Gli ulivi dati alle fiamme Il paesaggio del Salento è devastato dagli incendi

Lunedì 7 Settembre 2020 di Maria Claudia MINERVA
Gli ulivi continuano a cadere sotto la scure della xylella fastidiosa, un male che affligge il grande Salento ormai dal 2013 senza nessuna via di fuga. E come se non bastassero i danni causati dal batterio adesso ci si mette anche il fuoco. Un rituale, pure questo, che si moltiplica col passare del tempo. Così il paesaggio secco e grigio ora lascia spazio a un paesaggio di tronchi anneriti dalle fiamme. Sembrano mostri. Centinaia sono infatti gli alberi bruciati, l'ultimo episodio mercoledì scorso ad Acquarica e Presicce. E nei giorni precedenti nelle campagne che costeggiano la Statale 101 Lecce-Gallipoli. Senza contare, a inizio estate, tutte le piante incendiate nella zona di Ugento.
Continua così la devastazione delle campagne salentine una volta caratterizzate dal verde intenso degli ulivi, che connotavano l'intero paesaggio. Ora in lungo e in largo si vedono solo roghi. Se, poi, si tratti di incendi favoriti dalle sterpaglie cresciute senza controllo nei campi abbandonati oppure di incendi dolosi, è ancora tutto da chiarire. Sta di fatto che il Salento viene colpito due volte: al danno dell'epidemia si aggiunge la beffa degli incendi. Coldiretti Puglia ne ha denunciati 1.408 a partire dal 15 giugno scorso, e solo nel Salento. «Sono quasi 30 roghi al giorno» conferma l'associazione dei coltivatori diretti basandosi sul numero di interventi eseguiti dai Vigili del Fuoco di Lecce e sulle richieste di intervento alla Protezione civile. «Oltre al patrimonio olivicolo drammaticamente compromesso - ha sottolineato il presidente Savino Muraglia - è incalcolabile il danno d'immagine in Salento con gravi ripercussioni anche sul turismo. Continuare a pensare che la xylella sia un problema solo dell'agricoltura è la dimostrazione di una miopia di quanti ancora non prendono coscienza del danno arrecato dalla malattia a tutta l'economia salentina, dall'agricoltura al turismo, fino agli investimenti per l'indotto commerciale e artigianale legato all'agroalimentare e alla ricettività».
L'addio ai secolari grigi e il soffio della rinascita
Il paesaggio del Salento, dove campeggiano ulivi ormai morti da anni sembra un «girone dantesco dell'inferno». Inoltre, «per intervenire su un singolo albero andato a fuoco servono circa 300 litri d'acqua e la vastità e numerosità degli incendi non è gestibile con gli scarsi mezzi ordinari che Vigili del fuoco e Protezione civile locale hanno a disposizione. È una situazione fuori controllo», ha aggiunto Gianni Cantele, presidente di Coldiretti Lecce: «A distanza di anni dal primo ulivo infetto su cui è stata conclamata la presenza del batterio, gli agricoltori sono ancora ingabbiati e abbandonati al loro destino».
In questo lustro e mezzo sotto scacco della terribile fitopatia le norme regionali o nazionali per impedire che il contagio proliferasse, ma spesso senza alcun esito, si sono sommate a quelle comunitarie, tra queste ultime la famosa Decisione di esecuzione numero 789 del 2015 - adottata dall'allora commissario per l'emergenza xylella, Giuseppe Silletti - che aveva previsto l'abbattimento di tutti gli ulivi anche non malati nel raggio dei 100 metri da quelli colpiti dalla xylella. Ma i ritardi con cui si è compreso il tipo di fitopatia ha portato ad intervenire quando ormai il danno era già compiuto (a tal proposito non va dimenticato tutto il periodo negazionista che ha generato confusione nei cittadini portando a una sottovalutazione della pericolosa epidemia con lo stop agli abbattimenti per i tanti ricorsi al Tar e, infine, il sequestro della Procura, che indagò scienziati del Cnr, dirigenti regionali e lo stesso commissario Silletti, che poi si dimise dall'incarico), con conseguenze disastrose sia dal punto di vista ambientale - aggravato anche dai numerosi incendi - che economico. Adesso quella normativa è stata corretta con nuove regole europee - entrate in vigore il 20 agosto 2020 -, dove l'area buffer scende da 100 a 50 metri, la zona cuscinetto si dimezza a 5 chilometri, la zona di contenimento perde tre quarti di profondità e cala a 5 chilometri. Un restringimento che, però, sta sollevando polemiche perché si teme un'espansione ancora più pesante del batterio e un ulteriore abbandono delle campagne, col rischio di nuovi e gravi incendi.
Ora il Salento, terra che ha subìto e pagato più di tutti le conseguenza della xylella, prova a ripartire. Non senza fatica. Da anni si parla di rigenerazione olivicola, di reimpianti e di ricostruzione, ma quando si deve passare all'incasso dei fondi per il risarcimento gli agricoltori si scontrano con la realtà fatta di burocrazia e vincoli che, ancora una volta, impediscono di pensare fattivamente al futuro che, al momento, resta solo sulla carta. Di conseguenza i terreni restano incolti e i roghi prendono il sopravvento. Un fenomeno ingovernabile, quello degli incendi, che contribuisce a svalutare i campi per farli rivendere a pochi spiccioli, oltre che a rendere ancora più spettrale il paesaggio di una terra che aveva fatto degli ulivi la sua bandiera e il suo brand di maggior successo. Chi risarcirà la perdita di identità del territorio? L'attesa si annuncia lunga.
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