L'intervista/Calenda: «L'Italia bloccata dai "mostri", la politica non sa più gestire. In Puglia c'è il peggior populista»

Sabato 18 Luglio 2020 di Francesco G. GIOFFREDI
Carlo Calenda, quando ha scelto il titolo del suo ultimo libro (I mostri) si è ispirato più a Dino Risi o a Francisco Goya?
«Mi ha ispirato il film di Risi perché metteva già al centro alcuni modi di essere degli italiani. E il libro parla dei mostri del nostro rapporto con l'intera comunità nazionale».
L'elencazione dei mostri autoprodotti è dettagliata: qual è il peggiore?
«L'insoddisfazione per la politica, perché nasconde una mancanza di responsabilità. In Italia eleggiamo i politici sulla base non di quello che fanno o della preparazione che hanno, ma di uno scontro ideologico o delle tifoserie, da sinistra a destra. Dopodiché veniamo governati male, ci diciamo insoddisfatti dello Stato e perciò mettiamo in campo comportamenti deleteri: dal non pagare le tasse al pensare che lo Stato possa abolire la povertà. Ma tutto ciò dipende da noi, che abbiamo eletto politici incapaci».
Insomma: il cuore è tutto nel deficit di società e di capitale sociale. Problema ulteriormente amplificato al Sud.
«Esatto. Faccio l'esempio del federalismo: si dice sempre che non ha funzionato. In realtà al Nord ha abbastanza funzionato, pur essendoci cose che vanno rimesse a posto. Al Sud non è andata così perché non sono mai stati eletti politici decenti, la classe dirigente spesso non sa gestire, si lamenta dello Stato e non ha cura delle istituzioni. Ma il Mezzogiorno ha gli strumenti per fare da sé».
Non proprio: la necessità di riequilibrare la spesa e di pareggiare i trasferimenti è rilevata in modo spesso inequivocabile.
«E nel libro lo ricordo e lo quantifico. Ma il punto è che, pur riequilibrando, ci sono 6,7 miliardi di fondi europei non spesi dall'inizio della crisi anche per i veti delle regioni meridionali. Puoi riempire di risorse il Sud, ma ciò non garantisce che miglioreranno i servizi. Quando proponevo di compattare tutti i fondi sul credito di imposta o su Industria 4.0, la risposta che mi davano i governatori meridionali era sempre la stessa: volevano mantenere gli incentivi a bando negoziandoli uno ad uno con le imprese, perché così guadagnavano consenso».
La spesa delle risorse è un esempio classico, ma il principio è generale: siamo tutti bravissimi a indicare cosa occorre fare, ma nessuno sa spiegare il perché non si faccia.
«È proprio questo il punto. La spiegazione è nel rapporto tra cittadino e politica e in quello tra i tre poteri dello Stato: politica, burocrazia e giustizia, ognuno fa la guerra all'altro. La politica indica sempre la burocrazia come alibi del non fare, ma riesce a far dimenticare a tutti che il compito della politica è proprio gestire la burocrazia. Io al ministero sono riuscito a far funzionare la burocrazia e a realizzare tutto quello che volevo, bene o male poi non è un giudizio che spetta a me. Ma non ho mai usato alibi. La politica non è più l'arte del governo, è solo parlare alla pancia del Paese: se non partiamo da questa consapevolezza, diventa difficile salvarci».
Lei prova a superare la linea di frattura destra-sinistra, ma una faglia in una società democratica c'è sempre. Qual è? Il populismo? Il sovranismo?
«La linea di demarcazione è tra chi sa gestire e ha il foglio del come e chi no. Ma su questo non si ragiona più: quando a novembre abbiamo lanciato Azione, con Walter Ricciardi abbiamo puntato da subito sul tema della sanità con proposte concrete delle quali non è fregato niente a nessuno. Basta solo dare del fascista o comunista, magari tenendosi i criticati decreti sicurezza».
All'interno del come però conta anche il merito delle cose.
«Non interessa a nessuno. Si pensi all'immigrazione: Salvini voleva espellere 600mila immigrati irregolari. L'unico modo sarebbero i rimpatri volontari, ma a Salvini non conviene dirlo, perché ci sono - come per ogni iniziativa di governo - delle controindicazioni: c'è chi lo accuserebbe di dare soldi agli immigrati».
Lei sostiene persino che il campo progressista dovrebbe appropriarsi del concetto di identità: terreno scivoloso.
«A un certo punto è stato detto che l'identità e i confini nazionali non esistevano più, che la cultura era multiculturale e che quanto definiva l'essere italiano fosse di destra. Ma tutto ciò per la maggioranza della popolazione vuol dire qualcosa. Abbiamo due alternative: o lavoriamo a una forte identità repubblicana legata alle istituzioni, o prevarrà un'identità etnica, che è quella che vogliono i sovranisti».
