L'intervista/Dario Stefàno: «Troppi errori e miopia nel Pd. Terzo polo unica proposta coerente»

L'intervista/Dario Stefàno: «Troppi errori e miopia nel Pd. Terzo polo unica proposta coerente»
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Mercoledì 17 Agosto 2022, 04:55 - Ultimo aggiornamento: 18 Agosto, 14:42

«Nell’offerta politica attuale, l’unico soggetto che può realmente dimostrare coerenza con un’anima riformista e con l’agenda Draghi, tanto evocata, è l’alleanza tra Azione e Italia viva». Se non è un annuncio, siamo lì nelle vicinanze. Dario Stefàno è in fase di riflessione dopo lo strappo col Pd. Ma il tempo lungo delle valutazioni ponderate non si concilia con la frenesia di queste ore e con le scadenze più impellenti: per le liste restano pochi giorni. Domenica, fiutando l’aria del caos candidature, il senatore salentino e presidente della Commissione Politiche Ue ha consegnato a Letta la tessera dem: un addio fragoroso, puntando l’indice contro «quegli errori che stanno generando un distacco dall’anima riformista, progressista e plurale» e contro «quel sodalizio con un civismo opaco e di convenienza» instaurato dal Pd in Puglia.
Ceccanti, Amendola, Nannicini fatti fuori dalle liste: senatore, se non altro è in buona compagnia.
«In questa deriva intrapresa dal Pd si operano scientemente esclusioni e scelte che nulla hanno a che vedere con la visione politica. Con alcuni dei nomi citati ho condiviso in questi anni obiettivi e impegni importanti. Dicono che un eventuale governo di centrodestra metterebbe mano alla Costituzione e rivoluzionerebbe il sistema pensionistico, e cosa si fa? Si tengono da parte due volti autorevoli di questi anni, proprio su quei due temi, come Ceccanti e Nannicini. Si dice che il discrimine delle prossime elezioni sarà l’Europa ed allora si cassa il nome di Amendola che è quello che si è occupato di Europa con più profitto? Il Pd sta combattendo un’altra battaglia, facendosi del male».
E quale battaglia starebbe combattendo?
«Una battaglia miope e autoreferenziale, che non ha nulla di prospettico. Il Pd ha deciso di chiudere al mondo riformista, a quello delle competenze, solo per serrare i ranghi di un fortino. Ma del resto, ho già avuto modo di conoscere il duo Letta-Boccia quando ho cominciato a fare politica. Boccia ha la mania di voler riscrivere la geografia politica di luoghi che non abita e non conosce, senza mai misurarsi con successo con il consenso elettorale, fino a contraddirsi su tutto: la mancata valorizzazione delle donne, l’assenza di legame territoriale, le forzature sulla candidatura di Pagano a Taranto e del vicepresidente della giunta regionale a Foggia in una fase di scosse imponenti in Regione. E poi c’è la candidatura di Stefanazzi alla Camera, che è l’emblema di come il Pd si sia consegnato a un civismo opaco e trasformista, riducendo la rappresentanza politica territoriale a una logica di scambio di voti che peraltro non si realizzerà mai»
Ma c’è un dato di realtà: il civismo è asse portante dell’alleanza che governa la Puglia da sette anni. Non è un’imprevista sorpresa di queste ore: perché stupirsi?
«Ma non ci sarà nessuno “scambio”, quel civismo si è già accasato nel suo alveo naturale di destra: in molti casi sta già con la Lega, penso al sindaco di Nardò della destra vicina a Casapound o all’assessore leghista di Gallipoli, città nella quale si continua a sbandierare un presunto governo di centrosinistra. Con due considerazioni a margine: Minerva, sindaco di Gallipoli, presidente della Provincia ed esponente Pd, a Roma era nella delegazione che ha trattato col partito per i civici; e la Lega guarda caso piazza le sue pedine “civiche” alleate di Emiliano e di Minerva proprio al Senato, perché Stefanazzi è alla Camera. Un caso o una strategia condivisa?».
Non solo le liste, il Pd non è immune da errori e contraddizioni. Molto spesso sospinto da una sorta di “ansia di governo” e senza più un’identità definita.
«Ci sono stati tanti errori di valutazione, in una strategia a dir poco fallimentare cominciata da subito con la rimozione imposta dei capigruppo di Camera e Senato e poi proseguita, sempre a muso duro, sul ddl Zan e proprio in Senato, dove peraltro Letta sapeva bene che la destra era forte della maggioranza in Aula. Il rifiuto di ogni possibile mediazione ha portato all’affondamento di un disegno di legge molto importante. Un errore simile è stato commesso sullo Ius scholae. E poi i rischi enormi che abbiamo corso durante le elezioni per il Quirinale, quando è apparso palese a tutti che di Conte non ci si poteva fidare. A tutti ma non a Letta e Boccia. E questo è l’errore capitale: aver aspettato per scoprire l’inaffidabilità del M5s solo l’ultimo giorno di vita del governo Draghi, tentando di oscurare la responsabilità di non aver saputo ascoltare le voci critiche, e la mia era tra queste. L’assenza colpevole di un piano B ha pesato e non poco nell’incertezza successiva dei dem, che sono passati da un alleato all’altro con un eccesso di disinvoltura poi pagato con l’addio di Calenda. E inoltre: non è stato fatto alcun tentativo con Renzi, come se quei voti non fossero un tassello in più per vincere. Infine: perché è scomparso qualsiasi riferimento all’agenda Draghi? Per compiacere qualcuno ora scelto come alleato?».

