L'intervista/Locatelli: «Covid, è già una fase nuova: ora minori restrizioni. Ma cautela e gradualità»

L'intervista/Locatelli: «Covid, è già una fase nuova: ora minori restrizioni. Ma cautela e gradualità»
di Francesco G. GIOFFREDI
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Sabato 19 Febbraio 2022, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 21 Febbraio, 13:25

Il lessico, le sfumature si tingono di un po’ d’ottimismo. E nel pendolo della pandemia vuol dire tanto. I numeri raccontano molte cose, il resto lo fanno le parole: cala l’incidenza dei contagi, si raffredda il tasso d’occupazione ospedaliera, governo e Cts cambiano registro. E all’orizzonte si intravedono la luce e meno restrizioni. «La fase è più favorevole», ammette Franco Locatelli. Senza trascurare mai «gradualità, progressività e cautela». Presidente del Consiglio superiore di sanità, coordinatore del Comitato tecnico-scientifico che supporta Palazzo Chigi nella lunga traversata pandemica, ieri era a Lecce per una lectio magistralis all’inaugurazione dell’anno accademico di UniSalento.
Proprio in queste ore il ministro Speranza ha spiegato che «stiamo piegando la curva del contagio», e in effetti i numeri cominciano a essere incoraggianti, accennando a «una fase diversa». Ecco: c'è la luce in fondo al tunnel? E come va interpretata e declinata questa «fase diversa»?
«Tutti gli indicatori, anche quelli della cabina di regia odierna, ci dicono che siamo in una situazione epidemiologicamente molto più favorevole: l’incidenza cumulativa è di 672 casi ogni 100mila abitanti, quando solo una settimana eravamo a 962 e due settimane fa a 1.372. E abbiamo riportato sotto la soglia emozionalmente simbolica dei 1.000 i ricoveri nelle terapie intensive, siamo a 987. Come dice giustamente il ministro, la fase è molto più favorevole e tutto lascia prevedere una situazione, incentivata anche dall’evoluzione climatica, tale da avere una circolazione minore del virus».
Ovviamente non incidono solo le condizioni climatiche...
«Abbiamo qualcosa come 50 milioni di italiani che hanno ricevuto almeno una dose, e quasi 37 milioni con la dose booster, l’84%: sono dati che conferiscono una prospettiva di ulteriore serenità. Ma non dobbiamo pensare che il problema sia definitivamente alle spalle e così vanificare lo straordinario lavoro fatto. La direzione è certamente quella di andare verso continue e progressive aperture, tuttavia mantenendo responsabilità e non facendo l’errore di pensare d’essere completamente fuori dalla pandemia».
Adesso la road map cosa dovrebbe prevedere, quali ulteriori scaglioni di riaperture e allentamenti delle restrizioni?
«È un tema che appartiene evidentemente alla politica, è sempre bene mantenere distinti i ruoli. Di certo la direzione che va presa è quella di un progressivo allentamento delle misure, mantenendo i criteri di progressività, gradualità e cautela che ci hanno consentito di arrivare fin qui».
Prossima fermata: il 31 marzo, quando terminerà lo stato di emergenza. O è ipotizzabile un’ulteriore proroga?
«Anche questa è una domanda da rivolgere a chi ha la facoltà istituzionale di decidere in questo ambito. Per quanto riguarda il Cts, come sempre siamo stati una struttura che ha provato a servire il Paese e che rimane al servizio del Paese. Se la scelta, col venir meno dello stato emergenziale, sarà di interrompere questo servizio, resteremo comunque a disposizione».
Decadendo lo stato di emergenza, concretamente quali paletti verrebbero meno? E le restrizioni da quale copertura “di legge” sarebbero garantite?
«Tutti questi mesi hanno chiaramente documentato cosa ha guidato le scelte della politica, suggerite dal Cts: c’è sempre stata la capacità di stringere quando il quadro epidemiologico era meno favorevole, e di allentare quando le condizioni erano diverse, come quelle che ci sono attualmente. Ma dire ora cosa allentare o meno sarebbe un’invasione di campo. Vorrei però approfittare per chiarire un punto».
Prego.
«Nessuno nel Cts si è mai divertito a dare indicazioni che potessero impattare sulle libertà sociali o individuali. L’obiettivo è sempre stato solo tutelare la sanità pubblica, e quando ci sono le condizioni per allentare e aprire i primi a essere felici siamo noi».
Le minori restrizioni potrebbero scatenare un effetto psicologico tale da indurre al “liberi tutti”?
«Il popolo italiano ha dato prova di grande maturità e noi dobbiamo essere efficaci nel lanciare messaggi ottimistici, ma non sconsideratamente indirizzati a definire la pandemia superata. Siamo avviati su una strada favorevole, da percorrere però con responsabilità e gradualità».

