L'intervista/Vendola dopo il caso Di Gioia: «La Regione ormai casa dei trasformisti. Il Pd prenda le distanze dal governatore»

L'intervista/Vendola dopo il caso Di Gioia: «La Regione ormai casa dei trasformisti. Il Pd prenda le distanze dal governatore»
Nichi Vendola, quanto la stupiscono le dichiarazioni di Leonardo Di Gioia, che pure è stato suo assessore? Da parte di Emiliano, o dell'area di sua stretta pertinenza politica, c'erano stati già patti e alleanze con realtà moderate o di centrodestra, mai però con la Lega o con ex o neo leghisti. Se lo aspettava?
 «Ho trovato sconcertante l'ultima piroetta politica di Di Gioia, l'insostenibile leggerezza del suo permanente saltellare da uno schieramento all'altro, fino alla scandalosa dichiarazione di voto per il partito razzista di Matteo Salvini. Umanamente prima che politicamente ne sono colpito e turbato. So bene che è forte e antico l'istinto a salire sul carro del vincitore, ma quel vincitore, cioè la Lega, è un predicatore di odio e di paura ed è una minaccia per la convivenza e la democrazia».
Eppure Emiliano, non troppo tempo fa e in vista delle elezioni europee, aveva sostenuto la necessità di una specie di comitato nazionale di liberazione dalla Lega. 
«Emiliano spesso cerca di mettere l'abito buono a cose cattive, cerca cioè di nobilitare politicamente quella pratica poco nobile che si chiama trasformismo. E non si rende conto che così facendo ferisce il centrosinistra, ne sfigura l'anima e il progetto, ne mina la credibilità. Oggi in Regione Puglia è difficile capire cosa sia diventata la politica».
A chi spetta la prima mossa per uscire dall'imbarazzo? A Di Gioia, che dovrebbe coerentemente dimettersi? A Emiliano, che dovrebbe altrettanto in coerenza revocare le deleghe all'assessore? O alla maggioranza, che dovrebbe farsi promotrice di una mozione di sfiducia?
«Diciamo che, per igiene della politica, avrebbero dovuto accadere le tre cose contemporaneamente: che aspetta Di Gioia a dimettersi? Che aspetta il governatore a dimetterlo? Che aspetta la coalizione a difendere il proprio onore?».
Di Cagno Abbrescia, Cassano e non solo: lei ha sempre puntato l'indice contro queste derive trasformistiche, lo ha fatto anche durante l'assemblea Prima le idee (tenutasi a Bari il 23 febbraio) e sembrava che Emiliano avesse recepito almeno in parte il messaggio. E invece?
«Emiliano spesso mette in scena la retorica dell'ascolto ma è pura fiction. La sua azione politica e amministrativa è frutto di improvvisazione, di convenienze del momento, di gusto per il gioco d'azzardo, di dipendenza patologica dai social network: così supplisce a quell'evidente vuoto di progetto per cui non si sa quale sia, al di là del folclore, l'idea di Puglia che propone per il futuro».
Il primo a cooptare Di Gioia in una giunta di centrosinistra però è stato lei, presidente...
«È vero. Ricordo il contesto. Con le politiche del 2013 il mio assessore al Bilancio, Michele Pelillo, era diventato deputato. Sostituirlo non era facile, considerando l'enorme fatica di contrastare quell'assalto alla diligenza che, nelle sessioni di bilancio di fine anno, vedeva una maggioranza trasversale di consiglieri regionali impegnati a drenare denaro pubblico per interessi particolari, corporativi, clientelari. Con l'opposizione ferma e responsabile di Rocco Palese e con la competenza tecnica di Di Gioia abbiamo governato le finanze regionali senza deragliare dai doveri della buona amministrazione: dico una verità certificata dalla Corte dei Conti. Ma l'ingresso di Di Gioia in giunta non si trasformò mai in una apertura a destra, nonostante che io (a causa di una sciagurata legge elettorale) non godessi di una vera maggioranza in Consiglio. Neppure l'Udc, che pure premeva, entrò nella mia maggioranza, nonostante i buoni rapporti con il compianto Totò Negro. E infine: tutto si può dire del mio decennio al governo della Puglia, tranne che puzzasse di trasformismo o di cedimenti alla destra».
Il centrosinistra pugliese non esiste più? Emiliano predica il civismo multicolor, il Pd è rattrappito su se stesso e diviso, la sinistra è ridotta al minimo. Le difficoltà del centrosinistra pugliese sono solo lo specchio delle incertezze e degli errori del governo regionale, o appartengono anche a problemi strutturali che vengono da lontano?
«Il mio pensiero, ridotto all'osso, è questo: il centrosinistra si è suicidato negli anni del renzismo, che è stato una variante fulminante e subito fulminata del blairismo. Ma la sinistra di governo in tutto il mondo ha faticato a comprendere come stesse maturando, nelle viscere della crisi economica mondiale, una nuova dirompente questione sociale che, insieme alla questione ambientale, chiedeva una nuova narrazione: il contrario della subalternità al liberismo. Quella subalternità ha regalato i ceti medi e il nuovo sottoproletariato delle periferie al rancore dei populisti e alle suggestioni dei sovranisti. In questo contesto il caso Emiliano ha una sua peculiarità: tutta interna alla storia del trasformismo delle élite meridionali».
Quel percorso dal basso intrapreso dalla sinistra, dai movimenti, da una parte del Pd con Prima le ideesi è arenato? Non se ne parla più. E a cosa dovrebbe portare? Alla candidatura di un nome alternativo a Emiliano alle regionali del 2020?
«Credo che oggi la priorità sia battersi contro i razzisti e i fascisti nelle elezioni europee, e in quelle amministrative. Poi si dovrà fare il punto e capire che fare per il bene della nostra terra. Non c'è nulla di definito e di certo, a cominciare da chi candidare allapresidenza della Regione. Il Pd candiderà Emiliano? Proporrà le primarie? Cercherà un candidato alternativo? Vedremo...».
Pensa che il Pd possa seguirvi lungo questo percorso? Vi ritrovereste magari a condividere un pezzo di strada con i renziani.
«Noi dobbiamo innanzitutto far vivere un progetto forte e leggibile di Puglia della solidarietà e dei diritti, dell'innovazione e dell'accoglienza. Questo è il tema, non i posizionamenti dei vari pezzi del ceto politico». 
Ma se le venisse chiesto, dopo opportuna mobilitazione, di sfidare Emiliano alle Regionali, cosa risponderebbe?
«La mia esperienza alla Regione Puglia si è conclusa nel 2015. E sono orgoglioso di ciò che abbiamo realizzato in dieci anni».
Proprio per difendere il suo decennio di governo, lei dovrebbe essere in prima linea da candidato. E poi: ha ancora senso parlare di primarie di centrosinistra, in Puglia?
«Le primarie sono nate come uno strumento per restituire il centrosinistra al suo popolo, per battere le oligarchie di partito e non arrendersi al cattivo realismo di chi pensa che per vincere occorre camuffare la propria identità. Oggi rischiano di essere un giocattolo nelle mani dei trafficanti di consenso clientelare».
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Venerdì 10 Maggio 2019 - Ultimo aggiornamento: 10:29