Senatore, però è troppo facile riscoprire la vena critica dopo essere stato tagliato fuori dalle liste. Qualcuno direbbe: è il classico fallo di reazione.
«Io non sono mai stato silente, innanzitutto sull’opacità del sistema regionale pugliese. Mi sono anche autosospeso dal Pd, assumendomi la responsabilità di dire che con queste opacità non voglio avere a che fare. E aggiungo: nessuno potrà mai dire che sarei stato escluso dalle liste del Pd: ho deciso di tirarmi fuori dopo averlo preannunciato da tempo ai colleghi d’area, quando ho fatto sapere che non volevo più avere a che fare con questa politica».
E lei allora perché è rimasto nel Pd per tutto questo tempo?
«Perché la mia area, e poi tanti pugliesi e lo stesso Letta mi avevano chiesto di rimuovere la mia autosospensione e di rimanere nel Pd, essendoci, cito testualmente proprio il segretario nazionale, la “necessità di persone libere per presidiare il Pd in Puglia da comportamenti che imbarazzavano tutto il partito nazionale”. Ci ho voluto credere, ma a questo punto devo ricredermi: avrei dovuto seguire il mio istinto».
Sul Pd regionale lei, ed altri, non siete mai riusciti a incidere. O forse a un po’ tutti faceva comodo lo schermo elettorale di Emiliano, in una sorta di patto implicito.
«Emiliano ha di fatto svolto il ruolo di segretario del Pd tramite altri, mai per rafforzare il partito, ma anzi per svuotarlo e indebolirlo. Ai tempi di “o Conte o morte” lavorava a una lista nazionale civica per l’ex premier, in competizione con quella del Pd. Detto questo, ammetto di non essere riuscito a cambiare le cose, sì, ma sono sempre stato critico e severo, uno dei pochi. E l’ho fatto in un quadro di complicità imbarazzante tra quadri nazionali e regionali del Pd, che hanno reso impraticabile qualsiasi iniziativa politica. Quanto poi al sostegno a Emiliano, sono stato l’ultimo a “convertirsi” all’idea di votarlo ancora nel 2020 senza aver chiarito bene prima il perimetro, con la sola motivazione di dover impedire alla destra di tornare al governo. Nessuno può rimproverarmi di aver mancato di lealtà, nemmeno a Emiliano. Il risultato finale però e stato quello opposto perché proprio con lui abbiamo aperto le porte ai transfughi della destra. Basta vedere i nomi in giunta e nelle società o agenzie collegate».
Adesso cosa farà? L’esperienza parlamentare, le reti di relazioni territoriali e nazionali: tutto in soffitta?
«Sono in politica non perché cercassi una collocazione, ma perché Vendola mi chiese di dargli una mano mettendo a disposizione le mie competenze, prima in Regione e poi a Roma. La stessa cosa fecero Martina e Renzi nel 2017. Ora vedrò come praticare il mio impegno».
Ha sentito Calenda e Renzi in queste ore? Anche solo per gli auguri di Ferragosto...
«Le telefonate di auguri e amicizia le conservo nella sfera privata».
Però il progetto di Azione e Italia viva incrocia esattamente quanto da lei detto fin qui.
«Bisogna impedire che in Italia prevalga una cultura antieuropeista e sovranista e che il Paese sia governato da chi non ha competenze per farlo. Il Pd nell’ultimo anno e mezzo ha praticato solo la strada del risentimento e del rancore. Nell’offerta politica attuale, l’unico soggetto che può realmente dimostrare coerenza con un’anima riformista e con l’agenda Draghi, tanto evocata, è l’alleanza tra Azione e Italia viva. Sono forze politiche che hanno mantenuto la coerenza, anche di fronte alla smaniosa necessità di aprire a Bonelli e Fratoianni. A quel punto, il Pd si poteva alleare direttamente anche con Conte...».
E se Renzi e Calenda le proporranno una candidatura?
«Non devo essere candidato a tutti i costi, non è in gioco il mio destino».
Il Terzo polo “aiuta” il centrodestra, dicono.
«Gli unici che aiutano il centrodestra sono Letta e Boccia, con la loro logica delle alleanze e delle candidature. Sono i migliori alleati della Meloni».
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