Via alla crisi del governo: i renziani allo strappo, ma si continua a trattare

Mercoledì 13 Gennaio 2021 di Francesco G.GIOFFREDI

Ricucire, dopo le parole al tritolo, le minacce sotterranee, dopo l'infinita partita a scacchi tra Matteo Renzi e Giuseppe Conte, dopo tatticismi, frenate, accelerazioni, tentativi di stanare la controparte. Fioccano gli ultimatum, da tutte e due le trincee, ma si disperdono poco dopo. E si ricomincia. Il governo giallorosso è comunque appeso a un filo: ieri il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al Recovery plan, ma Italia viva è a un passo dallo strappo. Che si materializzerebbe con le dimissioni della delegazione renziana al governo, guidata da Teresa Bellanova - salentina e ministro dell'Agricoltura. Il Consiglio dei ministri ieri è cominciato alle 22, dopo una giornata avvitata sulle indiscrezioni e sulla pesature anche di sillabe e aggettivi di leader e ministri.

L'ex premier fiorentino, poco dopo lo start alla riunione serale di governo, dà l'idea del clima e della linea: «In Consiglio dei ministri chiederemo il Mes: se diranno sì al Mes, votiamo a favore, se diranno no, ci asteniamo». Gli spiragli per trattare restano. E Renzi sposta al pomeriggio di oggi la conferenza stampa inizialmente convocata con un non-detto ben intuibile: annunciare le dimissioni di Bellanova, dell'altra ministra Elena Bonetti e del sottosegretario Ivan Scalfarotto. Intanto fa la mossa difensiva da pokerista e lascia spazio a qualsiasi giocata e mano, e il caos lievita: «Il Recovery? Dopo le nostre proposte è stato migliorato, vediamo...». «Stasera - annuncia Bellanova nel pomeriggio - io e la ministra Bonetti andremo per responsabilità istituzionale al Cdm e continueremo a dare il nostro contributo per migliorare un progetto che ancora non è soddisfacente. Un progetto di 209 miliardi che anche grazie alle nostre battaglie è stato modificato e che noi pensiamo sia ancora da migliorare», perciò rivendicando il lavorìo di stimolo e proposte integrative. Il tutto chiosato da un renzianissimo e un po' catenacciaro «stasera decideremo». E ancora: «Bisogna prendere atto che una fase è chiusa e capire se si possa aprire un percorso di riscrittura di un programma. Si era iniziato a farlo, per iniziativa di Renzi, Zingaretti, Crimi e Speranza, che avevano incontrato Conte a novembre».


Quattro i possibili scenari. Il primo: i renziani fanno saltare il banco, Conte ritocca la squadra di governo e si presenta in Parlamento con le spalle coperte da una mini-pattuglia di responsabili. Insomma: carte scoperte e prova di forza. Ma dal Pd i segnali sono contrastanti, parzialmente all'insegna dell'apertura alla campagna acquisti in aula, e in parte caratterizzate dal no a una «maggioranza raccogliticcia, sotto ricatto di transfughi di varia natura e origine».


Seconda opzione: un Conte-ter, con la stessa maggioranza (e perciò con Italia viva), con due vice premier a marcare stretto l'avvocato foggiano, più peso ai renziani, la delega ai Servizi (uno dei nodi più roventi della crisi di governo: è tuttora nelle mani di Conte) affidata alla ministra Luciana Lamorgese, magari Goffredo Bettini - king maker delle strategie Pd - sottosegretario alla presidenza. Ma il premier non vuol uscirne indebolito e ridimensionato, tanto che ieri ha fatto filtrare da Palazzo Chigi, spalleggiato dai cinque stelle: «Se Renzi si assumerà la responsabilità di una crisi di governo in piena pandemia, per il presidente Giuseppe Conte sarà impossibile rifare un nuovo esecutivo con il sostegno di Italia viva». Parole che punta(va)no a far allentare la presa a Renzi. Che per tutta risposta alza il tiro: «Non ci interessano le poltrone, le nostre ministre domani lasceranno». Risultato, facendo la tara di tutto: la seconda opzione resta sul piatto, ben quotata.


Poi ci sono gli altri due scenari. Il terzo: la detronizzazione di Conte, la stessa maggioranza e un nuovo timoniere, e in tal caso potrebbe scattare in pole il ministro dem Dario Franceschini. Ma il premier foggiano non sembra vacillare, per ora. Quarto mondo possibile: implode tutto, si naviga a vista spaziando dal governo tecnico di larghissime intese all'esecutivo-traghettatore verso le elezioni anticipate.
Il Pd si ritaglia ancora una volta il ruolo di mediatore. La road map prevede, subito dopo il Cdm sul Recovery plan di ieri sera, l'apertura di 24 o 48 ore di trattativa che porti a un patto di legislatura, sancito dal rafforzamento della squadra di governo, con dimissioni lampo del premier e la consegna della nuova lista dei ministri. Insomma: è lo schema della crisi pilotata. Italia Viva potrebbe portare in squadra, a quel punto, Ettore Rosato e Maria Elena Boschi, oltre alle uscenti Bellanova e Bonetti. II Pd punta invece a de-contizzare palazzo Chigi, presidiando la cabina di regia dei principali dossier. Ma tutto resta ancora possibile.

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