Palese: «Sud pronto alla secessione se non cambia la legge sull'Autonomia»

Palese: «Sud pronto alla secessione se non cambia la legge sull'Autonomia»
di Paola ANCORA
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Domenica 20 Novembre 2022, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 09:15

«Se il Governo dovesse pensare di portare avanti l’autonomia come l’ha proposta la Lega di Roberto Calderoli, allora a volere la secessione saremmo noi». Rocco Palese, assessore regionale alla Salute, è arrabbiato, provocatorio, snocciola dati e previsioni sull’autonomia differenziata che la Lega avrebbe voluto incassare subito, ma che né il Mezzogiorno né una parte dell’esecutivo Meloni intendono portare avanti senza prima definire i Livelli essenziali delle prestazioni, capaci di garantire pari diritti e servizi a tutti i cittadini.
Assessore, abbiamo già 20 sistemi sanitari differenti. Perché l’autonomia non le sta bene?
«Perché è vero che sono diversi, ma sono anche finanziati in maniera diversa. La Puglia incassa 200 milioni di euro all’anno in meno rispetto a un’altra regione del Centro-Nord e a parità di abitanti. È chiaro cosa provochi una simile disparità con il passare del tempo: questa è l’autonomia della Lega. Va spiegato alle persone il pericolo che corriamo e, per farlo, la sanità è l’esempio perfetto. Con il ddl Calderoli, succederebbe lo stesso per l’istruzione, i trasporti e via dicendo». 
Quanto riceve oggi la Puglia dallo Stato?
«Ogni anno abbiamo bisogno di 3 miliardi del Fondo perequativo per mantenere tutti i servizi, dai trasporti agli asili, ma resta sempre la sanità la voce più importante. Con l’autonomia leghista non è affatto chiaro da dove arriverebbero questi fondi, come dovrebbero esserci trasferiti. Si dice genericamente che “verrà trovato il modo”, ma non è sufficiente. Il Sud è già stato ammazzato due volte. La prima nel 1977 quando, con il trasferimento di funzioni a Regioni e Comuni, venne varato il principio di riparto dei fondi cosiddetto della “spesa storica”. Bologna aveva migliaia di dipendenti, centinaia di asili e noi non avevamo niente e i fondi vengono ancora ripartiti così: chi più ha, più riceve. La seconda penalizzazione avvenne alla fine degli anni Ottanta, quando la nostra classe dirigente e parlamentare di allora confezionò un piano triennale da 120mila miliardi di vecchie lire per interventi straordinari sul Mezzogiorno. Arrivò Tangentopoli e quel piano si arenò. Adesso la prospettiva deve cambiare».
In che modo?

«Partiamo dall’inizio, ovvero dall’articolo 119 della Costituzione e apriamo nuovamente il cantiere sulla legge Calderoli, la numero 42 del 2009, stabilendo innanzitutto che il coordinamento della finanza pubblica deve restare allo Stato, a tutela di tutti e a garanzia della coesione sociale. In secondo battuta, vanno stabilite le regole per la costituzione del fondo perequativo dedicato alle Regioni più deboli e a quelle più piccole. Poi va fatta una perequazione infrastrutturale: non si può dire “il Veneto deve avere i soldi per gli asili nido” quando io non ho nemmeno gli asili nido».
Per fare tutto quanto dice, ci vorrà molto tempo: sta affossando la riforma senza dirlo apertamente.
«Guardi il ministro Calderoli dovrebbe semplicemente attuare la sua legge, la 42 del 2009: dentro, sono previsti anche i Lep. Il Nord riceve più fondi per la sanità grazie al criterio della “spesa storica” e lo paghiamo anche per sostenere le spese di tutti coloro che, dal Sud, vanno lì a curarsi. Dunque se andasse in porto la riforma proposta da Calderoli, la secessione la vorremmo noi. Saremmo pronti a una guerra totale: punteremmo su banche e compagnie assicurative con sede in Puglia. Ridurremmo al minimo lo spazio di manovra di chi non ha qui la sua sede legale. E poi vedremo cosa accadrà».
Palese va detto che non è del tutto campata in aria l’osservazione mossa dai governatori del Centro Nord sulla mala gestio delle amministrazioni meridionali. O si sente assolto?
«Che esistano già differenze e divari è vero, certo. Ma la mala gestio alberga al Nord come al Sud, soltanto che il Settentrione ha avuto modo, negli anni, di infrastrutturarsi meglio. Senza soldi non c’è buona amministrazione che tenga, questa è la verità: il Nord ha una Ferrari, noi una vecchia 550. Siamo in Rianimazione».
La rassicura il fatto che anche Fratelli d’Italia, il partito della premier Meloni, non voglia un’Italia a due velocità?
«Io mi sento garantito soltanto dal Capo dello Stato, Sergio Mattarella, e dalla Costituzione, alla quale ci appelleremo se decidessero di andare avanti con il ddl Calderoli. Ci faremo valere e non sarebbe la prima volta: abbiamo vinto le battaglie contro il Governo Berlusconi contestando il decreto 56 del 2000 sul federalismo fiscale. Figurarsi se ci spaventa Calderoli. Quello che vorrei chiedere alla premier Meloni è di rispettare il suo programma, quello di FdI: pongono loro il problema del rispetto dell’articolo 119 della Carta. Mi aspetto siano conseguenti e lavorino a colmare i divari che ci sono, non a crearne di nuovi».

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