Fondo sanitario nazionale, Regioni in stallo. Il Sud rivendica: «Criteri di riparto da cambiare». Bloccati 127 miliardi di euro

Fondo sanitario nazionale, Regioni in stallo. Il Sud rivendica: «Criteri di riparto da cambiare». Bloccati 127 miliardi di euro
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Giovedì 1 Dicembre 2022, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 09:30

Una profonda modifica dei criteri di riparto del Fondo sanitario nazionale (Fsn) e più risorse per il Mezzogiorno: i due obiettivi che le Regioni del Sud CampaniaPuglia in testa – vorrebbero centrare sono molto ambiziosi. Non a caso, i 127 miliardi del Fondo 2022 sono ancora fermi nelle casse dello Stato e la Conferenza delle Regioni, per il momento, ha prodotto lunghi e accesi confronti, ma nessuna decisione. «Se non si arriverà a una conclusione in tempi brevi – riferiscono dall’entourage dei presidenti di Regione – vedremo ridotta la Conferenza a poco più di una assemblea di condominio». E a quel punto dovrà intervenire il Consiglio dei ministri, stabilendo entro 40 giorni come suddividere il Fondo sanitario 2022. Più che uno scivolone, un vero e proprio smacco politico per le Regioni pronte a cavalcare l’autonomia differenziata, acquisendo maggiori poteri e funzioni da quello Stato centrale che, invece, finirebbe per risultare indispensabile a traghettarle fuori da uno stallo tanto imbarazzante quanto insidioso. Tutti gli strumenti di programmazione economico-finanziaria in campo sanitario, infatti, sono bloccati in attesa del riparto. La Puglia, per esempio, non ha ancora formalizzato il suo Piano di rientro. 

L'intesa e gli obiettivi

Un’intesa di massima sui criteri di suddivisione del Fondo sanitario nazionale 2022, in realtà, in Conferenza sarebbe anche stata individuata. Ma per dare via libera a quella suddivisione, il fronte del Sud pretende siano stabiliti oggi i nuovi criteri per il riparto degli anni a venire, premiando quelli che garantirebbero alle Regioni meridionali una fetta di torta più grossa. Uno di questi è, ad esempio, il tasso di mortalità under 75, il cui peso - nella proposta di modifica che il Sud sostiene – aumenterebbe dall’1,5% fino al 3,5%, a regime. Tale criterio è legato a doppio filo agli indici di deprivazione socio-economica che - valutati periodicamente da Istat – tengono insieme la povertà relativa individuale, il livello di bassa scolarizzazione, il tasso di disoccupazione e influiscono direttamente sull’accesso alle cure e ai servizi sanitari. Naturalmente nel Mezzogiorno il tasso è molto più alto. 

Oggi, invece, il Fondo sanitario nazionale viene ripartito per l’85% sulla base dell’età della popolazione che accede ai livelli di “Assistenza specialistica ambulatoriale” e al livello “Assistenza ospedaliera”, così da garantire i cosiddetti fabbisogni standard. Il restante 15% delle risorse è ripartito sulla base della popolazione residente riferita, per il 2022, all’1 gennaio 2021. A luglio, tuttavia, la Campania di Vincenzo De Luca ha diffidato il Governo dal modificare quei criteri di riparto del Fondo – gli stessi da 26 anni -, presentando ricorso al Tar. E prima delle Politiche, l’ex ministro della Salute Roberto Speranza ha presentato una proposta contenente i nuovi criteri, senza tuttavia riuscire a coagularvi attorno i necessari consensi. Né il confronto delle Regioni in Conferenza ha permesso di trovare una sintesi, anche perché a complicare il quadro c’è il fatto che tutti i governatori si aspettavano dal Governo un pacchetto di fondi più cospicuo, soprattutto dopo il biennio duro della pandemia i cui costi non sono ancora stati ripianati o recuperati. I margini di confronto, insomma, si sono assottigliati.

Le posizioni

Il no più deciso a una rimodulazione dei criteri è arrivato, per ora, dalla Lombardia, troppo vicina alle Regionali – è trapelato dall’ultima Conferenza – per accettare di ridiscutere criteri che l’hanno, fino a oggi, avvantaggiata. Dal Veneto l’assessore alla Sanità Manuela Lanzarin tiene il punto: «Siamo già in grave ritardo e una sintesi va trovata. Ci siamo detti disposti a rinunciare persino alla quota premiale 2022 in favore di Regioni che si sono sentite penalizzate dal riparto. Abbiamo compiuto uno sforzo solidaristico e siamo disposti a farne un altro, confrontandoci sul criterio di mortalità legato alla deprivazione socio-economica. Ma è bene che ci sia un confronto aperto, leale, ampio: per noi e per tutte le comunità della Pianura Padana è importante sia valutato l’effetto dell’inquinamento sulla salute pubblica. Dunque per gli anni a venire si tengano in considerazione tutti i criteri, compreso questo, e l’equità sia garantita a tutti, sedendoci a un tavolo e discutendo». 
L’asse De Luca-Emiliano, però, tiene. E dopo l’autonomia è la sanità il campo di battaglia dei meridionalisti 4.0. «Quando si parla di questione ambientale – rintuzzano dall’entourage della Giunta regionale campana e dell’assessore Ettore Cinque – non si possono dimenticare i problemi legati allo smaltimento dei rifiuti, alle acciaierie come quella di Taranto, che influenzano direttamente la salute dei cittadini». Insomma, sì al confronto, ma barra dritta. 
«Per noi è impossibile continuare ad accettare criteri di riparto tanto penalizzanti – dice l’assessore regionale pugliese Rocco Palese. Alla Puglia, attualmente, spetterebbero 7,6 miliardi di euro del Fondo più un’integrazione di 200 milioni legata alla rinuncia della quota premiale da parte delle Regioni più virtuose. «Ma non possiamo più accettare questo andazzo, va compiuto almeno un primo passo nella direzione di un doveroso riequilibrio» conclude Palese. Domani un nuovo incontro della Conferenza delle Regioni e un nuovo tentativo di mediazione. Niente affatto semplice. 

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