Nelle acque pugliesi meduse, polpi-seppia e barracuda

Nelle acque pugliesi meduse, polpi-seppia e barracuda
di Rita DE BERNART
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Domenica 26 Giugno 2022, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 11:51

Meduse, pesci tropicali, un raro esemplare di polpo seppia e persino barracuda. Una sorpresa? Non del tutto. Se si pensa che queste specie da sempre abitano il Mediterraneo. Tanti tuttavia negli ultimi anni gli ospiti insoliti e “stravaganti” che popolano in colonie sempre crescenti i mari pugliesi. L’allarme, l’ennesimo, in particolare riguarda le meduse: numerosi esemplari di questo animale planctonico, di variegati colori e diverse dimensioni, creano disagio soprattutto tra i turisti non abituati a convivere con tali varietà di abitanti del mare.

LE SEGNALAZIONI

Già diverse ad oggi le segnalazioni giunte dai bagnanti – in particolare lungo la costa ionica - sulla presenza della “Pelagia noctiluca”, nome scientifico di quella che comunemente viene chiamata medusa luminosa. Una “invasione”- secondo qualcuno - che rende le spiagge impraticabili per la paura di fare il bagno. Ma estate e meduse è un binomio che esiste da sempre, va detto invece che negli ultimi anni, a causa dei cambiamenti climatici, del riscaldamento dei mari, e dello spopolamento da parte di altre specie autoctone, è diventato più frequente. Le meduse insomma si sono moltiplicate. E fluttuano nello Jonio e nell’adriatico insieme ad altri ospiti che sono tornati a frequentare le coste pugliesi. Nelle scorse settimane il caso che ha suscitato maggiore curiosità e clamore: l’avvistamento di un esemplare di polpo seppia, il Tremoctopus violaceus, un cefalopode, a metà tra la seppia e il polpo e tra i 5 e 10 centimetri di dimensione. Una specie rara che fino a qualche decennio fa però era più conosciuta e frequente. Ma quali sono le cause che portano questi specie animali a ripopolare le acque pugliesi o a migrare da queste parti dai paesi tropicali? La risposta è – come sempre - nelle azioni dell’uomo: da una parte il depauperamento del nostro mare attraverso la pesca industriale e dall’altro il surriscaldamento del pianeta.

L'ESPERTO

«Della diffusione delle meduse nei mari del Salento – spiega il professore e biologo marino Ferdinando Boero della Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli, e per anni docente all’Università del Salento - si parla da 40 anni; e ogni volta ci si sorprende. Ma in realtà ci sono sempre state, certo negli ultimi anni sono aumentate e alcune specie sono anche stanziali. Il punto è che abbiamo depauperato il mare attraverso la pesca industriale; il Mediterraneo è sempre più spopolato da specie autoctone. Basti pensare che sui banchi delle pescherie la maggior parte de pesce ormai deriva da allevamenti. Rispetto a quarant’anni fa la popolazione marina autoctona è diminuita, ciò crea un vuoto. Ma la natura non ama i vuoti e il mare si ripopola».
Oltre a questi leggiadri e urticanti animali marini si avvistano sempre più spesso specie tropicali e specie rare e insolite. «Anche il polpo seppia che ha generato tanto stupore – continua Boero - in realtà si conosceva già; nel 1930 era presente nel Golfo di Napoli; è una specie più rara ma tipica del Mediterraneo. Oggi il surriscaldamento delle temperature provoca stress per i nostri pesci che non riescono a sopravvivere; lo stesso avviene nei mari tropicali però: anche li c’è eccessivo caldo e le specie presenti abituate a un certo clima ora si spostano verso la nostra area dove ritrovano l’habitat giusto; sono state segnalate oltre mille specie tropicali. Anche il barracuda è sempre più abbondante ma non è che prima non ci fosse». I fattori principali di un cambiamento radicale della fauna marina insomma sono da ricercare anche nello scarso rispetto per l’ambiente marino. «Stiamo facendo con il mare - conclude il biologo - ciò che abbiamo fatto con l’agricoltura: da pescatori siamo diventati allevatori. In questo modo andiamo verso una direzione sempre meno sostenibile e favorevole. Ciò che manca è soprattutto la cultura del mare, la conoscenza. Non a caso l’Ue da un po’ di tempo sta spingendo per l’alfabetizzazione marina, occorrerebbe ripartire dalla formazione scolastica. Non è un caso che in un Paese con 8.500 chilometri di coste le risorse del Pnrr destinate all’ambiente marino siano irrisorie».

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