La crisi energetica: Puglia al bivio/Gas, carbone e rinnovabili: tempo di opportunità e scelte

Giovedì 3 Marzo 2022 di Francesco G. GIOFFREDI

Catapultata al centro della scena. Non all'improvviso, non senza segnali d'allerta preventivi e datati, perché crisi energetica e transizione ecologica presentano da tempo il conto ed esigono da sempre scelte, chiarezza, ordine di priorità. La Puglia ora però è lì: nel cuore della storia, della geografia e degli equilibri nevralgici, costretta a indirizzare le decisioni, e innanzitutto a prenderle, a governare i processi e i dossier strategici, senza più subirli o ignorarli ed evitarli. Il gas, innanzitutto. Ma non solo. La domanda è: la Puglia sa e vuole essere protagonista attiva? Finora i segnali non sono stati incoraggianti, nonostante investimenti, numeri e scenari.

Il tema della diversificazione

La guerra in Ucraina e lo choc energetico ripropongono il tema: rendere il sistema d'approvvigionamento più diversificato, indipendente e meno vulnerabile, favorire il cosiddetto "energy mix", approcciare la transizione green senza trascurare i bisogni di breve e medio termine, spezzare la dicotomia "morire di fame-morire di clima", in un'ottica di sistema che non riproponga gli errori degli scorsi decenni, né tantomeno gli eccessi del "populismo energetico". Ecco, la Puglia è in questo tornante storico, a pieno titolo: gas, carbone, fotovoltaico, eolico, idrogeno. Il piatto è ricco, tra ciò che già c'è, che potrebbe esserci o che presto non ci sarà più. La Puglia è diventata un hub inconsapevole dell'energy mix, una specie di inavvertita porta girevole tra passato e futuro. Un'opportunità, in questi anni non colta del tutto da istituzioni regionali e locali, da classe dirigente e territori. Non basta professarsi per la decarbonizzazione: occorrono passi concreti, mai davvero fatti, oltre le frasi spot, oltre le petizioni di principio e oltre la sindrome Nimby (il no agli insediamenti nel proprio giardino) e Nimto (il no durante il proprio mandato istituzionale ed elettorale). Accollandosi viceversa l'onere delle scelte. «Qual è la priorità importante, quella climatica? Quella energetica? Quella paesaggistica? Bisogna prendere una decisione», ha spiegato Roberto Cingolani, ministro della Transizione ecologica.

 

I nodi principali


Nel concreto e in ottica regionale: in che modo la Puglia vuol cavalcare la "tigre" Tap, il gasdotto riscoperto anche dagli scettici? Se e come la Puglia si candida al ruolo di avamposto dell'idrogeno? E le estrazioni di gas dai giacimenti pugliesi saranno messe adeguatamente a valore? Le rinnovabili poi: sole e vento verranno sfruttati senza impantanarsi nei no e nell'overdose di vincoli? Il potenziale ritorno emergenziale al carbone sarà controbilanciato - stavolta, magari, sì - da compensazioni e investimenti? Cercasi strategia, per non subire e anzi promuovere progetti e iniziative. Tanti intrecci, due fili annodati tra loro: la fame di energia e gas dell'Italia, ancora troppo aggrappata con le unghie al metano russo (circa il 43% dei consumi), e la centralità della Puglia - nonostante tutto - nello scacchiere nazionale. È quello che raccontano i numeri: eccoli. Ora, andrebbero però accompagnati da una visione organica, in grado di attivare filiere di produzione, ricerca, innovazione.


Il gasdotto ostacolato o ignorato


Il Tap, nel primo anno di pieno esercizio, ha trasportato in Europa 8 miliardi di metri cubi di gas, poco più di 7 in Italia. Quest'anno saturerà la capacità di 10 miliardi (qui l'approfondimento su Tap). Nel frattempo, il fabbisogno di gas in Italia è lievitato: 76 miliardi di metri cubi in un anno. Nota a margine: il gas è la strategia-ponte nella transizione green. Insomma, al di là di tutto, il potenziamento della rete di gasdotti era una necessità. A tal punto che ora persino i più critici invocano il preventivato raddoppio del Tap: 20 miliardi, intervenendo sulle centrali di pressione in Grecia e Albania. È in corso il market test del Consorzio, a luglio sarà chiaro qual è la maggior richiesta di gas azero da parte del mercato. Ma i tempi non sono brevi: almeno 40 mesi a partire da settembre. Le istituzioni pugliesi riusciranno a riaprire la partita degli investimenti sul territorio, offerti e mai chiesti? La Regione ha sempre scartato il dossier. «Mai stato contrario a Tap, la nostra posizione riguardava l'approdo», dice oggi Michele Emiliano. L'infrastruttura a San Foca è però realtà: è il momento, forse, di "scoprirla". Senza fingere di dimenticarla. Altri due capitoli, poi: il progetto (che parrebbe tramontato, nonostante le autorizzazioni) del gasdotto Eastmed-Poseidon a Otranto e il deposito di gas gnl Edison a Costa Morena, Brindisi. Che farne?


