della bicamerale Ecomafie Vignaroli: «Gli interventi di bonifica procedevano, pur in presenza di difficoltà, imprevisti ed aumenti dei costi ma hanno dovuto subire di recente una brusca frenata a causa della mancata erogazione di fondi ulteriori. Tra le attività che, di conseguenza, non sono più garantite vi è la vigilanza armata 24 ore su 24, ritenuta necessaria per la sicurezza. Il prossimo obiettivo, dunque, sarà quello di chiedere ulteriori finanziamenti al Governo». E sulla questione dell'ex Cemerad interviene anche il deputato pentastellato Giovanni Viannello, componente della bicamerale: «La mancanza di fondi, propedeutica alla sottoscrizione dell'atto integrativo con Sogin, per la rimozione degli ultimi fusti, è un problema che sussiste da circa un anno, ossia da quando il commissario Corbelli ha segnalato questo problema ma la Presidenza del Consiglio non ha agito di conseguenza. Bene che la Commissione Ecomafie lo abbia messo in evidenza». Vianello annuncia, inoltre, una mozione che si discuterà già la settimana prossima nella quale, tra i vari impegni al Governo, vi è anche quello della verifica e dello stanziamento di fondi necessari per risolvere definitivamente il problema Cemerad. Resta ancora aperta, invece, la partita relativa al nuovo deposito nazionale da realizzare sul territorio italiano. E nei mesi scorsi il governo Conte ha pubblicato la Carta dei 67 siti idonei per il deposito unico nazionale (Cnapi), tra i quali quello individuato tra Laterza, Altamura e Gravina in Puglia e Matera in Basilicata. Ipotesi contro la quale si sono già schierati in maniera netta i territori e i governi regionali pugliese e lucano. Ma tant'é. La Commissione non usa parole lusinghiere per la Sogin, pagata dai cittadini con una quota sulle bollette elettriche: negli anni ha visto considerevoli aumenti di tempi e di costi, a carico della collettività. Costi e tempi del decommissioning delle centrali nucleari - attualmente 7,9 miliardi di euro, con fine dello smantellamento nel 2035 - che rischiano di aumentare, se il deposito non diventerà presto realtà. Ma la carenza non è solo strutturale. Sui rifiuti radioattivi mancano pure le norme: se l'anno scorso è stata approvata la Cnapi, a oggi non c'è ancora traccia dei numerosi decreti attuativi. E il risultato è che i vari enti pubblici non riescono ancora a coordinarsi. Ecco perché si finisce per non fare nulla.
P.Col.
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Ultimo aggiornamento: 2 Aprile, 08:19 © RIPRODUZIONE RISERVATA