Il green pass è stato una vera svolta nel contrasto alla pandemia? È uno strumento consolidato? Ne faremo prima o poi a meno?
«È stato uno strumento che ha contributo a gestire una situazione difficile. È stato utile ed è stata una scelta poi copiata da tanti Paesi. Ma anche qui: se e quando abolirlo è scelta che spetta alla politica».
E quando la mascherina al chiuso non sarà più obbligatoria?
«È stato uno degli strumenti che ci ha consentito di mitigare una variante assai più contagiosa. Ha una sua efficacia, valuterei con particolare attenzione l’opportunità di far venire meno l’obbligo al chiuso. È necessario che i numeri creino le condizioni opportune. E in quel caso, nessuno sarà più felice di noi. Ma non dimentichiamo i vantaggi ottenuti dalle mascherine, anche in fatto di circolazione del virus influenzale straordinariamente più bassa».
Il virus sta progressivamente diventando endemico? E con quali tempistiche accadrà in maniera compiuta?
«Ritengo possa essere l’evoluzione più probabile. I tempi sono più difficili da prevedere, però».
Dobbiamo aspettarci altre varianti in grado di scombinare le carte in tavola e obbligarci a nuovi passi indietro?
«Ovviamente la speranza è che non ne emergano di più pericolose e contagiose. Ma non possiamo escluderlo con certezza assoluta, soprattutto perché ci sono Paesi con percentuali di vaccinazione decisamente bassa. Non a caso le varianti Delta e Omicron sono emerse proprio in quei contesti. È importante perseguire politiche che consentano di vaccinare più persone possibili in Paesi con risorse più limitate: più bassa è la percentuale di vaccinati nel mondo, più alta è la possibilità che sorgano varianti. D’altro canto, se in Italia siamo riusciti a contenere l’impatto di Omicron, è stato grazie alla percentuali di soggetti vaccinati. Ricordo che abbiamo tenuto aperto un Paese con una variante molto più contagiosa e abbiamo contenuto l’impatto sui servizi sanitari».
Come può essere ancora scalfita la quota di non vaccinati?
«Provo a dare tre messaggi. Il primo: ai non vaccinati la variante Omicron può fare molto male, nel loro caso non è un banale raffreddore. Il secondo: i vaccini si confermano connotati da grande sicurezza, non si pensi minimamente che i vaccini a Rna inducano chissà quali alterazioni genetiche. Il terzo: è un invito forte a volersi bene, chi non si vaccina rischia di essere inoltre ricoverato sovraccaricando i servizi sanitari e penalizzando perciò l’erogazione delle altre prestazioni».
Arriveremo a richiami vaccinali periodici, come accade per il virus antinfluenzale?
«Chi ha la dose booster è protetto quasi al 94%, ma ancora non sappiamo quanto dura la protezione completa. Non darei per scontata la quarta dose, ma non escluderei nemmeno che possa esserci questa necessità. È importante comunque procedere con la vaccinazione degli immunocompromessi: nel loro caso la quarta dose va intesa come il booster per chi ha una normale funzionalità del sistema immunitario. E bene ha fatto Aifa a esprimersi su questa possibilità, senza aspettare Ema».
Quali lezioni ci consegna questa pandemia, professore? Abbiamo sviluppato e consolidato un know-how per gestire emergenze di questo tipo?
«Già nella seconda ondata, a livello di conoscenze del virus eravamo più pronti e preparati. Ora sarà importante che resti la forte consapevolezza di quanto la “preparedness” sia fondamentale per un Paese evoluto come l’Italia».
Il sistema sanitario ora è chiamato a una doppia sfida: ripristinare il “normale” livello delle prestazioni extra-Covid; e strutturarsi in modo differente, più capillare sui territori, reattivo. Il Pnrr è una chance straordinaria.
«È una grande opportunità da non sprecare. Dobbiamo assolutamente sfruttarlo per porre rimedio alle fragilità emerse e per rendere più performante l’intero sistema: bisogna investire in ricerca, potenziare i sistemi che intercettano i segnali di allerta pandemici, lavorare sulla medicina territoriale, valorizzare il ruolo dei medici di medicina generale. Ma rivendico in modo chiaro la nostra capacità di reazione, decisamente migliore di quanto accaduto in altri Paesi: abbiamo la fortuna di godere di un sistema sanitario solidaristico, che ha mostrato notevole capacità di resilienza».

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