Su Netflix la storia di Emanuele De Giorgi, il 14enne salentino che morì per salvare la sorella in Germania

Su Netflix la storia di Emanuele De Giorgi, il 14enne salentino che morì per salvare la sorella in Germania
di Giuseppe ANDRIANI
5 Minuti di Lettura
Lunedì 11 Luglio 2022, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 14:50

Il gesto eroico di Emanuele, 14 anni, di Surbo, figlio di emigrati in Germania, da qualche giorno è su Netflix. La vicenda, grottesca, animale e ancora virulenta come una ferita aperta, è quella della rapina alla banca di Gladbeck e di quanto successo nelle 54 ore successive, con i banditi in fuga con vari ostaggi. Rimasero uccisi Emanuele De Giorgi, per difendere la sorellina Tatiana, che all’epoca dei fatti aveva nove anni, Silke Bischoff, una ragazza tedesca appena 18enne, e un poliziotto. 
Emanuele era un ragazzino molto coraggioso, che entrò in questa storia, come sempre avviene, per una fatalità. Figlio di emigrati salentini, il papà di Scorrano e la mamma di Surbo, quel giorno salì su un autobus di città, a Brema, che fu oggetto della follia omicida dei tre banditi. E pensare che sui portelloni posteriori di quel pullman c’era una scritta, evidente: “Viaggia in sicurezza a Brema”. 
La storia, che Netflix ha deciso di raccontare in un’ora e trentadue minuti alla portata di tutti gli abbonati con il titolo “Gladbeck, rapina con ostaggi”, iniziò la mattina di martedì 16 agosto 1988. Era da poco spuntato il sole, quando il tedesco Hans Juergen Roesner ed il polacco Dieter Degowski assaltarono la banca di Gladbeck, una cittadina di 75.000 abitanti nel centro-nord della Germania Ovest (il muro era ancora in piedi, sarebbe caduto poco più di un anno dopo), e accerchiati dalla polizia presero in ostaggio due impiegati. Le trattative durarono tre ore, le prime di una vicenda lunga 54. I due ottennero un po’ di denaro in contanti (circa 420.000 franchi) e un auto con cui fuggire, portando con loro gli ostaggi. Direzione: Brema. Hans Roesner era stato per undici anni in carcere, era evaso durante un permesso speciale a 24 mesi dalla scarcerazione. Di Dieter Degowski le informazioni erano più nebulose, ma fu la mano armata: lui uccise Emanuele, era il più nervoso.

La complice, gli spari e le interviste: una fuga surreale

A Brema, tornando alla storia, ai due si unì la ragazza di Hans, Marion Löblich. Il rapimento diventa paradossale quando il commando sequestra un autobus di linea, con l’autista e una ventina di passeggeri, tra cui i due fratelli salentini. In poco tempo la voce corre veloce, all’esterno dell’autobus c’è poca polizia, ma tanti reporter. Tanto che un fotografo chiede al bandito, Roesner, se volesse rilasciare un’intervista. Risposta: sì. Addirittura un cronista gli accende la sigaretta, le immagini ripescate da Netflix sono surreali: un capannello di giornalisti che intervista l’uomo, con in mano una pistola. Nella stessa mano un tatuaggio, la scritta love. In canotta unta e con uno sguardo perso, impasticcato e probabilmente ubriaco, l’avvertimento: non vogliono fermarsi, chiedono un nuovo mezzo, pulito e senza cimici. Qualcosa lì va storto, perché la vicenda oltre a essere “l’ora più buia del giornalismo tedesco dalla seconda guerra mondiale” (definizione dell’assostampa, che normò e vietò le interviste a criminali in fuga qualche mese dopo), è anche gestita in modo paradossale dalla polizia. I banditi vogliono parlare con qualcuno delle forze dell’ordine al telefono, non risponde nessuno, fuggono con l’autobus e vengono seguiti fino alla stazione di servizio di Grundbergsee, verso Amburgo. Qui il dramma di Emanuele: gli agenti in bagno arrestano Marion (le registrazioni dell’epoca, solo dopo anni, restituiscono la verità: fu la polizia a dare l’okay), la rappresaglia è feroce. Il racconto dei sopravvissuti narra di come Dieter Degowski avesse deciso di uccidere Tatiana, Emanuele la difende, viene freddato con tre colpi, uno alla testa e lasciato agonizzante fuori dal mezzo. Morirà in ospedale poco dopo, da eroe, difendendo la sorellina. Una storia che in Italia è stata dimenticata troppo presto, oggi riproposta da Netflix. Il resto è drammatico allo stesso modo: i banditi arrivano in Olanda, in fuga, tornano in Germania, liberando tutti gli ostaggi tranne due ragazzi. A Colonia l’ennesima rappresentazione irreale del macabro: i giornalisti non solo intervistano i due in auto, ma persino un ostaggio, Silke Bischoff, 18 anni, che parlava con una pistola puntata alla gola. Morì, poi, nel blitz sull’autostrada, come perse la vita anche un poliziotto. I tre si salvarono. La complice Marion fece nove anni di carcere, gli altri due sono in libertà dal 2017 e dal 2018: l’ergastolo, in Germania, prevede un massimo di 30 anni di carcere. 

Una piazzetta intitolata a Emanuele De Giorgi

Emanuele De Giorgi morì così, per difendere la sorellina, che è tornata a vivere in Italia e ha messo su famiglia, ma la vita da quel giorno «non è più stata la stessa», racconta nelle poche occasioni pubbliche a cui prende parte. Netflix riporta alla luce una vicenda che in pochi conoscono, ma che meriterebbe di essere invece famosa per celebrare il gesto eroico di Emanuele, il 14enne più coraggioso del mondo. «Adesso, guardando il documentario, sarà più popolare questa storia - commenta il sindaco di Surbo, Oronzo Tria -. Noi abbiamo dedicato una piazzetta alla memoria di Emanuele, a pochi passi dalla casa dove vivevano i suoi prima di trasferirsi in Germania. Quella vicenda ci ha sconvolti, ci è rimasta dentro. E non l’abbiamo mai dimenticata. Ora, però, grazie a Netflix magari la conosceranno tutti». Perché Emanuele merita di essere ricordato come un eroe. Ben venga Netflix se serve a ribadire che lui è un eroe, più grande e più forte persino di Superman. 
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