L'intervista alla ministra Carfagna a Brindisi per il Cis: «Progetti attesi da anni. Autonomia? Solo solidale»

L'intervista alla ministra Carfagna a Brindisi per il Cis: «Progetti attesi da anni. Autonomia? Solo solidale»
di Paola ANCORA
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Martedì 28 Giugno 2022, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 29 Giugno, 13:57

“Pianta un albero all’ombra del quale non siederai tu”: è quello che la politica dovrebbe fare. Ministro Mara Carfagna, dalle Zes ai Cis, la mole di investimenti che ha destinato al Sud è ingente. L’“albero” è piantato, le procedure burocratiche per la realizzazione dei progetti sono state snellite: quando ne coglieremo i frutti?
«Credo che ognuno di noi potrà sedersi sotto quest’albero, se sapremo rispettare impegni e scadenze nella prossima legislatura e col prossimo governo. L’arco di attuazione del Piano di Ripresa è di cinque anni, quindi entro il 2026 ogni singolo progetto dovrà essere completato, pena la perdita dei finanziamenti. Il compito di questo esecutivo è stato ottenere i fondi e avviare la macchina degli interventi, ma toccherà al prossimo portarla a destinazione. Anche per questo, credo sia importante, fin da ora, un impegno di continuità da parte di ogni singolo partito». 
Andiamo nel dettaglio. Oggi sarà in prefettura a Brindisi per la firma del Cis Brindisi-Lecce-Costa Adriatica: una iniezione di risorse in Enti locali che sono stati e sono in grande difficoltà finanziaria e che riusciranno così a realizzare progetti di rivalutazione della fascia costiera. La legge assegna a lei, ministro per il Sud e la Coesione territoriale su delega del premier, la responsabilità di individuare gli interventi da finanziare. Qual è il suo giudizio sui progetti che le hanno sottoposto le amministrazioni di Brindisi e Lecce?
«Il Cis Brindisi-Lecce è uno straordinario esempio di collaborazione istituzionale. Ogni singolo comune della costa ha lavorato per produrre progetti collegati a una chiara visione d’insieme: rendere quei 200 chilometri di costa più sicuri, attrezzati, vivibili, belli, dotati di servizi. Cambierà in meglio il volto delle marine e delle aree urbane del Salento, con un complesso di 37 interventi immediatamente attuabili per 184 milioni, più altri 47 giudicati ammissibili per un valore di 360 milioni. Non sono i soliti “finanziamenti a pioggia”, ma investimenti specifici e coordinati resi possibili anche dalla qualità e dalla omogeneità dei progetti. È un grande segno di maturità dei territori e delle loro classi dirigenti».
Nei contratti sono definiti il tipo di interventi, la responsabilità dei contraenti, il monitoraggio da effettuare e le sanzioni per eventuali ritardi o inadempimenti: ci indichi la tabella di marcia che i Comuni dovranno rispettare.
«I Cis sono contratti molto accurati e “sorvegliati”. Il monitoraggio è affidato all’Agenzia per la Coesione e, in caso di inadempienza, i singoli Comuni rischiano di perdere i finanziamenti o di essere sostituiti da Invitalia nel loro ruolo di centrale di committenza. Ma sono certa che gli enti pugliesi rispetteranno gli impegni: molti dei progetti su cui investiamo sono attesi da anni e possono costituire i “fiori all’occhiello” di questo ciclo amministrativo».
La strategia nazionale “Aree interne” si è arricchita nei giorni scorsi di 23 nuove aree. Fra queste l’Alto Salento. Ci spiega cosa sono le Aree interne e perché anche questo è un tassello importante del mosaico che sta costruendo? 
«La metafora del mosaico è corretta: la mia intenzione è comporre un disegno di Italia più giusta, dove ogni singolo cittadino abbia pari accesso ai diritti costituzionali alla salute, all’istruzione, alla mobilità. Le aree interne del nostro Paese sono, così come il Sud, luoghi dove questi diritti risultano “attenuati” e anche per questo rischiano il totale spopolamento. Bisogna investire per renderle vivibili. La Strategia Nazionale serve a questo, e ne abbiamo fatto uno dei perni dell’attività del ministero: abbiamo chiuso tutti i 72 accordi fermi da anni, l’abbiamo estesa e ne abbiamo riformato le procedure per rendere l’accesso ai fondi più semplice e rapido».

