L'intervista/Stefàno: «Recovery, battaglia per il Sud. Ma serve un piano nazionale: niente liste della spesa»

Domenica 21 Febbraio 2021 di Francesco G. GIOFFREDI

Dario Stefàno, senatore Pd e presidente della Commissione Politiche dell'Unione europea: Draghi ha annunciato che bisogna «approfondire e completare la gran mole di lavoro» fatta dal precedente governo sul Recovery plan. Ma molto c'è ancora da fare.
«Bisogna ammettere che quella approvata a gennaio scorso è senza dubbio una versione migliore della precedente. Certo, necessita ancora di un ulteriore intervento migliorativo visto che siamo chiamati ad un'altissima responsabilità soprattutto nei confronti dei cittadini di domani, ovvero giungere al miglior piano possibile. Come Commissione e come Parlamento siamo impegnati proprio su questo obiettivo».
La mezza rivoluzione sarà sulla governance: incardinata nel ministero dell'Economia e delle finanze. Più centralizzazione, a beneficio di rapidità ed efficienza. Ma il Parlamento rischia di perdere protagonismo?
«Riprendendo le parole del presidente Draghi: il Parlamento è chiamato a dare un contributo significativo, a esprimere gli orientamenti che saranno di importanza fondamentale nella preparazione della sua versione finale. Non credo quindi che ci saranno rischi, anzi. Aver chiarito profilo e perimetro istituzionale della governance è certamente un altro passo avanti».
Resteranno le sei missioni che innervano il Pnrr. Ma ci sarà evidentemente un'articolazione più dettagliata e concreta: su cosa ritiene necessario far leva?
«Sarà essenziale disegnare una rotta precisa su ricerca e sviluppo, istruzione e formazione, regolamentazione, incentivazione e tassazione. Ma anche su riforma giustizia, Pa e diseguaglianze territoriali. Elementi già oggi presenti nel piano, che va ancora affinato, perché rappresentano le leve fondamentali attraverso cui centrare gli obiettivi immaginati per il prossimo decennio e più a lungo termine».
Le Regioni potrebbero essere tenute ai margini? Draghi ha parlato di coinvolgimento dei livelli di governo territoriali, ma l'impostazione centralizzata non va certo in tal senso.
«Le Regioni non sono state tenute ai margini: sia singolarmente che come Conferenza delle Regioni sono state coinvolte partecipando sin dall'inizio ai lavori del Ciae, il comitato interministeriale, che da luglio è stato impegnato nel lavoro di raccolta e raccordo delle diverse indicazioni. Hanno quindi interloquito con il governo precedente e col Parlamento in sede di elaborazione delle linee guida. Sia la Camera che il Senato hanno audito, accolto e assorbito le evidenze poste e rilevate dalle Regioni, cosi come dei Comuni con l'Anci. Pertanto, il confronto con gli enti locali c'è stato, c'è e continuerà ad esserci anche nella fase attuativa ma non potrà tradursi in una sorta di lista della spesa di progetti fine a se stessi, magari dormienti nei cassetti da qualche anno».
La Regione Puglia ha presentato, nei mesi scorsi al governo Conte, schede progettuali da ben 18 miliardi. Adesso rischiano di finire nel cestino?
«Occorre avere consapevolezza che il lavoro di Governo e Parlamento deve portarci ad una definizione complessiva del Piano che è nazionale. Siamo quindi chiamati a sostenere progetti e iniziative coerenti con gli obiettivi strategici del Programma, in grado di esprimere altissima qualità progettuale ma anche compatibili con una condizione fondamentale che siamo chiamati a rispettare: essere cantierabili entro il 2023 e realizzabili totalmente entro il 2026. Una condizione non di poco conto, che taglia ogni alibi».
La Regione ha però portato avanti, e continua a farlo, un confronto con parti sociali e associazioni datoriali su queste schede progettuali.
«La Regione Puglia, come tutte le altre, ha già interloquito nella fase preliminare alla elaborazione del documento approvato in Cdm nel gennaio scorso, pertanto immagino abbia colto quell'occasione per produrre proprie indicazioni e priorità. In questo senso, e fuori di polemica, immagino che l'attività di ascolto sarebbe stato giusto farla in anticipo rispetto alle scelte ed all'invio di quelle indicazioni al Governo. Dico di più: qualche giorno fa il Capo di Gabinetto del presidente, intervistato in qualità di referente del Recovery per la Puglia, si è qualificato così, ha raccontato i progetti proposti e le motivazioni che ne hanno determinato la scelta. Ora, al di là del merito, se così è, a cosa serve ascoltare oggi se la stessa Regione ha già prodotto un'indicazione qualche mese fa? Dico questo tenendo a mente e sottolineando che il piano di cui parliamo reca già nel titolo l'aggettivo nazionale e, quindi, pone in testa al governo titolo e competenze per la redazione e attuazione di una pianificazione di valenza sistemica nazionale. E non leggo questo aspetto come elemento di negatività quanto, semmai, come valore strategico ed elemento di facilitazione procedurale e di tempi attuativi».
Il rischio lista della spesa è concreto. Ma allo stesso tempo, si pone il tema delle risorse del Recovery per il Sud. Ecco: non è chiaro cosa intende fare questo governo circa l'assegnazione territoriale dei 209 miliardi. La stessa Commissione europea sollecita una riduzione del gap Nord-Sud anche grazie al Next Generation Eu.
«L'Italia è destinataria di 209 miliardi anche perché è un Paese realmente diviso a metà. Una finalità principale del Piano è proprio ridurre la spaccatura, andando ad investire in infrastrutture materiali e immateriali capaci di ricucire territori e fasce di popolazione tra loro già separati, che la crisi da Covid ha ulteriormente diviso. Come presidente di Commissione, riguardo al Mezzogiorno, ho voluto e preteso che, nelle linee guida inviate a Bruxelles fosse chiarito l'impegno a destinare una percentuale maggiore a quella della popolazione residente, la famosa clausola del 34%. Perché tale percentuale è stata stimata come utile a non far aumentare il divario piuttosto che a ridurlo. Rimango convinto che avremo modo di dare ulteriore seguito a questo impegno e non demorderò».

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