Il gas nel sottosuolo: nuova chiamata


E perché non aumentare la produzione interna di gas? Il tesoro è nel sottosuolo, terrestre e marino: il potenziale italiano potrebbe essere di oltre 300 miliardi di metri cubi. Al momento sono attivi 1.300 giacimenti, l'ultimo anno sono stati estratti 3,34 miliardi di metri cubi. Pochi: trent'anni fa erano 20. La stagione del piccolo cabotaggio sta per terminare: il recente aggiornamento del Pitesai (il piano per le prospezioni) ha dato il nuovo avvio alle attività, l'obiettivo del governo è drenare altri 2,2 miliardi aggiuntivi. In Puglia ci sono 11 richieste in terraferma, 641,58 km quadri, 12 i pozzi eroganti in zona marina. In passato, la Regione di Emiliano è stata capofila del fronte "no triv": il parziale cambio di rotta è già in corso.


Le rinnovabili, il grande enigma


Il cardine della transizione sono le rinnovabili: in Italia contribuiscono all'11% del consumo energetico, il Paese dovrebbe aggiungerne 70 Gw da oggi al 2030 per centrare gli obiettivi Ue. Il ritardo è enorme, il caos pure. E le tecnologie per i sistemi di accumulo ancora insufficienti. Tradotto: le rinnovabili non possono reggere ancora per intero (o quasi) il peso dell'approvvigionamento energetico. Ma occorre comunque accelerare: la Puglia del sole e del vento partecipa con numeri rilevanti, 54mila impianti fotovoltaici, 2.900 Mw installati. Grande è la confusione sotto il cielo: oltre 400 richieste sono incagliate in Regione, per circa 15mila Mw. L'ingorgo regolamentare non aiuta, come rilevato anche da Legambiente: tra valutazioni cumulative, vincoli paesaggistici, doppi passaggi, limiti all'agrivoltaico, la Puglia è tra le regioni con le maglie più strette. Non la miglior cartolina per una terra che rivendica il marchio green. Peraltro, latita da anni l'atteso aggiornamento del Piano energetico regionale, bussola fondamentale. Intanto, i grandi investitori scommettono: Falck Renewables e BlueFloat Energy hanno presentato due progetti per parchi eolici al largo delle coste brindisine e salentine, circa 80 e 90 torri per sviluppare tra i 3,5 e 4 Twh di energia ciascuno ogni anno, pari al consumo di un milione di utenze domestiche. Lo strabismo è spiazzante: stesso progetto, a Brindisi accolto di buon grado, nel Salento invece osteggiato strenuamente. Con palesi contraddizioni anche nelle stesse forze politiche. La Regione sta sulla difensiva e insomma manca un disegno unitario, un assetto complessivo, una voce unica. Nel caso dei due parchi eolici, ma più in generale su tutto il fronte rinnovabili.


La grande chance dell'idrogeno


L'idrogeno verde, prodotto con elettrolisi da rinnovabili, è prospettiva allettante. E la Green Hydrogen Valley è il progetto di Edison, Snam, Saipem e Alboran: tre parchi fotovoltaici a Brindisi, Taranto e Cerignola per produzione di 300 milioni di metri cubi di idrogeno verde all'anno. Il progetto è finito nel porto delle nebbie, o così sembra, e pure in questo caso gli interlocutori istituzionali dribblano il fascicolo.


Il ritorno del carbone?

Mario Draghi l'ha paventato come ultima valvola d'emergenza: tornare a bruciare carbone nelle centrali termoelettriche. A Brindisi, Enel sta smantellando: la capacità teorica è di 2.480 Mw, al momento non va oltre i 1.240 Mw, un gruppo è definitivamente spento. Urge rimodulare la vertenza fossile e post-fossile a Brindisi, anche questa ormai però fuori dai radar dei grandi interlocutori.
Resta, in generale, il mantra ribadito dal premier: «La diversificazione delle fonti è un obiettivo da perseguire indipendentemente da quello che accadrà alle forniture di gas russo nell'immediato». E la Puglia può e deve essere una delle locomotive, senza più nascondersi.

Ultimo aggiornamento: 20:13 © RIPRODUZIONE RISERVATA