Gli operai temono per il loro posto: «Nessun bluff sulla nostra pelle»

Martedì 5 Novembre 2019 di Nicola SAMMALI
TARANTO - Tornano a tremare gli operai del siderurgico di Taranto. Sentono il futuro occupazionale di nuovo in discussione. Il colosso dell’acciaio, Mittal, sta restituendo le chiavi della fabbrica ai commissari straordinari; dentro e fuori il perimetro dello stabilimento cresce la preoccupazione. Non è solo questione di posti a rischio. Il futuro della fabbrica si intreccia con quello degli operai, diretti e indiretti, e con quello di un’intera città. Il siderurgico è il panorama che nel bene o nel male avvolge tutto. Si vede, si sente. Si respira, anche. Purtroppo.
Le tute blu non dimenticano la questione ambientale e sanitaria che il colosso si porta appresso. Da questo non si prescinde. Parlare di lavoro è un dibattito impossibile senza ulteriori specificazioni. Non è questione di dettagli. «Nessun bluff sulla nostra pelle - dicono, anzi urlano - nessun passo indietro sul diritto al lavoro e alla salute». Il timore è che su di loro si giochi una partita che scavalca persone e territorio, inserita in scenari più vasti e intricati. A tratti imperscrutabili. Anche per le strade di Taranto c’è chi è pronto a respingere «l’ennesimo ricatto», perché è così che interpretano la mossa di Mittal di rimettere nelle mani dello Stato una partita all’improvviso troppo complicata dopo il tira e molla sulle immunità penali. «Questa è una minaccia nei confronti del governo che ha tolto lo scudo giudiziario», racconta Vittorio. Lavora in acciaieria. Il cognome non importa. Il pensiero ha mille facce, molti nomi, troppe storie di vita vera, vissuta. A volte persa. Parla di un possibile raggiro, di una pressione nei confronti del governo. E di un sostanziale, persistente disinteresse dei nuovi acquirenti per il destino di tutti e di tutto. Fabbrica inclusa. Certo, anche quella. Come se dietro ci fosse chissà cosa. Rabbia, appunto. Cos’altro, sennò?
Una cappa sulla città, la notizia del disimpegno di Arcelor. Il cambio di amministratore, pochi giorni fa, improvviso ma non proprio inspiegabile a leggere le biografie delle persone coinvolte, non era stato interpretato come la lieta novella. «Non è stato un anno dei migliori dopo l’amministrazione straordinaria - si sfoga Giovanni, anche lui impegnato nell’acciaieria -. Pensavamo di aver superato la crisi e il purgatorio della cassa integrazione. Tornare al lavoro era l’unico auspicio. Per la dignità e uno stipendio decente. C’è sempre stata preoccupazione. Questo nuovo contraccolpo non ci voleva».
L’annuncio di Mittal scuote Taranto intorno all’ora di pranzo. Molti se l’aspettavano, altri lo speravano, ma c’è anche chi temeva si arrivasse a questo punto. L’eterna dannazione di una città divisa tra il sogno di un futuro diverso e la realtà di una vita da mandare avanti purchessia. Però, adesso, questa svolta fa paura, anche in chi si augurava che ci fosse un punto di non ritorno per la produzione di acciaio al Siderurgico. Antonio ha 57 anni, ha lavorato per 30 nell’ex Ilva ed è uscito, appena ha potuto: «Non ce la facevo più - racconta - non era più il caso, non era la vita che volevo. Finalmente è arrivato il momento della verità, adesso si potrà veramente provare a dare un’altra prospettiva a Taranto. Ce la meritiamo. Io credo che Mittal non tornerà indietro, magari hanno anche le loro ragioni. Ma a me interessa chiudere questa pagina non si può morire per lavorare, non si può andare a letto la sera temendo di scoprire domani di essere una vittima dell’inquinamento. Una delle tante».
Una città lacerata, che ha patito sulla propria pelle i guasti di una produzione devastante per la salute, quasi sessant’anni di polvere insalubre nei polmoni, soprattutto qui, nel quartiere Tamburi, sotto il camino E312. «Ero bambino - ricorda Giuseppe, 48 anni, commerciante - e mi faceva un po’ impressione vederlo stagliarsi sulla mia testa, come un vulcano continuamente in eruzione. Poi la sera tornavo a casa e vedevo quella polvere rossa appiccicata al balcone di casa. All’inizio mi sembrava quasi normale, non capivo. Poi poco a poco mi sono informato e ho cominciato a vedere l’elenco di persone care che si ammalavano e morivano. Mittal va via? Va bene, però i problemi restano».
Il futuro è un punto interrogativo. La prima preoccupazione, sottolinea Antonella, 37 anni, «è andare avanti con le bonifiche. Qui abbiamo avuto le scuole chiuse per sei mesi. Che cosa accadrà adesso? Quegli interventi proseguiranno o no? Chi ci dà queste risposte? E poi c’è l’occupazione. Se Mittal va via, torna lo Stato, riprendono tutto i commissari. Con quali prospettive? Questa città campa di Ilva, anche se è brutto dirlo. Senza questa possibilità, dove andremo a parare? Gli ambientalisti hanno ragione, il Siderurgico ha fatto tanto male a questa città, ma è stata praticamente anche l’unico sbocco occupazionale. E adesso dalla sera alla mattina ci ritroviamo al bivio della nostra esistenza, senza sapere che cosa ne sarà di noi».
Massimo Castellana, dell’associazione “Genitori Tarantini”, sbarra le porte a qualsiasi trattativa: non ci sono appelli da fare quando i disastri irrompono nella tua vita sotto forma di tragedia, tra tutte la più crudele se nel tempo a pagare il prezzo di scelte ignobili e scellerate sono dei bambini. «Qualsiasi azienda che non garantisca la salubrità dell’ambiente e la salute delle persone non solo dovrebbe essere chiusa ma non dovrebbe avere diritto di cittadinanza né qui né altrove», dice. Per Taranto, un’altra lunga notte. Ultimo aggiornamento: 12:29 © RIPRODUZIONE RISERVATA