Family Act, la ministra Bonetti: «Denatalità, la svolta soltanto con la conciliazione lavoro-famiglia»

Family Act, la ministra Bonetti: «Denatalità, la svolta soltanto con la conciliazione lavoro-famiglia»
di Paola ANCORA
6 Minuti di Lettura
Giovedì 19 Maggio 2022, 05:00

Un mercato del lavoro poco vivace, una scarsa offerta di servizi per l’infanzia e per le famiglie, una poco diffusa cultura delle pari opportunità. L’emergenza denatalità in Italia e in Puglia trova in questa triangolazione di fattori i principali problemi da affrontare e risolvere. E il primo passo compiuto per scongiurare la fuga dei giovani e tornare a riempire le culle porta la firma della ministra per le Pari opportunità e la Famiglia Elena Bonetti. Si scrive Family Act, si legge assegno unico universale: uno strumento che stenta ancora a prendere piede, ma che secondo i demografi va nella giusta direzione e dovrà, anzi, essere potenziato perché non resti un aiuto alle famiglie di minor reddito, ma costituisca un contributo anche per il ceto medio, un antidoto alla paura di avere dei bambini e impoverirsi. 


Ministra, il Paese attende il varo del Family Act, cui mancano ancora i decreti attuativi. Qual è la tabella di marcia? 
«La legge è entrata in vigore il 12 maggio e da quella data abbiamo quasi un anno di tempo: l’obiettivo è far sì che i decreti attuativi siano pronti prima del termine della legislatura e rendere presto esecutivo il Family Act, come ha sollecitato il presidente Mattarella».


Quali ritiene siano le misure più incisive di questo strumento e che impatto ritiene potranno avere al Sud, che si misura da qualche anno con una denatalità anche più grave che nel resto del Paese?
«Questa riforma, con la sua visione integrata e sistemica, l’abbiamo voluta per garantire alle donne e agli uomini del nostro Paese la libertà e la concreta possibilità di investire in progetti di vita, tra i quali c’è la scelta di avere dei figli. L’assegno unico e universale con i suoi 20 miliardi di euro stanziati all’anno è già realtà e va proprio in questa direzione, ma è tutta la riforma che dà una svolta alle politiche familiari. Penso al sostegno alle spese educative, con un investimento inedito sugli asili nido, 4,6 miliardi, che avrà un impatto trasformativo al Sud, così come la riforma dei congedi parentali in un’ottica paritaria, gli incentivi per l’autonomia dei giovani, dalla prima casa al lavoro, e quelli per il lavoro femminile. Il governo è impegnato concretamente anche con il Piano nazionale di ripresa e resilienza, con la Strategia nazionale per la parità di genere, il Fondo per l’imprenditoria femminile e la Certificazione per la parità di genere per le imprese. Promuovere il lavoro delle donne e dei giovani è già realtà: con questo Governo l’Italia va avanti per far ripartire e crescere tutte e tutti».


In Italia si continua a parlare di politiche di conciliazione famiglia-lavoro e di sostegno al lavoro femminile, mentre in altri Paesi d’Europa - si pensi alla Francia - queste misure sono realtà da tempo e stanno già dando i loro frutti. Esiste un deficit culturale da colmare perché si ritenga tutti prioritario combattere la denatalità? 

«I dati sulle nascite nel nostro Paese sono da tempo allarmanti, anche per questo è stato necessario avere il Family Act: avere, cioè, per la prima volta nella nostra storia, delle politiche familiari serie, strutturate e integrate in una riforma di sistema. È stato il mio impegno di questi anni e oggi c’è una consapevolezza nuova, di tutto il Paese, sull’urgenza di intervenire e cambiare verso alla denatalità. Le azioni che abbiamo messo in campo mirano esattamente a invertire la rotta, perché le bambine e i bambini, i giovani, sono la speranza di futuro del nostro Paese».


La media dei figli per famiglia è drammatica: i dati Istat parlano di 1,24 figli per donna a livello nazionale, 1,18 in Puglia, media che qui nella regione sale fino a 1,95 soltanto se si considerano le donne migranti. Non è forse giunto il momento di pensare anche a facilitare l’ottenimento della cittadinanza per tutti coloro che vengono a vivere nel nostro Paese? Si allargherebbe subito la platea di giovani.
«Appena arrivata alla mia prima esperienza di governo, nel 2019, ho dichiarato che sono favorevole allo ius culturae e allo ius scholae. La motivazione per approvarli però non può essere dettata da un’esigenza, fosse anche la gravità del calo demografico. Bisogna approvarli perché siamo una democrazia che riconosce l’educazione come luogo di costruzione di coscienza comunitaria e di cittadinanza: le ragazze e i ragazzi che nelle nostre scuole educhiamo da cittadine e cittadini italiani devono avere il diritto di essere riconosciuti come tali in virtù di quel percorso di cittadinanza che noi abbiamo fatto con loro. La centralità dell’educazione è scolpita nei nostri principi costituzionali e proprio per questo, guardando alla sua Costituzione, il Paese può fare un passo avanti».


L’ultimo rapporto europeo “Education at a glance” sottolinea come si spendano, dall’asilo al dottorato, 250mila euro per formare e istruire una cittadina che spesso, quando diventa madre, resta fuori dal mercato del lavoro. In Puglia lavora appena il 33% delle donne: cosa può e si sente di dire a tutte le donne che non rientrano in questa percentuale?
«Lo dico con una metafora che uso spesso: il nostro Paese non può più permettersi di lasciare in panchina la squadra che ha allenato con risultati positivi e spesso anche migliori. E alle donne dico che possiamo cambiare questi numeri. Con il Family Act, con il Pnrr, con la Strategia nazionale per la parità di genere. Il nostro impegno in questa direzione è chiaro: serve promuovere la partecipazione delle donne nel mondo del lavoro. È il motivo per il quale abbiamo scelto di intervenire dal governo con azioni specifiche: assegno unico e universale maggiorato per i nuclei in cui entrambi i genitori lavorano, servizi educativi e asili nido, incentivi alle aziende per promuovere politiche e welfare a sostegno della genitorialità e del lavoro femminile e, già in legge di bilancio, sostegno economico per le donne che rientrano al lavoro dalla maternità con la decontribuzione. Le parole del presidente Mattarella, in occasione degli Stati generali della Natalità che si sono svolti a Roma nei giorni scorsi, sono nitide: non può esserci opposizione tra impegno professionale, attività lavorativa e scelta di maternità. Ma soprattutto il Paese non può privarsi dei talenti, della piena partecipazione femminile, se davvero vogliamo sviluppo, crescita e futuro per le nostre figlie e i nostri figli».

© RIPRODUZIONE RISERVATA