Fuori dalla specializzazione: sono i 10mila camici grigi

Domenica 3 Novembre 2019
Maria Claudia MINERVA
Innanzitutto va sfatato un luogo comune: la carenza di medici che affligge ormai tutto il Paese non è legata al numero chiuso che regola l'accesso alle facoltà di Medicina, ma semmai alla carenza di borse di studio per le specializzazioni e per i corsi di medicina generale. A dirlo sono proprio gli Ordini professionali, che parlano di ben 10mila camici grigi riferendosi ai laureati rimasti fuori sia dalla specializzazione sia dai corsi di medicina generale, che stazionano in una sorta di limbo dantesco in attesa di poter finalmente svolgere un lavoro costato anni di studio e sacrifici. «Ancora oggi ribadiamo la necessità di assicurare una borsa di studio per ogni iscritto a Medicina, fino a quando non si raggiungerà quell'obiettivo non avremo soddisfatto l'enorme richiesta di medici che arriva dai territori». Lo sottolinea il presidente dell'Ordine dei medici di Brindisi, Arturo Oliva, che chiarisce: «Abbiamo lanciato l'allarme già anni fa ma non siamo stati ascoltati e ora la gobba pensionistica sta determinando un vero e proprio deserto. Ripeto, mancano gli specialisti, dire che mancano i medici è un falso problema, perché abbiamo migliaia di laureati ma non tutti possono accedere alla specializzazione perché non ci sono le borse». Oggi la Puglia patisce soprattutto la carenza di medici generici, tanto che nei giorni scorsi la Fimmg (Federazione italiana medici di medicina generale) ha firmato un patto integrativo con la Regione per garantire continuità assistenziale sul territorio e la copertura del medico di famiglia. «Finché la medicina generale non sarà riconosciuta come una vera e propria specializzazione, fare il medico di famiglia sarà sempre considerato come un ripiego. I giovani puntano, invece, sulla specializzazione perché si tratta di un percorso che garantisce cinque anni di stipendio doppio rispetto a chi frequenta il corso triennale di formazione in medicina generale». Secondo Oliva, il grande Salento - inteso come province di Lecce, Brindisi e Taranto - paga anche lo scotto di non avere una facoltà di Medicina in loco. «Chi studia e si specializza al Nord è raro che rientri qui. E questo è un altro problema da affrontare. Ma una cosa deve essere chiara: la sanità ha bisogno di risorse, Governo e Regione devono impegnarsi a finanziare le borse di studio, altrimenti si prospetta il deserto».
Sulla stessa lunghezza d'onda il presidente dell'Ordine dei medici di Taranto, Cosimo Nume, che punta l'indice sulla mancanza di programmazione. «Non tanto nel numero chiuso per l'accesso alla facoltà di Medicina, quanto nella predisposizione di posti di specializzazione, che ad oggi coprono solo il 70% dei laureati». Questo significa che su 8mila laureati solo 6.500 trovano posto. «La carenza non riguarda solo i medici di base, ma anche gli specialisti - denuncia il presidente Nume -. Mancano anestesisti, mancano cardiologi, gli ospedali si stanno svuotando. Viene a mancare la forza lavoro medici per colpa di una programmazione miope, nonostante le nostre denunce. Occorrono dieci anni per formare un medico che possa spendere un titolo nel pubblico, bisognava programmare oculatamente entrate e uscite. Sicuramente c'è stata una sottostima nella programmazione degli accessi a Medicina, nel tempo ci si è cristallizzati sui numeri stabiliti negli anni 80, poi non sono state fatte delle prospezioni sulla gobba pensionistica e ora siamo in questo stato. Formare un giovane che dopo sei anni non ha la possibilità di trovare uno sbocco nella specializzazione significa aver solo buttato all'aria 150mila euro, tanto costa allo Stato la formazione di ogni singolo studente in Medicina».
In Puglia la carenza di medici è tale che il presidente dell'Ordine della provincia di Lecce, Donato De Giorgi, lancia un avvertimento che suona tanto come un pericolo: «Fra tre anni nel 2022 ci saranno dei comuni che non avranno nessun nessun medico di famiglia, se non si cambia registro si arriverà all'anno zero». De Giorgi contesta però le soluzioni-tampone, come il Decreto Calabria che consente l'utilizzo negli ospedali di colleghi non specialisti. «Abbassando la qualità del servizio - sottolinea - una soluzione che non possiamo assolutamente tollerare. Così finiranno per fare anche con la medicina generale. Oggi le sfide del medico richiedono continuo e profondo studio e aggiornamento e specializzazione, non potendo sostenere l'onere economico arriveremo a questa situazione apocalittica o a un abbassamento della qualità, che può essere determinata anche dall'aumento del numero di mutuati». Occorre cambiare rotta, due le strade da percorrere: «Ridare dignità ai medici di medicina generale, che nell'immaginario rimangono sempre figure di serie B evitando la fuga dei nostri giovani, che noi prepariamo con soldi e sacrifici. E garantire a chi si iscrive a Medicina la certezza di potersi specializzare subito».
© RIPRODUZIONE RISERVATA © RIPRODUZIONE RISERVATA