Il reportage/Tap: gas nei tubi, fornitura al via. E gli ulivi “tornano a casa”

Sabato 14 Novembre 2020 di Francesco G. GIOFFREDI

La prima estate con «gli ombrelloni e i teli sopra il tubo» è ormai alle spalle da un pezzo. E al cantiere Tap, spezzettato in macro-cluster tra le campagne di Melendugno e San Basilio, si prova a declinare un nuovo lessico, con altre parole e accenti. Due imperativi: «partenza» e «ripristino». «Partenza» perché il gas c’è, già lì in pancia, e in questi giorni sarà messo in circolo a disposizione degli shipper (cioè gli acquirenti, individuati da tempo: tra loro Enel, Edison ed Hera). Detto banalmente: si apre il rubinetto, il Tap diventa operativo. Dal Prt alla valvola di intercettazione, i segni della futura presenza sono già visibili. E poi c’è il «ripristino», dei luoghi e (almeno nelle intenzioni) delle relazioni col territorio - o con una parte. Il «ripristino» si articola in più modi: gli 828 ulivi da far tornare a dimora, nella particella d’origine e lungo tutto il tracciato, e le specie resistenti alla xylella da piantare al posto degli alberi morti; i muretti a secco, smontati e rimontati; la spianata di suolo vegetale che si poserà nuovamente come un mantello sull’area del microtunnel, dove il pozzo di spinta è stato riempito; la rimozione del palancolato a mare, ormai ultimata. Sulla spiaggia non c’è invece alcuna traccia dell’approdo. «Ripristino», perché così impongono le prescrizioni dell’autorizzazione unica. E perché anche da qui passa il tentativo, difficoltoso, di ricucire lo strappo con la comunità locale, ormai spaccata in due tronconi: da una parte chi si oppone all’opera e punta tutte le fiches sul processo penale davanti ai magistrati leccesi (citazione diretta a giudizio: tra le contestazioni l’inquinamento della falda, la violazione di vincoli paesaggistici, l’autorizzazione “sdoppiata” per Tap e Snam); dall’altra parte quanti, seppur a labbra strette, ammettono che forse sì, è giunto il momento di sedersi a un tavolo per spremere qualche ristoro e investimento per il territorio, in una sorta di tacita convivenza col gasdotto, suggerita da un cantiere che presto non sarà più tale.

 


Il dialogo Tap-Salento è e resterà un sentiero stretto, proprio come le stradine che incorniciano il terminale di ricezione e che s’intrecciano col tubo interrato. Vene che si diramano tra Masseria del Capitano e le campagne, e poi giù a ridosso della costa. Lì sotto, nella pancia di questo spicchio di Salento, corrono 8 chilometri di gasdotto, 90 centimetri di diametro coperti da quasi due metri di terreno, fino all’allaccio al microtunnel e fino all’imbocco a mare, tra i lidi San Basilio ed Enso. Ora è stato immesso anche il primo stock di gas in arrivo da Shah Deniz, in Azerbaijan, alla pressione di esercizio di 70 bar. Operazioni di collaudo, prima di poter ufficialmente definire la Trans Adriatic Pipeline un “trasportatore operativo”. Proprio nei giorni scorsi sono stati saldati infatti i due tubi: Tap e Snam, cioè l’infrastruttura in arrivo dalla Grecia e il metanodotto che corre per 55 chilometri fino all’allaccio alla rete nazionale, a Brindisi.

Cosa resterà? Cosa sarà visibile, negli anni? Innanzitutto il Prt, il terminale di ricezione: nei pressi di masseria del Capitano (dove sostano gli ulivi nei canopy), meno di tre chilometri dal centro abitato di Melendugno, una spianata di 12 ettari. Qui c’è il fulcro operativo, tra area di processo (600 metri quadrati di tubature, misuratori, filtri e scambiatori di calore per monitorare il gas e portarlo a pressione), cuore elettrico, boiler house per l’equilibratura della pressione, gas analyzer, un serbatoio d’acqua. E sempre qui c’è l’edificio a staffa di 3mila metri quadri, al centro c'è una pagghiara: ospita la control room, cioè il cervello attivo per ventiquattrore e presidiato anche di notte, e poi gli uffici, il magazzino. I 12 ettari saranno avvolti da una recinzione, e da nuova vegetazione a parziale schermatura.

 

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Risalendo il tragitto del gasdotto, verso il mare, il tracciato è intercalato da paline rosse e gialle: sono l’altro alert della futura presenza Tap. E gli ulivi, simbolo del dissenso e dei tafferugli? Un po’ di numeri: 2.109 coinvolti, 352 preservati in situ, 568 abbattuti perché malati, 1.189 conservati nei canopy, 251 risultano infetti e 828 torneranno al loro posto, nella loro particella. Accompagnati da giovani ulivi resistenti alla xylella, che sostituiranno le piante morte: operazioni in corso.


A San Basilio, cantiere del microtunnel da 1,5 chilometri in cui è incamiciato il primo tratto terrestre del gasdotto, continuano invece le grandi manovre: via i grandi serbatoi, via le platee in cemento e i tessuti impermeabilizzanti, via le recinzioni, progressivamente si riaffacceranno suolo agricolo, ulivi, muretti a secco. Tutto come un tempo? Quasi: “l’indizio” è la valvola di blocco. È abbracciata da un cancello, segmenta la sezione a mare del gasdotto da quella a terra e consente di isolare un tratto dell’infrastruttura per manutenzione e controlli. In un gioco di specchi, la valvola si osserva ed è osservata dall’ultimo avamposto di protesta: uno stendardo No Tap, affisso su un muretto. Come un post-it a ricordare il tempo della lotta e degli scontri.

Ultimo aggiornamento: 15 Novembre, 15:47 © RIPRODUZIONE RISERVATA