Mezzogiorno, nel 2050 ci saranno 3,5 milioni di abitanti in meno. Puglia, crollo delle nascite: -28% in dieci anni

Domenica 15 Maggio 2022

Poco meno di 7.000 persone hanno lasciato la regione nel 2020 alla ricerca di miglior fortuna altrove. Una fuga che nel 2019 ha conosciuto un picco - sono andati via 11mila cittadini - ma che è costante dal 2015: in cinque anni, secondo l’Istat, la Puglia ha perso 44.500 abitanti. Anche questi numeri contribuiscono a ingrossare l’emergenza denatalità, che qui nel Mezzogiorno è ormai ineludibile: accanto alla famiglie che restano, ma non fanno figli anche per timore di impoverirsi, ci sono i giovani che emigrano, per trovare lavoro al Nord o all’estero. Una marea silenziosa, un patrimonio di competenze, speranze e vitalità che perdiamo ogni anno perché si riesce a dare risposte ad altre emergenze, quelle ataviche: una offerta di lavoro stabile e dignitosamente retribuito, politiche giovanili e familiari a sostegno di chi sarà chiamato a reggere, sulle proprie spalle, il futuro del territorio. 

I dati


L’Istat prevede che, entro il 2050, dal Sud scomparirà una regione grande come la Puglia: ci saranno 3,5 milioni di cittadini in meno. L’andamento è confermato dal rapporto fra nascite e morti da Foggia a Lecce. Nel 2002 il saldo fra i nuovi nati e chi è passato a miglior vita pendeva a favore dei primi, con un +8.302. È rimasto positivo, sebbene decrescente, fino al 2011, quando segnava +304. Poi la rovinosa caduta: se nel 2012 i decessi hanno superato i nati segnando un saldo di -1.695, in appena otto anni il quadro è precipitato fino a un -17.547. 
Ancora. Fra il 2008 e il 2019 (finestra presa in esame dall’Istituto di statistica, ndr) la Puglia ha registrato un crollo del 27,9 per cento dei nuovi nati, tra le più alte in Italia. Nel 2008 i nati nella regione erano 38.284, nel 2019 invece si sono fermati a 27.586.

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I numeri sono sotto gli occhi di tutti e tuttavia soltanto ora la politica comincia a parlare di una emergenza da affrontare, indicando soluzioni che altrove, nel resto d’Europa, sono da tempo realtà. 
L’assegno unico universale, per esempio, varato quest’anno in Italia e che ancora stenta a decollare; politiche di conciliazione famiglia-lavoro, al Sud pressoché inesistenti; un efficace sistema di politiche attive per il lavoro capace di far incontrare domanda e offerta. Tutto da costruire, perché molto è rimasto sulla carta. Per esempio il Piano per le famiglie varato dalla Regione Puglia nel 2020, in piena pandemia, e già scaduto: l’assessore regionale al Welfare, Rosa Barone, ha garantito che ci si rimetterà all’opera, ma è il tempo il vero nemico da combattere adesso. 

 

I nodi sul tavolo


Per il demografo Alessandro Rosina potrebbero bastare dieci anni a invertire la rotta e raggiungere la media europea di figli per famiglia o addirittura superarla. Ma c’è un “ma”. Servirebbe una volontà politica trasversale, duratura, una visione di lungo periodo che fino a oggi è mancata, trasformando il Sud in un ricovero destinato ai soli anziani e ai pensionati. Nel 2019, infatti, il Governo propose la detassazione delle pensioni a coloro i quali, dall’estero, avessero scelto di trasferire la residenza nei piccoli comuni del Meridione. E i giovani? Non è dato sapere. 


Resta tabù anche il tema dell’immigrazione e la possibilità di riconoscere la cittadinanza ai figli dei migranti regolari che vivono in Italia e in Puglia stabilmente da anni. Centinaia di migliaia di bambini e ragazzi (800mila la stima fatta nel corso delle ultime elezioni politiche, ndr) che - è legittimo immaginare - bisognerebbe invogliare a restare, a mettere qui radici e famiglia, piuttosto che farli sentire stranieri a casa loro. La strada, insomma, è lunga: percorrerla al passo veloce di un ragazzo o a quello lento di un anziano è scelta che compete a chi siede sulla tolda di comando. 

 

Ultimo aggiornamento: 09:20 © RIPRODUZIONE RISERVATA