Nanoplastiche anche nelle cozze: la scoperta del team di Unisalento

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di Giuseppe ANDRIANI
3 Minuti di Lettura
Lunedì 27 Maggio 2024, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 28 Maggio, 20:44


Uno studio per determinare per la prima volta la quantità di nanoplastiche presenti negli organismi marini, anche in quelli - come i mitili - che finiscono abitualmente sulle nostre tavole.

L'idea innovativa è stata portata a termine dall'Università del Salento e dal gruppo di Chimica analitica coordinato dal professor Cosimino Malitesta, con il contributo fondamentale di Giuseppe De Benedetto e di Silvia Fraissinet. Oltre a Unisalento sono stati attori protagonisti anche gli studiosi dell’Institute for Marine and Atmospheric Research dell’Università di Utrecht.

La ricerca

La ricerca permette di stabilire con esattezza l'abbondanza, e quindi l'esatta quantità, di nanoplastiche negli organismi marini: è il primo lavoro scientifico di questo tipo, se riferito a tessuti organici. Quello che sarà possibile stabilire con il protocollo studiato dai ricercatori di Lecce e Utrecht verrà nei prossimi anni. Intanto, però, c'è il metodo.

«Le microplastiche e le nanoplastiche, derivanti dalla frammentazione dei rifiuti plastici nelle condizioni ambientali più comuni, sono inquinanti, praticamente ubiquitari, non ancora sufficientemente considerati - spiegano dall'ateneo salentino -. Essi rappresentano certamente un pericolo per l’uomo e l’ambiente, ma la loro individuazione rappresenta una sfida ancora aperta, non solo perché sono necessarie strumentazioni che siano capaci di identificare particelle di così piccole dimensioni, ma anche perché esse devono essere distinte da altre particelle di analoghe dimensioni già presenti in natura».

I campioni

Nei mitili destinati al consumo alimentare gli scienziati hanno osservato non solo che tutti i campioni contenevano nanoplastiche, ma anche che la frazione da 20 a 200 nanometri fosse particolarmente abbondante.

La composizione chimica delle nanoplastiche era per il 38% di PE, 28% polipropilene, il 17 % PVC, 12 % polistirene, 5 % polibutadieni. Si tratta di un risultato che «pone nuovo accento sulla necessità di controllo del ciclo di vita dei materiali plastici considerando che le nanoplastiche possono attraversare le barriere biologiche e potrebbero avere effetti sulla salute umana da sé o per gli inquinanti assorbiti di cui possono essere vettori».

I risultati completi dello studio sono stati pubblicati su Communications Earth & Environment, rivista della serie Nature. «Questo è solo l'ultimo di una serie di risultati di questo team - spiega il professor De Benedetto -. L'innovazione è nel fatto che nessuno aveva mai studiato la quantità delle nanoplastiche, scendendo fino a 20 nanometri. Abbiamo fatto il frazionamento con delle sottrazioni a cascata della matrice. E così abbiamo ricostruito la presenza di micro e nano plastica».

«Le nanoplastiche non solo sono presenti ma sono anche in abbondanza come massa - racconta -. Questa è già una sorpresa». Questo studio svela pericoli per le nostre tavole? «Non lo sappiamo ancora, ma è probabile. Per arrivare, però, a capire quante sono le nanoplastiche nei tessuti bisogna saperle contare. E noi abbiamo fatto questo. Poi bisognerà fare degli studi dal punto di vista tossicologico per capire poi in quale direzione andare».

Il consiglio del professore universitario è lo stesso, però: «L'importante è evitare di disperdere plastica nell'ambiente. Non tutto è biodegradabile. E non mi riferisco - aggiunge - solo al mare, ma anche alle discariche a cielo aperto spesso a due passi dalle nostre città». Un primo passo per affrontare un problema enorme, sul quale lavorano - a oggi - gli scienziati di tutto il mondo, che potranno avvalersi adesso delle scoperte del team di studiosi salentini.

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