Maritati e il primo processo alla Scu: «Il fiuto di Cutolo per gli affari e le minacce di Rogoli»

Venerdì 19 Febbraio 2021 di Erasmo MARINAZZO

Il senatore Alberto Maritati è stato il giudice istruttore del Tribunale di Bari che condusse l'inchiesta sul tentativo di espandersi in Puglia della Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo. Sono trascorsi quasi quarant'anni, il senatore Maritati conserva ancora gli atti dell'inchiesta e del processo. Ricordi indelebili, come l'interrogatorio in carcere di Giuseppe Rogoli, il fondatore della Sacra corona unita.
Senatore Maritati, in cosa è consistito il progetto di Cutolo di ramificare la sua organizzazione criminale in Puglia?
«Cutolo ebbe un'intuizione. Nel campo criminale era molto acuto: per estendere il suo impero non andò allo scontro con le organizzazioni criminali pugliesi. Piuttosto cercò di stringere un patto con i personaggi di spicco. Evaso dal carcere di Aversa nel 1978, convocò un summit in un hotel di Lucera al quale parteciparono i 41 esponenti criminali più in vista nella regione. Cercava teste di ponte, cercava alleanze perché era molto interessato agli introiti del traffico di contrabbando di sigarette. Un analogo vertice si tenne a Galatina con la partecipazione dei leccesi della Famiglia salentina libera. Di questi tentativi di accordo troviamo traccia nelle perquisizioni che disposi nelle carceri: furono trovati 105 quaderni, tutti uguali con i condici dei riti. Ossia il bacio in bocca, il punto con il sangue e l'impiego delle immaginette sacre. Da lì prese lo spunto dell'inchiesta che dopo un anno e mezzo vide finire in carcere 130 persone. Seguì una prima assoluzione e poi la condanna da parte del giudice Umberto Pagano, che poi diventerà presidente distrettuale della Corte d'Appello di Lecce. La prima sentenza che riconobbe l'associazione mafiosa in Puglia. Cutolo, in altre parole, estese la concezione dell'associazionismo, della mafiosità, sconosciuta qui da noi».
Quale fu la reazione della criminalità pugliese?
«Andai a interrogare in carcere Giuseppe Rogoli che intanto avevo fatto arrestare e condannare all'ergastolo per avere ammazzato a colpi di mitra un tabaccaio durante una rapina in una banca, nel Barese. Disse che sì, in carcere aveva a che fare anche con i napoletani e che quest'ultimi gli avevano proposto di fare affari insieme, ma di avere declinato quell'offerta».
Rogoli, dunque, ammise l'esistenza della Scu e che fosse lui il capo?
«No, perlomeno non esplicitamente. Come è vero che mi minacciò, ma non esplicitamente. Gli avevamo sequestrato un'agenda con l'atto costitutivo della Scu e che riportava i dieci comandamenti. E rispose, testualmente: «Ma quale sodalizio? Io qui sono il più grande ed il più saggio. Dispenso consigli, abbiamo scongiurato fatti gravi anche qui in carcere che avrebbero visto poi il vostro intervento. La Scu si limita a regolare le dispute fra i detenuti. Se per esempio qualcuno mi dicesse che il dottore Maritati ha fatto una chiamata in correità di Rogoli, prima di farlo punire lo chiamerei per sentirlo».
Il carcere è stato, dunque, il luogo in cui la Nuova camorra organizzata ha fatto proseliti?
«Anche il carcere. Stiamo parlando di tempi in cui le guerre sanguinarie fra i due clan camorristici imponevano la necessità di distribuire i detenuti in altre regioni. Tanti arrivarono in Puglia, alcuni anche con la misura del soggiorno obbligato. Come Giuseppe Sciorio, ucciso dal suo autista Roberto Lombardi: in casa di quest'ultimo trovammo i quaderni della camorra come anche i rapporti stretti da Sciorio con due grandi aziende produttrici di grano, una delle quali lo aveva assunto. Inviai lì due investigatori per indagare sui rapporti fra imprenditoria e camorra, fra i quali Vincenzo Caso, poi questore di Lecce, ma furono quasi minacciati dall'allora procuratore della Repubblica. Segnalai tutto alla Commissione antimafia, ma non ho mai conosciuto l'esito dell'istruttoria».
Si può affermare che in Puglia la Nuova camorra organizzata trovò terreno fertile?
«Bisogna andare indietro negli anni 50 e 60 per comprendere in quale contesto maturò la strategia criminale di Cutolo. Sono stati gli anni dei sequestri di persona: nel Salento Filograna, Montinari, Fitto; nel Barese l'imprenditore Abbrusi. A Fasano esisteva già una criminalità di spessore, la presenza in quegli anni di un mafioso per via di un provvedimento di soggiorno obbligato del tribunale di Potenza cominciò a favorire la diffusione del concetto di associazionismo. Il gruppo, non più solo l'individuo».
 

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