L'ex deputato Dc, Pisicchio: «Al Quirinale unico candidato Draghi. Berlusconi farà la stessa fine di Prodi»

Domenica 16 Gennaio 2022 di Oronzo MARTUCCI

«Le giornate durante le quali si vota per l’elezione del presidente della Repubblica sono di grande affanno. Se non vi è l’intesa su un candidato al momento in cui si comincia a votare, l’incertezza cresce giorno dopo giorno. In particolare ricordo con angoscia la partecipazione, nel 1992, alle votazioni che portarono alla elezione di Oscar Luigi Scalfaro a Capo dello Stato subito dopo che la mafia aveva provocato la strage di Capaci»: l’onorevole Pino Pisicchio, deputato barese in carica dal 1987 al 2018 per sei legislature alla Camera, la prima volta con la Dc e poi con raggruppamenti centristi, ed europarlamentare eletto con Rinnovamento Italiano di Lanfranco Dini nel 1999, ricostruisce la sua partecipazione alla elezione di Scalfaro, di Giorgio Napolitano nel 2006 e nel 2013 e di Sergio Mattarella nel 2015. Nel 2018 Pisicchio non si è ricandidato e attualmente insegna Diritto Pubblico comparato presso l’Università degli Studi Internazionali di Roma. Oggi getta uno sguardo al passato, certo, che lo ha visto diretto protagonista di stagioni diverse e dense di accadimenti storici, ma analizza anche il presente e le due ipotesi che l’attuale premier, Mario Draghi, si trasferisca al Quirinale o che sulla poltrona di Capo dello Stato sieda il presidente di Forza Italia, già premier, Silvio Berlusconi, attorno al quale si sono ritrovati i partiti del centrodestra.


Onorevole Pisicchio, cosa ricorda delle votazioni che portarono alla elezione di Scalfaro?
«Vi era una condizione di stallo a causa della conflittualità nella Dc, il mio partito, tra Arnaldo Forlani e Giulio Andreotti. Non si riusciva a individuare una candidatura super partes. Tant’è che ci furono 15 scrutini senza risultato, sino al giorno della strage di Capaci, il 23 maggio. Il giorno dopo, l’assemblea dei Grandi elettori della Dc si pronunciò per la candidatura unitaria di Scalfaro. Ricordo che fui il primo durante l’assemblea a fare il nome di Scalfaro, ricordando che lo avevamo votato poche settimane prima presidente della Camera dei Deputati e che era l’uomo giusto per affidargli la guida dello Stato in quei momenti drammatici. L’elezione avvenne il 25 maggio». 


Ha partecipato alle due investiture di Giorgio Napolitano nel 2006 e nel 2013. La riconferma di Napolitano avvenne dopo che molti franchi tiratori del Pd avevano impedito la elezione di Romani Prodi.
«È vero. Il presidente Napolitano in quella occasione, nel discorso di insediamento, pronunciò un discorso sferzante contro i parlamentari che non erano stati nelle condizioni di individuare un nuovo presidente, nonostante avesse detto che non voleva rimanere al Quirinale alla scadenza del primo mandato. Più Napolitano si arrabbiava e più i parlamentari gli battevano le mani. Con lui ho avuto un rapporto personale molto positivo». 


Nel 2015 ha votato per Sergio Mattarella… 
«L’ho votato con convinzione, perché mi riconosco nel suo percorso di cattolico democratico. Con Mattarella ala guida dello Stato è arrivata una figura in cui si possono riconoscere tutti. Perché il presidente della Repubblica deve essere scelto da maggioranze parlamentari significative, ma anche riconosciuto dai cittadini come un elemento che realizza al meglio l’idea di unità nazionale».


Ora in campo ci sono i nomi di Silvio Berlusconi e di Mario Draghi, in un contesto incerto e di grande affanno che, come lei ha ricordato, accompagna l’elezione di ogni presidente della Repubblica. A suo parere Berlusconi ha la possibilità di arrivare sino in fondo? 
«No. Sul suo nome il centrodestra si comporterà come fece il Pd nel 2013 con Romano Prodi. Ho scritto una lettera al leader di Forza Italia nella quale lo invito a evitare la seduzione della elezione a Capo dello Stato e a essere lui a candidare Mario Draghi, concorrendo con questa scelta a chiudere la Seconda Repubblica».


Lei è un sostenitore della candidatura di Draghi? 
«Altra candidatura non esiste. Tra l’altro se Draghi non dovesse essere eletto presidente della Repubblica dovrebbe dichiarare chiusa la sua esperienza alla guida del governo. Dunque ai parlamentari che vogliono arrivare alla fine della legislatura conviene concorrere a questa scelta. Voglio ricordare che, in ogni caso, il governo in carica ha 6 mesi di lavoro davanti a sé. Dopo l’estate, tutto l’impegno sarà per la legge di Bilancio. Con le elezioni politiche alle porte, tra febbraio e marzo del prossimo anno. In ogni caso è chiaro che non è possibile alcuna candidatura di leader politico alla presidenza della Repubblica. E lo dico non da ex parlamentare, ma da docente di Diritto pubblico comparato». 


Su cosa si basa questa sua affermazione? 
«Su 12 presidenti eletti sinora otto sono stati in precedenza presidenti della Camera o del Senato, due provengono dai ranghi della Banca d’Italia (Carlo Azeglio Ciampi ed, eventualmente, Mario Draghi) e altri due provengono dalla politica: Antonio Segni, eletto nel 1962; Sergio Mattarella, il quale però nel 2008 non si era ricandidato alle Politiche con il Pd alla cui nascita aveva contribuito e nel 2011 era stato eletto giudice della Corte costituzionale, ottenendo un incarico che di fatto rimuoveva la sua caratterizzazione politica. Dunque, veri e riconosciuti leader di partito non sono stati eletti. Per quella carica è necessaria una figura che non sia divisiva e sia capace invece di rappresentare al massimo l’unità nazionale».

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