«ll femminismo? Obsoleto, non esiste più. Viva il fluid gender»: parla Anna Dello Russo, direttrice creativa di Vogue Japan

«ll femminismo? Obsoleto, non esiste più. Viva il fluid gender»: parla Anna Dello Russo, direttrice creativa di Vogue Japan
di Paola ANCORA
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Martedì 8 Marzo 2022, 11:49

Noi siamo degli esseri guardati, nello spettacolo del mondo diceva il filoso e psicanalista Lacan. E se l'immagine - da Platone in avanti - è stata sempre al centro della scena nella Storia dell'uomo e nel suo continuo interrogarsi su se stesso, nell'ultimo secolo è stata la moda a costituire la frontiera più immaginifica e innovativa delle mutazioni sociali. Qualche volta provocandole - si pensi alla cesura dei costumi causata dalla minigonna negli anni Settanta o, ancora prima, al potere prorompente del bikini negli anni Quaranta -, qualche altra accompagnandole, come secondo Anna Dello Russo sta avvenendo oggi. Direttrice creativa di Vogue Japan dal 2006, Dello Russo è icona fashion indiscussa in tutto il mondo, ma anche una attenta osservatrice dei costumi, dei fenomeni sociali. «E il femminismo - dice - non esiste più, è superato».


Perché? Che cosa significa per lei oggi la parola femminismo?
«Nel marasma terrificante che ci troviamo a vivere, per me la parole femminismo è obsoleta: siamo ormai nell'epoca dell'abbattimento dei generi sessuali, una fase ben più avanzata e di grandissima emancipazione. Poi è pur vero che l'Italia è il Paese che ha bocciato la legge Zan e dove la lotta delle donne trova ancora spazio perché di problemi ce ne sono diversi, ma io sposterei il focus sulle minoranze, tutte, senza distinzione».


Tuttavia le donne non sono nemmeno una minoranza, anzi. Restano però le grandi dimenticate di questo Paese.
«Non soltanto loro. Qui si manifesta il grande potenziale della moda, che anticipa i tempi e apre le porte al futuro. In passerella, nelle sfilate che sono ancora in corso, non c'è più distinzione fra uomo e donna, ma protagonista è il fluid gender che allarga l'orizzonte dell'impegno a tutte le possibili rappresentazioni di se stessi. Se penso al femminismo penso anche ai transgender che vivono a cavallo di una identità: sono tutte persone che vanno protette, insieme, in un unico fronte. Fra guerra e pandemia, sembra di vivere in uno Squid Game reale, ma l'aspetto positivo che registro è un avanzamento culturale e sociale come mai avvenuto prima».

Mi consenta la provocazione. Diluendo ogni fronte di emancipazione in uno unico e univoco, non si rischia di cedere il passo a un certo elitarismo? Che, insomma, a guadagnarci sia solo chi può permetterselo?
«Assolutamente no, anzi è esattamente il contrario. Non ha più senso la battaglia femminista: avanza il pluralismo sessuale, l'abbattimento del genere, che riguarda tutti: i più o meno ricchi, i più o meno colti. In Italia c'è molto da fare, ma ho la fortuna di lavorare in un settore che è sempre avanti e dove l'open mind non è mai solo uno slogan. La differenziazione di genere non esiste più: possiamo e dobbiamo essere quello che ci va. E la moda ha il grande potere di visualizzare questa evaporazione delle differenze. Basta ismi a favore di una trasversale e rassicurante normalità, per tutti».

Come si esprime il potere della moda che ha citato?
«Sulle passerelle non ci sono più solo modelli e modelle bellissimi, ma anche corpi, identità e colori che non sono etichettabili. Questo messaggio è molto potente e attraverso le immagini entrerà nella vita di tutti, arrivando anche a chi è più restio ad accettare i cambiamenti».

Qual è, per lei, la personalità che meglio interpreta questo cambiamento?
«Harris Reed, uno studente della Central Saint Martins (scuola di moda con sede a King's Cross, Londra, che ha formato fuoriclasse come John Galliano e Stella McCartney, ndr) che ha creato la sua prima collezione couture fluid, senza genere. Un ottimo rappresentante del suo mondo, ha aperto una porta».

Qual è il suo messaggio alle giovani donne?
«I ventenni di oggi vivono già in comunità miste, poliedriche, tanto più che si trovano ad attraversare un momento storico così complesso e difficile. Vorrei che l'8 marzo potessero celebrare i generi e le identità, più che la donna. Esistono minoranze anche fra gli uomini e anche quelle hanno bisogno di essere protette. Dagli anni Sessanta a oggi le donne hanno fatto tanta strada, ora non camminiamo più da sole».

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