Zes, scelti e nominati i commissari, cosa accadrà e cosa dobbiamo aspettarci nell’immediato futuro?
«L’impresa italiana, e spero anche quella internazionale, comincia a interessarsi alle opportunità che offrono le Zone economiche speciali del nostro Sud. Pochi giorni fa hanno aperto i primi quattro “sportelli digitali” in Campania, Abruzzo, Sicilia Orientale e Sicilia Occidentale, e già si segnalano venti richieste di aziende del settore agroalimentare, manifatturiero, logistico. A breve, quando tutti e otto gli sportelli digitali saranno attivi, le Zes potranno davvero diventare un volano per l’economia e l’occupazione delle regioni meridionali».
Ministra, entro luglio ci sarà la sottoscrizione dell’accordo con Bruxelles per i fondi strutturali: 42,18 miliardi di euro, 31,67 dei quali al Mezzogiorno, la cifra più alta mai ottenuta fino a ora. Cifra che lei ha salutato specificando che quelle risorse «consentiranno all’Italia di diventare un Paese più giusto, più moderno e più sostenibile». Eppure altrove le risorse europee - penso alla Spagna - hanno dato ritorni “immediatamente” e più concretamente visibili, dai trasporti all’agricoltura. Qui la sensazione diffusa è che il denaro europeo non ci abbia comunque finora consentito quello scatto in avanti necessario per agganciare il Nord del Paese. Cosa ne pensa? Di chi sono, se ci sono, le responsabilità?
«Preferisco guardare avanti che fare la “caccia al colpevole”. Sotto il profilo dell’efficienza della spesa, il Pnrr segna uno spartiacque per il nostro Paese, perché insieme al Piano abbiamo varato un “metodo” che consente di valorizzare al massimo ogni singolo euro ricevuto dall’Europa, senza sprecare nulla: cronoprogrammi precisi e una cabina di regia che interviene per affiancare, o addirittura sostituire, le amministrazioni inadempienti per qualunque ragione. Abbiamo esteso questo modello ai Fondi strutturali europei, con i poteri sostitutivi affidati all’Agenzia per la Coesione, e sono certa che aiuterà a superare le criticità del passato. Credo anche che i consistenti investimenti che abbiamo fatto sulla capacità di progettazione dei territori, attraverso assunzioni o sostegni tecnici esterni, aiuteranno a usare bene e in fretta ogni strumento e investimento disponibile».
Fra Governo e Regioni del Nord (Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna) è intavolato un confronto sulla messa a terra dell’autonomia differenziata. Alcuni governatori del Sud, da De Luca a Emiliano, si sono già detti contrari alla riforma, così come molti sindaci. Temono che, dopo, si avranno “tante Italie” diverse e il Mezzogiorno resterà condannato alla povertà. Cosa vuole dire loro?
«L’autonomia differenziata non è un male in sé, a patto di impostarla correttamente. La via maestra per realizzarla passa attraverso l’indicazione e il finanziamento dei Livelli essenziali di prestazione validi in tutta Italia, nonché di un fondo perequativo a beneficio dei territori con minore capacità fiscale. Sono due provvedimenti che eviterebbero di penalizzare il Sud, attuando disposizioni costituzionali e di legge. Non credo siano possibili scorciatoie rispetto a questo modello, nessuno può pensare di aumentare i poteri delle Regioni senza costruire solidi meccanismi per il recupero dei divari e la realizzazione di diritti di cittadinanza uguali da Bolzano a Ragusa».

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