Il dibattito italiano si avvita spesso su non-temi, dimenticando il cuore dei problemi: mancata crescita economica, divario sociale, erosione del ceto medio.
«Stiamo tutto il giorno a parlare di fascisti e comunisti mentre c'è una frattura enorme nell'Occidente: il progresso è andato velocissimo e la società lentissima, perché non abbiamo investito nulla sull'uomo. Basta comparare le somme investite sulla tecnologia a quelle per la formazione. Quando viene rilevato che il 40% degli studenti italiani delle superiori ha competenze fragili, a fronte del 20% in Europa, vuol dire preparare il disastro del Paese».
È questo il vero intervento straordinario per il Sud?
«Esatto. Lo Stato deve dire alle regioni meridionali: è mio interesse garantire servizi adeguati e con una qualità paragonabile a quella del Nord. Federalismo e autonomia dovrebbero essere variabili: se i servizi al Sud non sono all'altezza, deve subentrare lo Stato, anche - per esempio - imponendo il tempo pieno agli studenti anche quando non lo vogliono gli stessi meridionali. La verità è che il meridionalismo spesso combatte per le ragioni del Sud e mai per quelle dei cittadini del Sud».
Lo dicono i sondaggi: Azione ha sorpassato Italia viva, pur senza grande rappresentanza istituzionale. Perché non vi alleate? Stesse idee, stesso lessico.
«Ma non ci penso proprio. E non abbiamo lo stesso lessico: Renzi ha una visione del mercato, della globalizzazione e della società che è ancora dentro lo schema blairiano, secondo cui tutto si sistema grazie a globalizzazione e tecnologia. Io non penso questo. E ci sono altri due temi dirimenti: la politica recupera la rappresentanza solo se si comporta in modo serio, lineare e trasparente, cioè l'esatto contrario di ciò che fa oggi Renzi; e poi è lui l'autore del governo col M5s. Il lavoro di Azione non è allearsi, ma riprendersi la rappresentanza, paradossalmente proprio come hanno fatto Salvini e Meloni: sono partiti dal 2,5%, hanno intercettato un pensiero come il sovranismo, che io trovo ridicolo e inconsistente, e sono andati in giro per l'Italia a spiegarlo. Tutto questo si chiama politica».
In Puglia però s'è alleato con Renzi.
«Sì, perché c'è il peggior populista come governatore, l'essenza della mancanza di serietà. Oltre alle cose che ha detto e fatto, Emiliano è capace di sostenere di essere l'erede dei partigiani e poi di allearsi con un sindaco fascista. E dall'altro lato abbiamo Fitto, che torna dopo alcuni anni, ma con la Meloni, e neppure questo mi sembra normale».
Così fate vincere la destra.
«Normalmente, nel resto d'Italia, ci dicono di scegliere il meno peggio, magari un candidato che è il tipico funzionario da Partito comunista. Ma in Puglia c'è proprio il peggio: Emiliano è pericoloso e opaco, è un tegame con lo spezzatino, in cui ci puoi buttare dentro di tutto, fascisti, programmi anti-fascisti, pro Tap, no Tap, insulta il Pd e fa le primarie del Pd, è tutto il peggio della politica».
Intanto l'Ilva s'avvia alla transizione a idrogeno, a quanto pare. Lei sosteneva fosse impossibile. Oppure c'è il gas.
«Sono cazzate, lo scriva così. La produzione a idrogeno non esiste: forse sarà inventata, ma non c'è. C'era invece un contratto blindato che proteggeva i lavoratori con 150mila euro di penale a esubero e garantiva 2,4 miliardi di investimenti, ma è stato fatto saltare. Ci hanno detto che Mittal era il più cattivo dei cattivi, e poi hanno stipulato un accordo secretato e peggiorativo per permettere gli esuberi. Ilva a gas? Occorrerebbe cambiare l'alimentazione, e costa 2 miliardi; uno sconto del prezzo del gas del 30%, e non si può fare per regole europee; una tassa per il blocco dell'importazione dell'acciaio fatto a carbone. Io in Europa sto lavorando per tutto questo, ma non è un'opzione di domani mattina».
Ma Azione quale governo appoggerebbe?
«Un governo Draghi sostenuto dalle forze politiche più larghe possibili che si rendano conto dello tsunami sociale e finanziario in corso e che l'Italia dipende dal fatto che la Bce faccia un Quantitative easing solo per noi e per sempre. Un governo straordinario, di amministratori competenti di tutti i colori, che rimetta in piedi il Paese e ci consenta di tornare sui mercati anche senza Bce».
Un governo senza ali estreme.
«Un governo con chi si riconosce nella collocazione europea dell'Italia e nella necessità di crescere prima di redistribuire. Ci sono cinque stelle ragionevoli, come Patuanelli? Ci sono leghisti che sanno amministrare? Anche loro dovrebbero far sentire la loro voce». © RIPRODUZIONE RISERVATA