Crisi di governo, l'allarme Svimez: «Al Sud rischio elevato di tensioni sociali in autunno»

Crisi di governo, l'allarme Svimez: «Al Sud rischio elevato di tensioni sociali in autunno»
di Paola ANCORA
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Venerdì 22 Luglio 2022, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 08:06

«Il rischio concreto è che in autunno ci siano forti tensioni sociali nel Paese e al Sud in particolare». La crisi di governo e il ritorno alle urne a settembre, per il direttore della Svimez (Associazione per lo Sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) Luca Bianchi avrà ripercussioni gravi sull’economia italiana e sul Meridione, l’area nella quale maggiori sono le aspettative legate all’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza e dove più forte è il rischio che ritardi e inversioni di marcia politiche impediscano di agganciare la ripresa.

Direttore, cosa pensa di quanto accaduto in questi giorni e quali scenari si aprono adesso per il Sud?
«Corriamo un rischio altissimo. Il Mezzogiorno è la regione che ha più da perdere da questa crisi improvvisa in una così delicata fase economica. Ci troviamo in un momento di forte crescita dell’inflazione, con un impatto oltremodo forte sulle famiglie a più basso reddito, concentrate al sud, perché colpisce i beni energetici e alimentari. Avremo con ogni probabilità uno scivolamento degli occupati verso la povertà e impedire che ciò accada è una priorità assoluta: l’assenza di un tempestivo intervento governativo apre anche a un potenziale rischio di tensioni sociali in autunno».

Rischiano uno stop anche i tavoli per la risoluzione di vertenze sindacali aperte soprattutto per le aziende del Sud. I sindacati sono in allarme. Si riferisce anche a questo?
«La possibile interruzione dei tavoli negoziali già aperti e il ritardo nei rinnovi contrattuali potrebbero riflettersi in maniera pesante al Sud, sì, perché in questa zona rischia di deflagrare la questione salariale. Il lavoro è principalmente povero, si guadagna il 20% in meno che al nord ed era stato aperto un tavolo al ministero che riguardava proprio il salario minimo e la sua estensione erga omnes. Ora è tutto sospeso». 

La sfida del Pnrr preoccupa molto istituzioni locali e imprese. Già lo Svimez aveva segnalato la necessità di apportare dei correttivi all’impianto del Piano e i probabili ritardi legati alle capacità amministrative del Mezzogiorno. Cosa pensa accadrà?

«Avevamo sollecitato il Governo a correggere alcuni punti di debolezza del Pnrr, come la distribuzione dei fondi per le infrastrutture sociali affidata ai bandi, che rischiava di premiare le capacità amministrative degli Enti locali senza intervenire là dove, invece, c’è un reale bisogno. Adesso tutte le riforme alle quali è legato il raggiungimento degli obiettivi previsti per il Pnrr - dalla concorrenza alla giustizia - rischiano di interrompersi a metà. E siamo così passati dal chiedere interventi migliorativi al temere di non avere affatto i soldi attesi. In autunno ci aspetta un brusco calo dei consumi, che già inizia ad avvertirsi adesso: la leva degli investimenti è fondamentale o rischiamo di non vedere il rimbalzo sperato».

I sondaggi danno per favorita la coalizione di centrodestra, distante dall’attuale premier per idee e rapporto con l’Europa. Cosa ne pensa?
«Mi spaventa innanzitutto l’interruzione dell’attività governativa legata alla campagna elettorale e che possano tornare a prevalere atteggiamenti populisti, interrompendo il processo di europeizzazione del Paese perché per il Mezzogiorno questa è l’unica reale possibilità di uscire dall’impasse. Temo un’Italia che torni a guardare solo a se stessa, diversa da quella che si stava costruendo con il Recovery Fund dopo lo scossone della pandemia». 

Non è a rischio solo il cospicuo pacchetto di fondi Pnrr, ma anche la spesa dei Fondi di coesione, il Cis...
«Infatti. Qualunque governo avremo sarebbe bene proseguisse mantenendo la barra dritta sulle scelte di fondo compiute fino a oggi, garantendo una equa attuazione del Pnrr e colmando i divari di cittadinanza ancora troppo profondi fra nord e sud del Paese. Dovrà anche affrontare con chiarezza il tema dell’autonomia differenziata, che ha richiamato Draghi nel suo discorso alla Camera».

La commissione bicamerale sull’autonomia differenziata ha concluso i lavori pochi giorni fa stabilendo che non è necessario, prima del varo della legge quadro, definire i Livelli essenziali delle prestazioni (Lep). Cosa ne pensa?
«Definire i Lep è un passo ineludibile, come serve anche una chiara cesura su quei settori, come l’istruzione, che non possono essere oggetto di forme di autonomia. L’attuazione del federalismo fiscale deve essere ordinata. E partire dai fabbisogni, dal superamento della spesa storica e dalla garanzia di livelli di assistenza uguali per tutti. Altrimenti, l’autonomia differenziata rischia di restare il frutto avvelenato di vent’anni di egoismo settentrionale».

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