Giorgia Meloni, una donna come premier: la sinistra sorpassata da destra

Giorgia Meloni
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Mercoledì 28 Settembre 2022, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 20:39

La vittoria di Giorgia Meloni, vicinissima al soglio finora inaccessibile di Palazzo Chigi, è una vittoria delle donne? All’indomani del voto per le Politiche, il dibattito è più che mai acceso, soprattutto nel mondo del centrosinistra e del femminismo. E scrutare i fatti, da una visuale squisitamente pugliese, aiuta probabilmente a trovare una possibile risposta, di certo non l’unica, ma scevra da condizionamenti ideologici e pregiudizi. Per farlo, bisogna innanzitutto mettere in fila alcuni fatti più o meno recenti, rinfrescando la memoria. 

I fatti, la cronistoria degli errori

Primo fatto. Nella fase di composizione delle liste, nel Pd sono volate parole grosse e ricorsi per il mancato rispetto del principio della parità di genere previsto dallo Statuto: soltanto uomini nelle postazioni “blindate”, su decisione dei vertici di partito, a livello nazionale e regionale, e con buona pace delle donne dem. Così, sui 40 parlamentari eletti in Puglia con il voto di domenica scorsa, quattro sono le elette con il centrodestra, tre con il Movimento Cinque Stelle, soltanto una con il Terzo polo e una con il Pd. 
Secondo. Il 31 luglio del 2020, per la prima volta in assoluto, il Consiglio dei Ministri ha attivato i poteri sostitutivi per obbligare la Regione Puglia a prevedere, nella legge elettorale regionale, la doppia preferenza di genere. È stato necessario nominare un commissario straordinario, il prefetto di Bari Antonia Bellomo, perché venisse garantito un principio che il centrosinistra che governa la Regione non ha voluto garantire, facendo ripetutamente mancare il numero legale nel Consiglio convocato per approvare la norma. 

Terzo. A riavvolgere il nastro della storia politica pugliese, si trova un solo nome di donna che ha scalato il suo partito senza aspettare che qualcuno le aprisse la porta o le mettesse patriarcalmente una mano sulla spalla: Adriana Poli Bortone. Prima sindaco, poi ministro con il Governo Berlusconi, infine candidata alle Regionali del 2015 e, come Meloni, donna di destra. 

Le domande

Ora ci si chiede perché sarà probabilmente la destra italiana – storicamente conservatrice, certamente meno sensibile ai temi delle pari opportunità e dei diritti intesi come orizzonte universale di progresso civile – a sfondare il soffitto di cristallo che ha impedito alle donne di ambire a qualsivoglia posizione di potere nel Paese e nella regione. Forse, alla luce di questi pochi fatti significativi, sarebbe il caso di rileggere la storia del rapporto tra donne e politica, donne e partiti, donne e scalata sociale, scandagliando senza paura e – da sinistra – anche con il necessario dolore, una ipotesi nuova: la possibilità che la retorica dell’empowerment (la conquista della consapevolezza di sé e del controllo sulle proprie scelte nella vita politica e sociale, ndr), a parole assai accarezzata dalla sinistra e quasi sempre respinta dalla destra, abbia finito per penalizzare soprattutto le donne dell’area progressista. Per restare alla Puglia, in uno dei suoi libri Ritanna Armeni scrive che «le donne di destra combattono molto di più perché nei loro partiti la parità non è dichiarata solennemente in ogni statuto, come succede a sinistra. Sanno che nessuno regalerà loro niente». 

Il futuro

Meloni ha vinto un congresso e - in una difficilissima stagione sociale ed economica, proclive ad assecondare qualsivoglia forma di leaderismo e tendenza nazionalista – ha traghettato un partito che valeva il 4% fino a oltre il 26%, rastrellando su scala nazionale il 27% del voto complessivo espresso dal corpo elettorale femminile. E a poco servono oggi le lacrime di coccodrillo di una sinistra che, tutt’a un tratto, si scopre preoccupata dalle sorti di diritti acquisiti, come quello all’aborto, reclamando appoggio e solidarietà da un’Europa che conta già sette donne premier, sei delle quali espressione di partiti socialdemocratici e progressisti. Il Pd è stato superato da destra e, a conti fatti, gridando “al lupo al lupo” dimostra di non aver ancora imparato la lezione. 

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