Mascherine? A piccole dosi. Materiali e certificazione: ecco cosa frena le imprese

Sabato 4 Aprile 2020 di Francesco G. GIOFFREDI
Il prezioso carico atterra (quasi sempre) in serata da Roma come fosse un forziere di gemme. E come tale viene annunciato dal dipartimento della Protezione civile regionale. Migliaia di mascherine, camici, guanti, tute. Si chiamano dispositivi di protezione individuale (dpi), sono in realtà una specie di polizza sulla vita per medici, infermieri e operatori sociosanitari, la prima linea della guerra al coronavirus. L'approvvigionamento dei dpi è diventato, per tutti, la nuova caccia all'oro di proporzioni planetarie, con triangolazioni tra produttori orientali, intermediari, imprese italiane che sgomitano, Protezione civile, governatori regionali. Non ci sono, o - se ci sono - non bastano mai: ieri il doppio carico sbarcato a Bari prevedeva, tra le altre cose, 206mila mascherine chirurgiche, 61mila Ffp2, 2.700 Ffp3 (le ultime due dotate di sistema di filtraggio). Uno stock sufficiente a coprire a malapena il fabbisogno odierno degli operatori sanitari pugliesi: in Puglia ogni giorno occorrono 135mila mascherine chirurgiche, 33.500 Ffp2, altrettante Ffp3 e 26.700 camici.


Che fare? Nella penuria nazionale di dispositivi di protezione, non restano che due strade: procacciarsi autonomamente la merce, scavalcando Roma e affidandosi a intermediari e a tortuose traversate dei carichi; o produrle in casa. La Regione Puglia ha provato a battere entrambi i sentieri. Ma qui e ora interessa l'auto-produzione: decine di imprese locali, soprattutto del tessile e calzaturiero, hanno annunciato d'essere pronte a una specie di riconversione produttiva di guerra; e il Politecnico di Bari s'è ritagliato un ruolo da playmaker, affiancando gli imprenditori e dettando le linee guida su materiali e tecniche di stratificazione. In tutto, almeno 165 imprese hanno manifestato ufficialmente interesse. Problema risolto? Macché. Innanzitutto, appena sette prototipi hanno superato il primo sbarramento e possono ora sperare nella certificazione. Il collo di bottiglia è d'altro canto duplice: da una parte c'è il faticoso approvvigionamento del materiale essenziale per lo strato intermedio filtrante (il tnt meltblown), raro perché prodotto a prezzi competitivi soltanto in Cina e Vietnam; e dall'altra parte c'è il macchinoso iter della certificazione, che passa dalle forche caudine dell'Istituto superiore della sanità e dai pochi enti in grado di vagliare le mascherine. Il Politecnico, per esempio, non ha il macchinario per la certificazione: in Puglia ne è in possesso la Masmec Biomed di Modugno, l'azienda che ieri ha fatto litigare (e poi riappacificare) Michele Emiliano e Luca Zaia. Insomma: i tanti slanci di generosità di piccole aziende o semplici sarti e façonisti dal cuore grande difficilmente potranno colmare il vuoto, perché si tratta di manufatti non certificati e perciò inutilizzabili da parte di Asl, pubbliche amministrazioni e forze dell'ordine.
Eppure, il decreto Cura Italia ha provato ad aggirare l'ostacolo: la traiettoria però s'è fermata a metà strada. L'articolo 15 riguarda i dpi per sanitari e permette di «produrre, importare e immettere in commercio mascherine chirurgiche e dispositivi di protezione individuale in deroga alle vigenti disposizioni», produttori e importatori poi «inviano all'Istituto superiore di sanità una autocertificazione nella quale, sotto la propria esclusiva responsabilità, attestano le caratteristiche tecniche delle mascherine e dichiarano che le stesse rispettano tutti i requisiti di sicurezza. Entro e non oltre tre giorni le aziende produttrici e gli importatori devono altresì trasmettere all'Istituto superiore di sanità ogni elemento utile alla validazione delle mascherine». La strettoia però si presenta comunque: la deroga è sull'avvio alla produzione, non sugli standard tecnici e di qualità dei prodotti. Insomma: occorrono comunque i materiali di sempre (il tnt meltblown, strada sbarrata invece a tramature equivalenti) e i medesimi iter di certificazione. E quel via libera agli importatori rischia d'essere la legnata su chi sta faticosamente provando a riconvertirsi, perché in futuro difficilmente i produttori italiani potranno competere con i cinesi sul prezzo finale.
E dunque? Emiliano in parte frena. L'altroieri, durante una call conference con i giornalisti, ha risposto così: «Produzione locale? Abbiamo fatto coordinare il progetto al Politecnico di Bari, che si sta trasformando in ente di certificazione. Sono collegati con Milano, ma non è questa la strada per risolvere nell'immediato». Intanto la sollecitazione arriva dal gruppo regionale del Pd, che propone «una task force regionale attivabile con la costituzione di una Struttura di progetto», che dovrebbe occuparsi di «programmazione, gestione e sviluppo delle risorse tecniche, finanziarie e umane e della realizzazione dei dpi, in concerto con i laboratori dei centri di ricerca Politecnico di Bari, Università di Bari, Università del Salento e Cetma». «Tale struttura - continuano - potrà porre in essere le azioni utili e indispensabili all'approvvigionamento del tnt meltblown o equivalente e potrà promuovere gruppi d'acquisto locale».
© RIPRODUZIONE RISERVATA Ultimo aggiornamento: 21:38 © RIPRODUZIONE RISERVATA