Il ministro Lamorgese: «Contro le infiltrazioni nella spesa del Pnrr ci saranno più controlli»/L'intervista

Domenica 10 Ottobre 2021 di Francesco G. GIOFFREDI
Il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese

«Lo Stato c’è e ci sarà», presidiando tutte le articolazioni, le tappe e le strettoie del Pnrr. Una presenza che si nutre di atti concreti e di passaggi anche simbolici, ma comunque necessari e a tutela della legalità: è questo il post-it di Luciana Lamorgese. La ministra dell’Interno ha trascorso un weekend denso nel Salento: prima la visita a Carmiano per la consegna a due associazioni dell’immobile confiscato alla mafia e destinato a diventare “Casa della Salute”; poi l’incontro a Lecce su “Pnrr è sviluppo e sicurezza”, organizzato dal senatore Dario Stefàno. C’è il tempo per qualche battuta a margine, al secondo piano del teatro Apollo e prima di salire sul palco, il messaggio di fondo - rafforzato poi durante il dibattito - è ispirato al lessico della fiducia, della trasparenza e della concretezza, leve fondamentali nella partita del Recovery: «così tanti fondi non si sono mai visti», è «un’opportunità unica per il Paese» e bisogna «lavorare tutti insieme», solo così «riusciremo a fare la nostra parte», anche facendo «recepire ai territori che devono avere fiducia nelle istituzioni». Partendo da un imperativo: col Pnrr «oggi c’è una grande sfida, dobbiamo essere uniti e sulla stessa linea, perché tutto avvenga secondo regole e tempi giusti, la rapidità del resto è un elemento importantissimo», anche perché l’Italia è incalzata dai «controlli dell’Ue», che «laddove verificherà che le risorse non sono state impegnate o sono state spese in modo non corretto, potrebbe richiederne la restituzione». Rapidità ed efficacia della spesa, tra target e milestone (i paletti quantitativi e qualitativi nel Pnrr), ma senza arretrare sul terreno della legalità. Ed è qui che entra in gioco il Viminale.
Ministra, il Pnrr può essere una calamita per la criminalità: quanto è forte questo rischio e quali contromosse pensate di mettere in campo? La relazione semestrale Dia ha già segnalato l’aggressione della malavita al circuito degli aiuti in crisi Covid e al tessuto delle imprese più in affanno.
«Innanzitutto, abbiamo già sottoscritto dei protocolli di legalità sia con la che con Cassa depositi e prestiti per le imprese di maggiori dimensioni. E con una norma del 2020 abbiamo dato la possibilità anche ai privati di accedere alla banca dati nazionale antimafia per verificare se i soggetti con cui sono in rapporti hanno problemi legati alla criminalità. L’Ance ha chiesto di sottoscrivere un protocollo ed è questa la strada per gli operatori che stanno sul mercato. Inoltre, stiamo mettendo in campo ulteriori modifiche al codice Antimafia per rendere ancora più stringenti i controlli, in modo da garantire al massimo che le risorse non vadano in mani sbagliate. Bisogna poi tenere conto dell’attività di prevenzione delle forze di polizia, o delle interdittive antimafia che le Prefetture stanno portando avanti con grande determinazione, ad oggi sono circa 1.400 sul territorio nazionale nei primi nove mesi. Insomma: attività di prevenzione, che è la precondizione dello sviluppo, e repressione».
Al Mezzogiorno i rischi d’infiltrazione criminale nel sistema di spesa del Pnrr e nell’economia sana sono maggiori?
«Guardi, e lo dico avendo fatto il prefetto al Nord: sono realtà presenti ovunque. Quando ero prefetto di Milano ho chiuso per mafia una farmacia, unico caso in Italia. La criminalità è ramificata in tutto il Paese».
Da una parte l’esigenza di spendere “presto e bene”, dall’altra i necessari controlli di legalità e trasparenza: spinte all’apparenza contrapposte, come conciliarle?
