Il macigno della confisca sul futuro dell'Ilva ed è attesa per il Consiglio di Stato. Giorgetti: «Servono certezze»

Il macigno della confisca sul futuro dell'Ilva ed è attesa per il Consiglio di Stato. Giorgetti: «Servono certezze»
Il macigno della confisca sul futuro dell'Ilva ed è attesa per il Consiglio di Stato. Giorgetti: «Servono certezze»
di Alessio PIGNATELLI
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Martedì 1 Giugno 2021, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 18:46

L’ombra sul cuore produttivo dello stabilimento siderurgico diventa sempre più incombente. Ieri, la Corte d’Assise di Taranto ha disposto la confisca degli impianti dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto per il reato di disastro ambientale imputato alla gestione Riva, così come era stato chiesto dai pubblici ministeri. La misura è nel dispositivo di sentenza letto in aula dal presidente Stefania D’Errico che ha disposto anche la confisca di 2 miliardi e 100 milioni di euro verso Ilva in amministrazione straordinaria, Riva Fire e Riva Forni Elettrici “in solido tra loro” come “profitto derivante dagli illeciti amministrativi” compiuti dalle tre società. La già indecifrabile situazione relativa al futuro del Siderurgico si arricchisce quindi di un altro importante elemento. In attesa, tra l’altro, della sentenza del Consiglio di Stato che dovrà esprimersi sulla continuità produttiva nell’ambito dell’iter amministrativo. Un percorso a ostacoli che si innesca in un’operazione dello Stato nell’acciaio sempre più complessa e lo stesso ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, ha sottolineato ieri come «servano certezze per dare prospettive di crescita».

I nodi della vicenda

 

Giusto procedere per gradi perché la vicenda è molto contorta. Una premessa: attualmente la proprietà degli asset è dello Stato e i gestori sono i francoindiani di ArcelorMittal. Pur essendoci un accordo definito per una società mista Invitalia-Mittal, per tutti questi anni è stata l’amministrazione straordinaria - cioè i commissari nominati dal governo - a capo della fabbrica. Preambolo per dire che ci si ritrova con una confisca ai danni di una società di matrice statale con un futuro ancor di più a tinte nazionali dopo l’accordo con Invitalia. Detto ciò, ipotizzare scenari futuri è una sfida ma al momento è bene sottolineare che la confisca non ha alcun effetto immediato sulla produzione e sull’attività del siderurgico di Taranto. Per essere operativa ed efficace, chiaramente, occorre attendere i gradi della giustizia e quindi solo a valle di quello della Corte di Cassazione si delineerà il tutto. Seppure non immediatamente esecutivo, è chiaro che comunque questo primo verdetto ha un peso nell’intera vicenda.

Altro tassello da aggiungere: gli impianti in questione - parchi minerali, agglomerato, cokerie, altiforni e acciaierie - restano sequestrati ma con facoltà d’uso agli attuali gestori della fabbrica. Come mai? Bisogna risalire alla famosa estate rovente del 2012 quando il gip Todisco sigillò il cuore della fabbrica senza facoltà d’uso imponendo «l’immediata adozione, a doverosa tutela di beni di rango costituzionale che non ammettono contemperamenti, compromessi o compressioni di sorta quali la salute e la vita umana, del sequestro preventivo». Qualche mese dopo, però, intervenne il primo decreto durante il governo Monti con cui si stabilì che, per attuare le misure dell’Aia (Autorizzazione integrata ambientale), l’azienda da un lato avrebbe dovuto continuare a produrre e dall’altro vendere i prodotti. Da lì si è innescata una sorta di battaglia con tanto di ricorsi alla Consulta che ha visto protagonisti la politica e i diversi governi che si sono succeduti con i cosiddetti decreti salva Ilva. Gli impianti pugliesi sono quindi ritenuti strategici per l’economia nazionale dal 2012, legge confermata anche dalla Corte Costituzionale.

C’è un altro aspetto da rilevare: nell’accordo tra ArcelorMittal Italia e Invitalia che ha sancito l’ingresso statale nella nuova società Acciaierie d’Italia, è previsto il dissequestro degli impianti come condizione sospensiva. Passaggio per ora collocato entro maggio 2022. Tutto qui? No, il quadro è ancora più complesso e bisogna spostarsi nell’ambito della giustizia amministrativa. A fronte degli eventi emissivi dal camino E-312 dell’agosto 2019 e del febbraio 2020, il sindaco di Taranto Melucci ordinò a febbraio 2020 all’azienda di provvedere a individuare prima e rimuovere poi le criticità altrimenti sarebbe stata necessaria la chiusura dell’area a caldo. Dopo una lunga trafila in cui il Tar di Lecce aveva disposto lo spegnimento, entro 60 giorni, degli impianti più inquinanti, ArcelorMittal e Ilva in As si sono rivolte al Consiglio di Stato che ha sospeso il provvedimento riservandosi la decisione nel merito che a breve sarà pubblica.

«Rispettiamo la sentenza, manca la pronuncia del Consiglio di Stato per avere il polso della situazione - è stato il laconico commento del ministro Giorgetti in una nota - A quel punto sarà possibile capire in che quadro giuridico lo Stato, in qualità di azionista, potrà operare. Servono certezze per dare una prospettiva di crescita e sviluppo a Ilva e all’acciaio in Italia». Pronuncia che si incastrerà in questo complicatissimo puzzle e, inevitabilmente, si pone come una spada di Damocle sugli assetti societari e, più genericamente, sul futuro di Ilva.

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