Lecce, tutti in gita tranne i “discoli”: bufera sulla scuola media

Lecce, tutti in gita tranne i “discoli”: bufera sulla scuola media
di Paola ANCORA
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Giovedì 12 Maggio 2022, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 13 Maggio, 12:39

La classe va in gita, ma i “cattivi” restano a casa. È accaduto alla scuola media Alighieri Diaz di Lecce, dove i professori di una seconda hanno deciso, per punire gli alunni più turbolenti, di escluderli dall’attività didattica fuori sede: una gita a San Cataldo per conoscere più da vicino gli sport acquatici come il surf, il wind surf e il sup. Una scelta drastica che ha lasciato di stucco i genitori di questi ragazzini di 12 anni. «Hanno fatto una selezione – spiega la madre di uno degli alunni esclusi – penalizzando i più irrequieti, quelli che avevano più note di biasimo sul comportamento, ma a me sembra strano. Mio figlio, con me, non ha voluto dimostrarsi dispiaciuto, ma alcuni suoi compagni ci sono rimasti male». «La classe – conferma un altro genitore – è estremamente rumorosa, i professori più volte ci hanno convocati per riferire dei comportamenti dei ragazzi, ma i nostri figli non sono manichini, sono soltanto vivaci: discriminarli in questa maniera porterà loro dei benefici dal punto di vista della condotta? Non credo affatto». 

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Il precedente


Per trovare un caso simile bisogna riavvolgere il nastro delle cronache nazionali fino al 2019, quando in una scuola media di Massa, in Toscana, per la gita scolastica sulla costiera amalfitana furono selezionati in base al voto in condotta soltanto 86 alunni sui 110 che quell’anno frequentavano la seconda classe. Si sollevò un vespaio di polemiche, con i genitori infuriati e la preside a rivendicare la scelta compiuta. Perché quando i professori accettano di accompagnare fuori dalla scuola i loro studenti, sono responsabili davanti alla legge di tutto quanto accade loro: non tutti, dunque, vogliono assumersi la responsabilità di portare con sé anche ragazzini vivaci, rischiando di mettere a rischio la sicurezza del gruppo. Ma fino a che punto – pur per motivi comprensibili - è giusto disegnare una linea di demarcazione fra i buoni e i cattivi in un gruppo di dodicenni? 

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Il parere dell'esperta


Maria Podo, psicologa dell’età evolutiva, spiega quale sia, a suo avviso, l’errore originario commesso in questa vicenda: «La gita di istruzione - dice - viene ancora considerata un premio e non, invece, un momento di coesione del gruppo come dovrebbe essere». Difficile eccedere nella severità di giudizio su una scuola che «ha affrontato due anni durissimi, stremando gli insegnanti e forse - prosegue l’esperta - facendo perdere di vista, almeno un poco, l’obiettivo principale della funzione docente, ovvero formare la persona oltre che trasferire conoscenza». Per Podo la gita scolastica mancata, permessa ad alcuni e non ad altri, è stata «una opportunità persa. La scelta dicotomica se fare o non fare la gita - aggiunge - può essere spiegata soltanto se quel momento è riconosciuto come premio e non come uno dei momenti di formazione fra i più profondi che ragazzini di quell’età possano vivere». Peggio: «È come dare loro una etichetta dicendo che non possono più cambiare, rifiutarsi di riconoscere loro una possibilità. Pur tenendo in considerazione le emozioni di tutte le parti coinvolte, proviamo a metterci nei panni di un 12enne: chiunque resterebbe dispiaciuto e quand’anche non si dimostrasse tale, questa presunta indifferenza sarebbe figlia degli stessi motivi che spingono alcuni ragazzini a usare parolacce in classe o a fare a botte». Il presupposto, infatti, è che «la pre-adolescenza è un’età in cui si fatica a mostrarsi e a riconoscersi per quello che si è. Comprendo bene le perplessità dei genitori - conclude la psicologa Podo - ma non devono nemmeno dimenticare che è la famiglia la culla delle espressioni della personalità, il terreno su cui essa si sviluppa». La mancata gita scolastica, insomma, viene a valle di un percorso nel quale scuola e famiglia non hanno saputo dialogare, rifugiandosi nell’angolo comodo della semplificazione, della punizione, dello scarico di responsabilità, lasciando che a “pagare” fossero i ragazzi. 

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La protesta

La protesta dei genitori non ha preso, finora, la via di una rimostranza ufficiale, ma il malcontento serpeggia, fra chi teme che l’irrequietezza dei propri figli degeneri e chi, ancora, sottolinea quanto difficile sia stato, per questi ragazzini, affrontare gli ultimi due anni di scuola: «Abbiamo anche figli più grandi – proseguono – che hanno frequentato la stessa scuola senza avere di questi problemi. La didattica a distanza, le difficoltà sul lavoro che alcuni di noi hanno avuto con la pandemia, non sono problemi facili da affrontare e metabolizzare per un dodicenne». Perché se è vero che la scuola non ha mai mancato di dialogare con le famiglie, evidenziando quali fossero i comportamenti dei ragazzi sui quali intervenire con piglio deciso, è vero anche che ogni famiglia è un mondo a sé. Fra i genitori dei ragazzini esclusi dalla gita ci sono operai costretti a lavorare fuori o madri sole che mettono insieme il pranzo con la cena fra un lavoro precario e un altro. Un mare di difficoltà e bisogni che la pandemia ha aumentato e che la scuola, con gli strumenti che ha, non riesce sempre ad affrontare, in un dialogo con le famiglie che negli ultimi anni si è fatto farraginoso, quando non apertamente conflittuale. 
La riflessione è aperta e l’argomento divide: i ragazzini esclusi avranno imparato qualcosa dopo questa punizione? O si saranno approfonditi il disagio e la distanza dai compagni e da un percorso scolastico più sereno? Domande alle quali soltanto il tempo riuscirà a dare una risposta.

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