Politiche, Mara Carfagna: «Pnrr e fondi di coesione: la strada da seguire c’è già. Energia, basta con i “no”»

Enrico Letta
Enrico Letta
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Domenica 11 Settembre 2022, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 12 Settembre, 11:52

Mara Carfagna, ministro del Sud e capolista per il Terzo polo alla Camera: l’alleanza con Renzi per un polo liberal-riformista è solo un cartello elettorale o un progetto a lunga scadenza? E con quali connotati? Lo spazio “centrista” e riformista ha in effetti bisogno di un contenitore.
«È l’esatto contrario di un cartello elettorale: è il primo passo per costruire un polo della responsabilità, della serietà, della stabilità. In un contesto di crisi che non permette più facilonerie e pressapochismi, con gli italiani ancora sotto choc per il “licenziamento” dell’italiano più rispettato al mondo, vogliamo essere la vera novità di questo voto e della prossima legislatura».
 

Ma sarà possibile, dopo il voto e anche sui territori, riannodare il filo del dialogo col Pd? E a quali condizioni?
«Sui territori faremo le nostre scelte in libertà e responsabilità, guardando più alle persone e alle proposte che alle sigle: il nostro nemico è il populismo, la politica delle promesse senza fondamento, l’inseguimento degli estremismi. Vedremo il Pd in che direzione andrà, ma purtroppo tutto fa pensare a una sua nuova marcia di avvicinamento ai cinque stelle che renderebbe ardua ogni interlocuzione».
 

In Puglia ha scatenato non poche perplessità, innanzitutto nella base di Azione e Italia viva, la candidatura di Massimo Cassano: simbolo di quel “metodo Emiliano” che proprio calendiani e renziani hanno da sempre duramente avversato. Non teme l’effetto boomerang? E Cassano ha definitivamente interrotto ogni rapporto politico con Emiliano?
«Non vedo alcun effetto boomerang, anzi vedo il contrario. Sono tante le persone come Massimo Cassano che, provenendo da altre forze, si stanno avvicinando al progetto di Azione–Italia Viva. D’altra parte, il percorso che vogliamo attivare è esattamente questo: parlare a chi si sente a disagio nelle vecchie “case” politiche, a chi cerca una proposta fondata sulla concretezza e sulla serietà».

Il confronto di idee sul Mezzogiorno latita in questa campagna elettorale: da ministro e da candidata, da cosa ripartire? Al Sud spesso manca innanzitutto un’idea-guida di sviluppo.
«In realtà l’idea guida c’è, ma servono anche le energie, le risorse e le capacità per realizzarla. Tutti sappiamo che il Sud potrebbe essere un prezioso “secondo motore” dello sviluppo italiano. Tutti sappiamo che, con la crisi energetica in atto, il Sud è la piattaforma nel Mediterraneo di cui l’Europa intera ha bisogno. Nessuno, fino a venti mesi fa, si è mai mosso in quella direzione. Lo ha fatto il governo Draghi, programmando e finanziando un complesso di interventi mai visti in precedenza per ridurre i divari, moltiplicare i collegamenti fisici e digitali, rilanciare le imprese e sostenere l’occupazione. Abbiamo usato il Pnrr, ma anche ogni altro strumento disponibile, dalla legge di bilancio fino al nuovo ciclo dei fondi di coesione. Il vero rischio, adesso, è che questo prezioso lavoro sia cancellato».

Il Pnrr è una grande opportunità per le regioni meridionali. Vede, dunque, un rischio reset del lavoro fatto fin qui? E la fase di stallo sta determinando, o può determinare, ritardi nell’attuazione per prima cosa al Sud?
«Il rischio esiste ed è concreto. Uno dei capisaldi del programma della destra è la rinegoziazione del Pnrr, ed è immaginabile che si chieda lo spostamento di risorse da un capitolo all’altro. La trattativa con l’Europa impegnerebbe mesi, bloccherebbe l’erogazione dei fondi e quindi i cantieri e i bandi in corso. E poi mi chiedo: quali sarebbero le voci “sacrificate”? Forse opere e interventi destinati al Sud? Ho chiesto più volte a Matteo Salvini e Giorgia Meloni di fare chiarezza su questo, ma non hanno mai risposto».

