Pnrr, dubbi sulla quota del 40% al Sud. Parti sociali preoccupate: «Garanzia sulle risorse per mitigare la crisi»

Pnrr, dubbi sulla quota del 40% al Sud. Parti sociali preoccupate: «Garanzia sulle risorse per mitigare la crisi»
di Alessio PIGNATELLI
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Giovedì 5 Maggio 2022, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 09:31

Il Governo blinda i fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza ma le preoccupazioni per il Mezzogiorno non svaniscono. I timori sono dettati da quella quota del 40% destinata al Sud che già negli scorsi mesi ha suscitato polemiche. E che adesso, nella situazione economica sconquassata da pandemia, guerra e rincari, diventa vitale mantenere intatta. Anzi. Le parti sociali spingono per altri fondi partendo da un concetto: la locomotiva Nord è ormai su un binario accidentato ed è interesse di tutto il sistema mettere più benzina su altre carrozze. 

La mossa del governo

Un primo passo del governo Draghi per contrastare la morsa inflazionistica è stata la mossa di lunedì. Il decreto legge aiuti prevede un totale di quasi 9 miliardi di euro per le opere del Pnrr. In particolare, l’articolo 25 “Disposizioni urgenti in materia di appalti pubblici di lavori” immette nuove risorse per assorbire i costi lievitati sulle materie prime e, conseguentemente, sui cantieri. In totale, sono circa 8,7 miliardi di euro: 700 milioni nel 2022 e 500 milioni nel 2023 per le grandi opere, gran parte ferroviarie ma il pacchetto principale suddiviso in cinque tranche, dal 2022 al 2026, è di 7,5 miliardi per correggere al rialzo, con i nuovi prezzari, gli importi di costo delle opere inserite nel Pnrr.

L'allarme di Fontana

Tutto risolto? Non proprio. Perché una spina che potrebbe a breve tornare nell’agenda politica è proprio quella inerente al Mezzogiorno. «Abbiamo la necessità di stimolare Mara Carfagna in quanto ministro non del Sud ma della Coesione territoriale - spiega il presidente di Confindustria Puglia, Sergio Fontana - mi appello a lei perché non ci può essere un’Italia unita se il Sud viene abbandonato o lasciato così. Ci sono dei fattori oggettivi: lo spopolamento è importante, viviamo una situazione economica in cui la ripresa si è affacciata solo al centro nord. Qui le condizioni occupazionali per giovani e donne sono estremamente preoccupanti. Abbiamo bisogno dei fondi del Pnrr perché quel 40% è nostro di diritto e aggiungo anche un’altra richiesta: la decontribuzione del 30% al Sud deve essere strutturale».

Si tratta di uno sgravio contributivo per le aziende del Sud Italia finalizzato a sostenere l’occupazione: è un’agevolazione fiscale che consiste in uno sconto sui contributi previdenziali complessivi - la riduzione va dal 30% al 10% - dovuti dal datore di lavoro per i propri dipendenti. Il prolungamento dell’incentivo è soggetto all’approvazione della Commissione Europea. «Non si può andare di proroga in proroga - continua il numero uno degli industriali pugliesi - Siamo in uno stato di necessità, la pandemia e la guerra hanno distrutto il Mezzogiorno. Lo Stato italiano deve capire che senza il Sud, il Paese non si rilancia. Il Nord non ha grossi margini di progresso, noi sì: non chiediamo investimenti a pioggia ma armi per combattere».

Preoccupati i sindacati

Di recente, la ministra Carfagna aveva assicurato sulla ripartizione ammettendo però la necessità di fare di più sul controllo ex ante che deve essere reso più funzionale ed efficace. In particolare sull’attività di monitoraggio tramite l’esame anche preventivo dei bandi, degli avvisi e, in generale, di tutti i provvedimenti di riparto delle risorse prima della loro pubblicazione. Per quanto riguarda la Puglia, una parziale statistica mette sul piatto della bilancia circa 5 miliardi di euro di fondi già ripartiti e assicurati tra edilizia, sanità, infrastrutture e altri progetti.


Anche nel mondo sindacale è scattata l’allerta sulla gestione dei fondi comunitari. «La guerra in Ucraina sta avendo inevitabili ricadute sul piano economico - osserva Pino Gesmundo, segretario generale Cgil Puglia - Da un lato l’inflazione che ha portato all’aumento del costo dei beni di consumo, intaccando i redditi e le pensioni: in tal senso l’una tantum da 200 euro per lavoratori e pensionati sotto i 35mila euro di reddito è una piccola toppa a una situazione strutturale che si affronta intervenendo sui contratti, sui salari, sul fisco. E tassando chi si arricchisce anche in tempi di crisi. Assieme sono saltati i capitolati di spesa per le opere pubbliche, a causa dell’aumento delle materie prime. La fase espansiva post Covid sta subendo un momento di arresto, in tal senso anche gli effetti del Pnrr vanno rivisti».

Il sindacato non smette di rivendicare la giusta quota di risorse per il Mezzogiorno, «considerato che delle 187 linee di investimento del Piano, 122 non hanno indicazione di vincolo territoriale». E mentre rivendica il 40% dei fondi, l’appello finale di Gesmundo è per una regia in Puglia «che monitori interventi dentro una strategia complessiva che incrocia l’utilizzo dei fondi del Fesr e del Fse. La cabina è stata anche costituita ma c’è un problema di metodo, veniamo convocati a cose fatte, bene che va il giorno prima dell’emanazione di un provvedimento. Non è così che funziona il dialogo sociale».

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