Ex Ilva, a rischio 2.000 posti dell'indotto. Il ministro Urso: «Da Acciaierie comportamento inaccettabile». Giovedì vertice con Emiliano e i sindacati

Ex Ilva, a rischio 2.000 posti dell'indotto. Il ministro Urso: «Da Acciaierie comportamento inaccettabile». Giovedì vertice con Emiliano e i sindacati
5 Minuti di Lettura
Lunedì 14 Novembre 2022, 16:43 - Ultimo aggiornamento: 17:41

Dopo due giorni di silenzio sulla messa alla porta di 145 imprese dell'indotto ex Ilva da parte di Arcelor Mittal, il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso prende posizione, chiarendo che il Governo aspetta già dalla riunione del CdA di domani «concrete risposte per l'indotto e per i lavoratori, a fronte di una decisione che ha suscitato giustamente sconcerto, tanto più per le modalità con cui è stata annunciata, assolutamente inaccettabili». Urso ha anche sottolineato l'improrogabilità di «un piano siderurgico nazionale. L'Ilva - ha aggiunto - è la più grande acciaieria europea, abbiamo la necessità che torni a essere un elemento propulsivo del Paese». L'occasione è il Forum annuale delle Telecomunicazioni organizzato da Assotelecomunicazioni-Asstel. «Di questo dossier strategico - ha aggiunto il ministro del Governo Meloni - ho già preso visione sin dall'inizio del mio mandato. E anche oggi so che devo confrontarmi non soltanto con le questioni che sono emerse dopo la decisione della proprietà in merito alle aziende dell'indotto, ma anche con la problematica importante della siderurgia italiana».

Già sabato il ministro Urso ha preso contatto con Acciaierie insieme ad altri membri del Governo e ha concordato un incontro con il presidente della Regione, Michele Emiliano, che si terrà a Roma il prossimo giovedì, 17 novembre. Sempre giovedì il ministro incontrera i sindacati nazionali di categoria, «come da loro richiesta». 

La strategia da adottare e la replica al sindaco Melucci

Secondo Urso, la strategia da adottare«è quella di delineare un futuro per all'acciaieria italiana, anche attraverso quello che con il tempo realizzeremo, ossia un piano siderurgico nazionale che tenga insieme i vari siti produttivi e rispetti le vocazioni. Parlo ovviamente di Terni, ma anche di Piombino, così come dell'Ilva a Taranto e nel resto del Paese». Nessuna risposta, per il momento, alla richiesta del sindaco di Taranto Rinaldo Melucci di «cacciare a pedate nel sedere» Acciaierie d'Italia, la cui condotta - per il primo cittadino - è equiparabile a una «estorsione di Stato». Nelle 145 imprese che da oggi, 14 novembre, resteranno fuori dai cancelli di Ilva, infatti, lavorano più di 2.000 operai, che si andranno con ogni probabilità ad aggiungere alla folla - svariate migliaia - di unità già in cassa integrazione. Acciaierie d'Italia ha scarsa liquidità, una mole di debiti da onorare non indifferente - solo a Eni deve circa 300 milioni di euro di bollette mai pagate - e, dunque, la mossa repentina di tagliare l'indotto è apparso ai sindacati come un tentativo di ottenere dal Governo circa un miliardo di euro del Dl Aiuti quater, proprio per far fronte a questa fase di crisi. 

L'incontro fra i sindacati e i parlamentari

Nel primo pomeriggio, intanto, è terminato l'incontro tra organizzazioni sindacali e parlamentari ionici neo eletti nella sala Resta della Cittadella delle imprese di Taranto. Vi hanno partecipato i deputati Vito De Palma (Forza Italia), Dario Iaia (Fratelli d'Italia), Giovanni Maiorano (Fratelli d'Italia) e Ubaldo Pagano (PD) e il senatore Mario Turco (M5S). I parlamentari hanno assunto l'impegno di fare pressing sul Governo e favorire la convocazione di un vertice ministeriale. Subito dopo i sindacati hanno raggiunto la prefettura per un confronto con il prefetto Demetrio Martino. 

La politica

L'onorevole Elisabetta Piccolotti (Alleanza Verdi e Sinistra) è la firmataria di una un'interrogazione parlamentare «per capire se il Governo intenda o meno intervenire per tutelare l'occupazione e puntare con determinazione ad una vera riconversione ecologica del sito» ex Ilva di Taranto dove «da stamattina circa 2000 lavoratori di 145 imprese appaltatrici di Acciaierie d'Italia sono sospesi a tempo indeterminato. Non lavoreranno, non hanno più il badge per entrare nello stabilimento - prosegue la deputata - non sanno quale sarà il loro futuro. Per migliaia di persone a Taranto questa è una assoluta emergenza. Lo è per i lavoratori e le lavoratrici, per le loro famiglie, per i titolari delle imprese appaltatrici, per i negozianti della città, per gli amministratori del territorio». «Ma a Palazzo Chigi - conclude - le emergenze sono altre: è urgentissimo arrestare chi balla ai rave, perseguitare chi soccorre i naufraghi, aiutare chi gira ogni giorno con 5000 euro in contanti e coprire gli speculatori dell'energia con i loro extraprofitti. Noi siamo basiti, tanto più che lo Stato italiano è azionista di Acciaierie di Italia».

«Quello che è successo negli ultimi giorni è di una gravità inaudita. Il Consiglio regionale, nella seduta di domani, non potrà non affrontare la questione e approvare un ordine del giorno urgente per impegnare il governo regionale a chiedere un incontro ad horas al governo per discutere la definitiva uscita di scena dei privati dal siderurgico di Taranto»: lo afferma il capogruppo del Pd in Consiglio regionale pugliese, Filippo Caracciolo. «Taranto e la Puglia - aggiunge - non possono continuare ad essere trattate in questo modo», aggiunge Caracciolo. «I lavoratori non possono essere trattati come marionette, come numeri. Dietro quelle 145 imprese - conclude - ci sono oltre duemila lavoratori, duemila famiglie che già vivevano nell'angoscia di un futuro incerto e che ora vedono precipitare la situazione, peraltro nel momento peggiore degli ultimi anni, con il caro bollette e l'inflazione che sta mettendo in difficoltà persino chi ha la certezza di uno stipendio fisso».

© RIPRODUZIONE RISERVATA