Patto Usa-Ue al G20 per un acciaio più pulito: l'ex Ilva di Taranto in attesa della svolta

Patto Usa-Ue al G20 per un acciaio più pulito: l'ex Ilva di Taranto in attesa della svolta
Patto Usa-Ue al G20 per un acciaio più pulito: l'ex Ilva di Taranto in attesa della svolta
di Alessio PIGNATELLI
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Martedì 2 Novembre 2021, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 15:03

La sfida della decarbonizzazione e della transizione energetica ha un alleato in più. O meglio, un’alleanza. E di grande peso. Quanto stabilito dall’accordo raggiunto da Usa e Ue al G20 per rimuovere i dazi americani su alluminio e acciaio e i contro dazi europei su altre merci americane tiene in considerazione l’intensità di carbonio nella produzione di alluminio e metallo da parte delle aziende oltre alla sovraccapacità globale. Ed è inevitabile come in questo contesto l’Italia e la Puglia siano decisamente coinvolte: a Taranto c’è l’acciaieria più grande d’Europa - l’ex Ilva - che da anni è in affanno sul dilemma più inaccettabile tra salute e lavoro. Se una svolta dovrà esserci anche grazie al contributo del Pnrr, questa potrebbe essere l’occasione dopo anni di infruttuosi annunci.

Accordo e prospettive

E allora partiamo da quanto stabilito a Roma dai potenti della Terra. Al di là degli aspetti commerciali altrettanto importanti, sul tema ambientale si possono utilizzare le parole della presidente Ue Ursula Von der Leyen: l’intesa «permetterà di fare un passo avanti verso la carbon neutrality». Si adotteranno misure congiunte per difendere i lavoratori, le industrie e le comunità anche attraverso un nuovo accordo per scoraggiare il commercio di prodotti ad alta intensità di carbonio e alluminio che contribuiscono all’eccesso di capacità globale di altri paesi e assicurano che le politiche interne sostengano la riduzione degli inquinanti di queste industrie.

L’argomento è di estrema complessità ma alcune cifre possono essere d’aiuto. Nella relazione del presidente di Federacciai Alessandro Banzato durante l’assemblea annuale dell’associazione, sono emersi alcuni dati interessanti: la nuova geografia dell’acciaio vede la posizione preminente della Cina e l’avanzare di Paesi emergenti come l’India, Turchia ed Iran che hanno una spiccata vocazione alle esportazioni dato anche il tenore dei consumi interni. Siderurgie dove i livelli di attenzione alle problematiche di sostenibilità ambientale e sociale non sono certo paragonabili a quelli europei. Così Federacciai ha lanciato un allarme: il Green Deal europeo potrebbe generare asimmetrie competitive che, se non gestite in tempo, «porterebbero alla sparizione della siderurgia continentale o alla progressiva delocalizzazione della stessa in aree del mondo soggette a meno vincoli».

L'analisi di Bloomberg e il caso Ilva

Nello studio di Bloomberg si rileva come la Cina sia il paese che emette più gas serra al mondo: da sola, vale circa il 28 per cento delle emissioni globali. L’anno scorso le emissioni di Co2 del gruppo siderurgico China Baowu, il primo produttore di acciaio al mondo, sono state più alte di quelle del Belgio e dell’Austria messi insieme, ad esempio. Si leggono più facilmente allora le parole a Roma dei consiglieri della presidenza Biden: l’idea è di dimostrare che le democrazie possono portare risultati per i loro popoli e risolvere alcune delle sfide maggiori, tra cui il cambiamento climatico e la minaccia posta dalla competizione sleale della Cina.

Zoomando ancora di più, non può che essere centrale il ruolo della siderurgia italiana. Il Piano nazionale dell’acciaio «è una specie di puzzle. Abbiamo dati acquisiti su questa industria particolarmente privata, concentrata al Nord, che ha fatto progressi molto importanti quanto ad aggiornamento tecnologico. E poi una serie di punti di domanda, a partire da Taranto, ma anche Piombino e Terni, da affrontare in modo chirurgico, in un quadro di cambiamento repentino del settore».

Così pochi giorni fa il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, nell’audizione in Commissione Attività produttive della Camera sulla situazione del settore. Ovviamente, è l’ex Ilva a essere maggiormente sotto i riflettori. Per dimensioni, complessità e altri nodi ancora da risolvere. Per la transizione ecologica dell’ex Ilva, basata sull’elettrificazione di una quota rilevante della produzione di acciaio e sulla costruzione di un impianto di Dri (riduzione diretta del ferro), realizzato e gestito da una Newco a partecipazione pubblica della cui costituzione è stata incaricata Invitalia, «gli investimenti stimati in funzione delle scelte tecniche variano da 900 milioni a 1,5 miliardi di euro» ha ricordato Giorgetti.

La copertura finanziaria per l’avvio della produzione di Dri a Taranto «può essere assicurata dal Pnrr, che alloca 2 miliardi di euro sulla linea di investimento 3.2 “Utilizzo dell’idrogeno in settori hard to abate”». Insomma, tra molte incertezze e intese a lungo termine, quello che appare più necessariamente risolvibile è la vertenza del siderurgico tarantino da tempo infossata nel dilemma tra salute e occupazione. Ed è forse la sfida più complessa rispetto alle buone intenzioni emerse dal G20.

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