Lerario, l'emergenza e gli affidamenti ai fornitori: «Appalti spacchettati per accontentare gli amici»

Sabato 22 Gennaio 2022 di Roberta GRASSI
Lerario, l'emergenza e gli affidamenti ai fornitori: «Appalti spacchettati per accontentare gli amici»

Una procedura che “non esiste”: tre diversi fornitori, che costituiscono il 70 per cento del mercato, per la consegna di 150 stand, cioè pannelli vaccinali per le scuole. Stabilendo in proprio modi e prezzi e con un pacco di mascherine in omaggio. È il meccanismo - per spezzettare un appalto e gestirlo con il sistema degli affidamenti diretti - che sarebbe stato ideato in piena emergenza Covid dall’ex capo della Protezione civile regionale, Mario Lerario, arrestato a dicembre per tangenti. Proprio lui lo ha analizzato, parlando con il giornalista Nicola Lorusso (indagato per rivelazione del segreto d’ufficio e favoreggiamento personale) il 16 dicembre scorso, poco prima del blitz.

Arresto Lerario: «Usato una procedura che non esiste». Legale giornalista: intercettazioni rilevanti

L'inchiesta

Ed è materiale, anche questo, su cui il procuratore capo di Bari, Roberto Rossi e l’aggiunto, Alessio Coccioli, che coordinano l’inchiesta, stanno effettuando valutazioni approfondite. Le conversazioni da cui si evince il “sistema” adottato, sono riportate in una informativa della Guardia di finanza, depositata al Riesame dopo che la difesa di Lerario, sostenuta da Michele Laforgia, vi ha fatto ricorso per ottenere la revoca o l’attenuazione della misura cautelare in carcere. Per poi rinunciare a ogni istanza, in attesa di opporre il rigetto del gip su analoga richiesta. Ma c’è di più. Lerario specifica anche - è riportato - che il Codice degli appalti gli consente di fare un affidamento diretto per importi sotto soglia, e quello in questione lo sarebbe stato soltanto se diviso per tre. Aggiungendo che «se stava un maresciallo ad ascoltare ‘sta cosa, sarebbe impazzito», ma di aver «dovuto usare questa procedura che diversamente non si sarebbe potuta fare».

«Quelli – conclude – oggi hanno consegnato tutto, e incluso nel prezzo hanno consegnato anche per ogni scuola due cartoni di mascherine». Il riferimento al maresciallo è in gergo un modo di far intendere di sapere o sospettare la possibilità che in quei locali, quelli della Regione, fossero in atto intercettazioni ambientali. Battute condivise da diversi interlocutori, anche dirigenti (estranei alle inchieste) impegnati nella gestione dell’emergenza Covid e che si ritrovavano a passare per la sala riunioni. «Adesso – afferma proprio un funzionario – qui ci vuole un colonnello».

Dalle carte dell’inchiesta su Lerario, insomma, emerge che l’esistenza di indagini era ormai nota da tempo. Come anche quella di altri procedimenti su storie di diverso tipo e già archiviati. Su quest’ultimo c’era particolare attenzione. Lo stesso Lorusso aveva avvisato l’ex capo della Protezione civile di voci e informazioni che circolavano nell’ambiente circa un suo imminente arresto. Gli investigatori sottolineano l’utilizzo di una serie di precauzioni per evitare le intercettazioni. Spostarsi in un’altra stanza, o lasciare i cellulari in auto per parlare all’esterno. I continui riferimenti al “maresciallo” in ascolto e alle “cimici” sarebbero, a parere dei militari del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Bari, la testimonianza della «volontà dell’indagato di inquinare o nascondere elementi di prova a suo carico».

Anche bigliettini manoscritti

In alcune circostanze, Lerario avrebbe anche adottato un sistema per eludere le intercettazioni, comunicando con bigliettini manoscritti. Su tutti gli elementi sono in corso ulteriori approfondimenti da parte della procura barese. Il gip nei giorni scorsi ha rigettato la richiesta di scarcerazione formulata nell’interesse di Lerario, dopo le dimissioni che hanno tranciato ogni legame con la Regione Puglia. Il Riesame non si esprimerà sulla sua posizione, dopo la rinuncia del difensore. Sono intanto in corso le consulenze tecniche sul materiale informatico prelevato nel corso delle perquisizioni.

Caso Lerario, addetto stampa perquisito: avrebbe avvisato l'ex capo della Protezione civile delle cimici in ufficio. L'intercettazione: «Ho letto il decreto, me l'ha dato una manaccia...»

Sono indagati anche Antonio Mercurio, collaboratore di Lerario e gli imprenditori Luca Leccese di Foggia; Donato Mottola di Noci; Antonio Illuzzi di Giovinazzo; Domenico Tancredi di Altamura, Francesco Girardi di Acquaviva e Sigismondo Zema di Bari. Il nodo di partenza sono due tangenti da 10mila e 20mila euro per cui due imprenditori sono finiti ai domiciliari.

Quanto alla posizione del giornalista Nicola Lorusso: «Stigmatizziamo con forza la diffusione di intercettazioni irrilevanti, tratte da atti che non sono a disposizione della difesa e che comunque sembrerebbero confermare l’assoluta irrilevanza penale delle condotte contestate al mio assistito» ha dichiarato in una nota l’avvocato Cristian Di Giusto, difensore di Lorusso. Sottoposto a perquisizione il 12 dicembre scorso, è accusato di aver rivelato a Lerario la presenza di microspie negli uffici della Regione. «L’unica fuga di notizie - aggiunge il difensore - è quella che avviene quotidianamente sui mezzi di informazione».

Ultimo aggiornamento: 13:57 © RIPRODUZIONE RISERVATA