L'intervista/Antonio Pasca (Presidente Tar Lecce): «Politici incompetenti. Proroghe al 2023? Inutili»

L'intervista/Antonio Pasca (Presidente Tar Lecce): «Politici incompetenti. Proroghe al 2023? Inutili»
di Roberta GRASSI
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Lunedì 23 Maggio 2022, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 14:58

«Il Consiglio di Stato, anche se lo avesse voluto, non avrebbe potuto tenere conto del rinvio pregiudiziale del Tar alla Corte di Giustizia dell’Unione europea, perché le recentissime sentenze sul caso Lecce, che recepiscono quanto affermato dall’Adunanza plenaria, sono state decise prima». Lo specifica il presidente del Tar di Lecce, Antonio Pasca, che sul groviglio “concessioni” balneari, ha opinioni diverse rispetto a quelle dei giudici di secondo (e ultimo) grado. Si tratta però di iter differenti: il Consiglio di Stato non avrebbe mai potuto attendere il verdetto della Corte di Giustizia europea, per una questione di tempistica. E di fissazione delle udienze.


La problematica è complessa, lo è ormai da molti anni. La sua risoluzione (o comunque i tentativi di risoluzione) si trova ora a un punto di svolta. La settimana prossima sarà forse quella decisiva, in Senato, sede in cui si sta cercando di approvare una legge che recepisca le indicazioni dell’Europa sui lidi: gare pubbliche e libera concorrenza. Nel passato recente sono emerse radicali differenze interpretative: i balneari leccesi hanno chiesto al Comune proroghe fino al 2033, l’ente non le ha accordate. Il Tar ha accolto i loro ricorsi, il Consiglio di Stato no, dopo aver interrogato l’Adunanza plenaria.

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Presidente, a prescindere dal dato tecnico e temporale, è però evidente che Tar di Lecce e Consiglio di Stato abbiano posizioni completamente diverse in materia di concessioni balneari.
«Innanzitutto va detto che il Consiglio di Stato, in presenza di una decisione dell’Adunanza plenaria, è vincolato a decidere in conformità. Rispetto ai ricorsi del Comune di Lecce, non poteva andare diversamente. È anche vero che il presidente del collegio era lo stesso estensore della Plenaria, ma in ogni caso l’unica via che avrebbe potuto percorrere il Consiglio di Stato, in caso di disaccordo, sarebbe stata quella di rimettere nuovamente la questione alla Plenaria. Il Tar invece ha un vantaggio: può dissentire liberamente».
E quindi, dissente. Ma quali sono i punti della discordia?
«I punti di dissenso sono tantissimi, diciamo che dissento su tutto. E sono rappresentati sia nell’ordinanza di rinvio pregiudiziale, quanto negli stessi quesiti. Partiamo dal ragionamento sulla “risorsa naturale limitata”: tutto il pianeta lo è. E la Corte di Giustizia dell’Unione europea ha stabilito che soprattutto in Italia, dove la competenza è dei Comuni, la limitatezza della risorsa debba essere delibata da ciascun ente, in riferimento al proprio territorio. Lo stesso vale per l’interesse transfrontaliero certo. Il collegio del Tar Lecce non ha ritenuto che il giudice possa valutare né la limitatezza della risorsa naturale con riferimento all’intero territorio nazionale, né l’interesse transfrontaliero certo con riferimento a tutte le concessioni».
Cioè?
«Ci sono piccole concessioni che hanno un livello di redditività minimo e che sono gestite da imprese familiari. Sono fuori dall’ambito della direttiva Bolkestein. Le valutazioni vanno fatte caso per caso, anche perché bisogna fare i conti con una serie di situazioni particolari».
Questo più nel merito. Ma le vedute sono differenti anche sul piano formale.

«Abbiamo posto problemi sulla stessa validità della direttiva Bolkestein. È prescritto espressamente che le direttive di armonizzazione debbano essere adottate all’unanimità e questa è adottata a maggioranza. Dissentiamo con il Consiglio di Stato sul fatto che sia una direttiva di liberalizzazione. Ma nella Promoimpresa si dice altro».
Risolverà il governo?
«Mi sembra assurdo che il governo voglia porre la fiducia sull’emendamento. È una cosa pazzesca, se pensa che proprio il 25 maggio sarà in discussione il ricorso dei parlamentari di Fratelli d’Italia sul conflitto di attribuzione (partendo dal presupposto che la sentenza del Consiglio di Stato abbia invaso i poteri e le prerogative del Parlamento, ndr). Per altro, oltre alla contraddizione logica sull’esecutività della direttiva Bolkestein, rispetto alla quale noi riteniamo che invece sia necessaria una legge, e al fatto che il Consiglio di Stato abbia fissato un termine al 2023, la cosa più grave è che il termine non è affatto sufficiente. Il potere politico, che ora intende recepirlo, non avrebbe dovuto attendere l’Adunanza plenaria, avrebbe dovuto mettersi a lavoro in tempo. Non si può pensare di scaricare tutte le patate bollenti al giudice amministrativo, quando non c’è la capacità politica. Non sanno cosa fare, perché sono incompetenti».
Qualcosa però si muove.
«Si prospetta un’ulteriore sciocchezza, con una proroga inutile. Se si vuole fare un discorso serio bisogna partire dal presupposto che due anni non basteranno. Occorre invece procedere a una mappatura della costa. Ogni Comune dovrebbe aver adottato il Piano delle coste in cui si stabilisce quali sono aree concedibili e quali no. Solo all’interno delle aree concedibili, escludendo quindi quelle di particolare interesse paesaggistico e ambientale o quelle interessate da erosione della costa, si possono fare considerazioni sulla limitatezza della risorsa».
Insomma, vuole dire che non ce la faranno mai?
«Non ce la faranno mai. Se si volesse essere seri basterebbe una proroga al 2025, purché si cominci a lavorare costituendo un pool, un’authority. Partendo, però, subito. Dico solo che la Bolkestein avrebbe potuto essere oggetto di un’applicazione intelligente, fermo restando che le gare si devono fare ma si devono fare bene, altrimenti ci sarà un contenzioso infinito».
Pensa che il meccanismo degli indennizzi possa essere risolutivo?
«Non si può solo parlare di capitali non ammortizzati. C’è un diritto di proprietà del complesso aziendale che va valutato a dovere. Sono tanti i problemi, non si può intervenire con la leggerezza di un elefante o in modo assurdo: quella statuizione del 2023 non ha alcun valore. Non c’era nessun potere, nessuna domanda. Il governo si sta impiccando per fare tutto entro il 2023, ponendo la fiducia, quando quel termine è inadeguato. Quello che ha detto il Consiglio di Stato lascia il tempo che trova e se il governo non dovesse riuscire nell’intento entro il 2023 si creerebbe una situazione incredibile: uno scontro frontale tra una sentenza dell’Adunanza plenaria del Consiglio di Stato e una legge dello Stato. Ho già scritto, nella relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario, che bisogna fare ricorso a una enorme dose di ottimismo per immaginare che una sentenza ancorché della Plenaria, possa prevalere su una legge. Stiamo andando incontro soltanto a una brutta figura. In un Paese normale, non solo Fratelli d’Italia, ma il governo avrebbe fatto ricorso alla Corte costituzionale per conflitto di attribuzione. In Italia, invece, si procede diversamente: il governo ratifica».

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