«Si tratta di un tema affrontato già nel precedente governo, quando iniziò il periodo di lockdown e c’era l’esigenza di supportare le famiglie con misure economiche: in quella fase abbiamo confermato la necessità di erogare tempestivamente le risorse, abbiamo distribuito milioni e milioni nel giro di poche ore per dare sostegno a chi era in difficoltà. Ma senza tirarsi indietro sui controlli, anche successivi e tali da determinare la revoca del beneficio economico. Posi il problema in Consiglio dei ministri: bene la rapidità, ma non possiamo cedere davanti alle esigenze della sicurezza. La criminalità organizzata, poi, molto facilmente si adatta alle varie situazioni ed è in grado di modificare i propri comportamenti in modo subdolo, anche rappresentandosi come una sorta di “welfare alternativo”».
I territori e gli enti locali temono da un lato di restare ai margini della governance del Pnrr, e dall’altro di non avere personale adeguato alla sfida, per numeri e competenza. Occorre intervenire, ma come?
«I Comuni hanno circa 12 miliardi da spendere, ci sono circa 60mila progetti sull’intero territorio: daremo loro una mano perché possano essere efficienti e rapidi. Molto spesso non hanno le professionalità giuste e il personale necessario, vero. Bene ha fatto il ministro Brunetta a procedere con i bandi per le assunzioni. Spesso poi gli enti locali hanno le risorse, ma non possono spendere perché “stretti” nel Patto di stabilità, tra lacci e vincoli. Ma è un problema che abbiamo anche nelle amministrazioni statali».
“Correre”, però senza trascurare l’altro fronte oltre a quello della legalità: la sicurezza sul lavoro. Troppe morti bianche, la Puglia è un caso paradigmatico. Dov’è il vulnus? Nelle norme, nei controlli, nella formazione, nella responsabilità dei singoli?
«La sicurezza sul lavoro è la precondizione fondamentale di tutto. Il ministro Orlando su questo è molto impegnato, a breve presenterà anche delle proposte. Ma è necessario anche un grande senso di responsabilità da parte delle aziende, che devono mettere in sicurezza luoghi e strumenti di lavoro».
La maggiore fragilità dell’economia meridionale penalizza il Sud in fatto di sicurezza sul lavoro?
«Anche in questo caso, non ci sono grandi differenze: abbiamo visto episodi tragici anche al Nord, non è un problema solo del Sud. La globalizzazione è anche in questo». 
Andrebbe rafforzata la rete degli ispettori del lavoro: in Puglia sono appena 152 per 327mila imprese.
«Su questo il governo sta lavorando in maniera concreta»
Lei è stata a Carmiano venerdì, un bene confiscato alla mafia e restituito alla collettività è sempre una pagina memorabile. Però spesso il sistema si inceppa: dopo le confische, ai beni manca “l’ultimo miglio” e restano spesso inutilizzati o persino abbandonati.
«Proprio nel Pnrr ci sono risorse per la rifunzionalizzazione di alcuni beni per renderli poi fruibili. È un passo molto importante».
I casi di Comuni sciolti per infiltrazioni mafiose continuano a susseguirsi. Il faro del Viminale e delle Prefetture da qualche anno è ancora più vigile, ma cosa si può fare di più per prevenire o stoppare sul nascere?
«C’è bisogno della rete delle Prefetture e delle forze di polizia. E c’è bisogno di grande attenzione. Penso all’esempio di ieri (venerdì a Carmiano, ndr): un bene confiscato, la cui procedura si è conclusa nel 2015, che veniva utilizzato dallo stesso soggetto a cui era stato tolto, finché il Comune non è stato sciolto per mafia e il primo atto della Commissione prefettizia è stato proprio il bando di gara. La struttura, così, è stata affidata a due associazioni per la “Casa della salute”. È questo il lavoro da fare».
Dodici Paesi chiedono un muro anti-migranti anche in Europa, intanto.
«L’idea desta preoccupazione. Bisogna aiutare i Paesi terzi da cui partono i migranti perché solo in questo modo si riuscirà a bloccare l’immigrazione. È un problema strutturale, non congiunturale: occorre andare alle radici, aiutare quei Paesi e risollevarne l’economia, consentendo a chi oggi fugge di rimanere con dignità. L’Europa, se ha un senso, deve realizzare partenariati con i Paesi terzi».

Ultimo aggiornamento: 16:21 © RIPRODUZIONE RISERVATA