Il Pnrr richiede però dei correttivi? Due nodi su tutti: la capacità di spesa delle amministrazioni meridionali e i rincari che stanno obbligando a riscrivere gare e appalti.
«La capacità di spesa delle amministrazioni meridionali è sostenuta da più di dieci strumenti di aiuto alla progettazione, oltre che dai poteri di affiancamento e addirittura di sostituzione affidati alla Cabina di regia nazionale del Pnrr. Finora gli enti locali si sono dimostrati all’altezza e il costante monitoraggio, anche del mio ministero, ha consentito di rispettare in ogni bando la quota Sud del 40 per cento. Quanto ai rincari, con il decreto Aiuti c’è già stato un robusto intervento di sostegno. Ma per contenerli, come richiedono gli stessi operatori, è possibile anche intervenire sulla filiera dei materiali per scoraggiare fenomeni di speculazione che hanno contribuito al rialzo dei prezzi».

Ci sono gli altri strumenti, poi: i Cis, da Taranto a Brindisi-Lecce. Sono percorsi sui quali insistere?
«Sicuramente sì. Al ministero stiamo facendo una vera corsa contro il tempo per “incardinare” tutti gli interventi. Proprio due giorni fa ho riunito il Cis Taranto per gli ultimi adempimenti: oggi conta cantieri aperti per un valore pari a circa 570 milioni di euro, quasi 200 milioni in più rispetto a quelli attivi al dicembre 2021. Abbiamo agganciato al Cis, per renderle immediatamente operative, le opere da noi finanziate per i Giochi del Mediterraneo, con 150 milioni a valere sul Fondo Sviluppo e Coesione 2021-2027. Entro settembre completeremo il confronto con i territori e arriveremo al Dpcm conclusivo. Ma sono attivi e operativi anche il Cis Lecce-Brindisi, un vero e proprio “Cis della costa” che valorizza uno dei litorali più belli d’Italia con 183 milioni e 47 interventi, e il Cis Capitanata che “vale” da solo 280 milioni».

La partita energetica è cruciale, e Mezzogiorno e Puglia hanno un ruolo (in parte ancora potenziale) da protagonisti di primo piano. Avete detto d’essere “l’Italia dei sì”, la Puglia si è talvolta caratterizzata per dei “no” pregiudiziali. Ora ci sono nuovi fronti: il raddoppio del Tap, un altro gasdotto, magari un rigassificatore in mare. La Puglia potrebbe essere un hub energetico?
«Tutto il Sud può esserlo. E la Puglia, con il successo del Tap, è il caso di scuola per dimostrare agli italiani che ambiente e sviluppo, ambiente e sicurezza energetica, vanno perfettamente d’accordo. L’Italia che vogliamo usa la tecnologia per assicurarsi autonomia energetica, aria e suolo puliti, sul modello di quello che fanno da anni i Paesi europei più avanzati dove la difesa ambientale è fatta in modo serio da persone serie. La minoranza del “partito del No” non è ecologica, è ideologica. Il loro rifiuto di rigassificatori, gasdotti, termovalorizzatori, significa un’Italia più sporca, più dipendente da fonti inquinanti, più dipendente dall’estero, in balia di chi ha il potere di lasciarla al freddo».

La Puglia ha già dato tanto in termini ambientali però. Il caso Taranto è emblematico: come si scioglie lì la contraddizione tra produzione-salute-ambiente?
«Con pragmatismo e serietà. La guerra ad Arcelor Mittal intentata dai presunti ambientalisti ha fatto saltare investimenti e impegni per la bonifica: magari qualcuno ci ha guadagnato qualche voto, invece per i cittadini di Taranto non solo non è cambiato niente, ma il cambiamento si è allontanato».

Col terzo polo al 10-12%, niente governo di centrodestra. E poi? Voi auspicate il ritorno di Draghi: unica opzione? E un governo di larghe intese con FdI, guidato da una figura tecnica?
«Governo Draghi, o quantomeno agenda Draghi e metodo Draghi. Queste sono le nostre opzioni, su questo chiediamo il voto agli elettori, questa sarà la linea che terremo dopo il voto».

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