L'intervista a Vincenzo Divella, ad del pastificio famoso in tutta Italia: «Costi schizzati alle stelle. L’impresa è non mollare»

«A noi imprenditori del Meridione dovrebbero farci una statua d’oro»

Giovedì 27 Gennaio 2022 di Alessio PIGNATELLI
Vincenzo Divella, ad del pastificio famoso in tutta Italia

«In questo periodo storico si sono combinati alcuni fattori devastanti. I rincari dell’energia si aggiungono ai costi delle materie prime alle stelle. Il grano ha subito aumenti enormi e il deterioramento dei rapporti tra Ucraina e Russia è l’ultimo dei fattori per una tempesta perfetta. Anche noi siamo stati costretti a sostenere rialzi esorbitanti».

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Vincenzo Divella, amministratore delegato dell’omonimo gruppo pugliese, è a capo di una delle aziende più conosciute in tutta Italia e all’estero. Perché il prodotto simbolo del Made in Italy, la pasta, è legata alla storia di questa impresa da 132 anni. Cioè dal 1890, quando il capostipite Francesco Divella realizzò il suo primo molino per la macinazione del grano a Rutigliano. La quarta generazione rappresentata da Vincenzo guida una realtà di 320 persone che, ogni giorno, macina 1.200 tonnellate di grano duro, 400 tonnellate di grano tenero producendo mille tonnellate di pasta secca, 35 tonnellate di pasta fresca e 90 tonnellate di biscotti.

Distribuendo inoltre sugli scaffali dei nostri supermercati ed esportando oltre 150 formati di pasta. 
Insomma, solo questi numeri possono rendere comprensibile come l’osservatorio di Divella sul rincaro energia e materie prime sia quanto meno privilegiato. E, non a caso, il primo riferimento è, rivolgendo lo sguardo a Oriente, alle tensioni geopolitiche tra Ucraina e Russia: lo Stato guidato da Putin, precisa la Coldiretti, è semplicemente il principale Paese esportatore di grano a livello mondiale mentre l’Ucraina si colloca al terzo posto. La preoccupazione è proprio su un eventuale blocco delle spedizioni dai porti del Mar Nero con un crollo delle disponibilità sui mercati mondiali che ha già fatto impennare i listini. Tutti argomenti sensibili per un’azienda, secondo marchio di pasta del Paese, che si rivolge a tutti i mercati.
Divella, possiamo affermare che sia uno dei momenti più delicati per il comparto?
«Senza dubbio. Quello che più ci penalizza è il costo del grano. Fatto 100 il costo della pasta, per il 60 incide il grano. Qualche numero può essere più indicativo: il grano duro aumenta da giugno 2021, basti vedere il listino passato da 29 euro al chilo a 57 euro. Il grano tenero a giugno 2021 quotava 18 euro, oggi 32 euro. Ci siamo trovati di fronte a queste criticità rilevanti e abbiamo dovuto chiedere alla grande distribuzione, a cui vendiamo più pasta nel mondo, da 30 a 40 centesimi di aumento al chilo».
C’è poi la questione rincari delle bollette che per aziende energivore come la vostra è un salasso. 
«Nell’ultima bimestrale ho avuto 400mila euro in più di consumi. Le lascio immaginare. L’aumento dell’energia elettrica ha ormai raggiunto il 300%. È assurdo. Penso che, oltre a eleggere il nuovo presidente della Repubblica, qualcuno dovrebbe pensare a dare contributi importanti. Non 2 o 3 miliardi di euro ma bisognerebbe aggiungere qualche zero».

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E l’impennata sembra non assestarsi: quali possono essere le conseguenze?
«Fino allo scorso dicembre le grandi aziende avevano contratti stabiliti ma gli aumenti sono stati già riscontrati. Si consideri che i rincari su gas e elettricità sono effettivi principalmente da questo mese perciò ancora non sono stati ribaltati sul costo della pasta. Stiamo facendo i conti, ci saranno ulteriori incrementi».
Negli ultimi 4 anni si è passati da 543mila ettari di grano tenero coltivati in Italia agli attuali poco meno di 500mila per una produzione di circa 2,87 milioni di tonnellate con l’aumento della dipendenza dall’estero: queste criticità come influiscono sull’import-export?
«Diciamo subito: checché se ne dica, per il grano siamo costretti a comprare circa il 30% dall’estero. I costi sono raddoppiati. Se dalla Francia caricavamo a 20 euro, ora il costo è 40 euro. La materia prima come il grano duro sta finendo. In Italia viene coltivato soprattutto in Puglia e Sicilia, nel resto del mondo tra Canada, Australia e Arizona. In queste ultime zone del mondo c’è stata una produzione inferiore del 50%. Questa offerta tagliata ha creato quei picchi assurdi. Ci dobbiamo augurare che le prossime campagne non siano deficitarie come quelle di quest’anno per il grano ma gli aumenti non finiranno e proseguiranno per tutto il 2022 fin quando non si costituiranno scorte. Viceversa, se vogliamo inviare i container con partenza dai porti di Napoli e Salerno abbiamo visto lievitare i costi da 500 euro a 1.400. Altro esempio pratico: un’azienda come la nostra utilizza migliaia di cartoni e cellophane. Oggi io non sono in grado di sapere il prezzo di questi prodotti a giugno 2022».


Cioè?
«Possiamo ordinarli ma i prezzi sono work in progress. Perché questi materiali stanno subendo delle pericolose oscillazioni. L’aspetto più negativo per un imprenditore è non avere la stima di costi fissi. E poi mi faccia dire un’ultima cosa». 
Prego.
«In tutta questa situazione, in Italia permettiamo esportazioni del grano in paesi extraeuropei come per esempio l’Algeria: l’altro giorno sono partiti diversi container da Bari. Insomma, criticità che si aggiungono a problemi. Mi viene da dire solo una cosa: in questo periodo per non mollare ci dovrebbero fare una statua d’oro. Soprattutto a noi imprenditori del Mezzogiorno».

Ultimo aggiornamento: 07:33 © RIPRODUZIONE RISERVATA