Le restrizioni da rispettare e il fattore tempo: così al Sud e in Puglia il contagio non esplode/Le mappe

Martedì 24 Marzo 2020 di Francesco G. GIOFFREDI

Prendete un post-it e segnatevi questo indice, all’apparenza misterioso: R0. Bastano una lettera e un numero per delimitare il campo dell’impari (o quasi) battaglia con la pandemia da coronavirus. R0 descrive il cosiddetto “tasso netto di riproduzione” del contagio. Non misura la mortalità del Covid19, ma ne rappresenta il principale stigma, la caratteristica che più di tutte ne identifica la pericolosità, al punto da aver suggerito (anzi: imposto) decreti e restrizioni: il tasso netto di riproduzione esprime il numero medio di persone che un soggetto positivo può infettare. Accorciare la forbice del R0 con il distanziamento sociale è la principale, o per ora unica, strategia che ha l’Italia per depotenziare e alla lunga disinnescare il contagio. Ed è la speranza a cui s’aggrappano soprattutto le regioni del Sud, ancora in tempo - forse - per non mandare in replica il copione di aumenti esponenziali, verticali, incontrollati andato viceversa in scena al Nord, e in particolare in Lombardia. Proprio i numeri alimentano un timido, timidissimo ottimismo: nessun modello matematico e previsionale può oggi stabilire quando si verificherà il picco, quanto s’impennerà e a che ritmo verrà raggiunto, tuttavia nelle regioni meridionali contagi e decessi crescono sì giorno dopo giorno, ma a una velocità costante, con incrementi stabili o persino ad altalena. Perché? Le prime, drastiche misure sul distanziamento sociale sono state applicate al Sud quando il contagio era agli inizi, permettendo così di privare il virus del principale fattore di trasmissione: il contatto umano. Prendete la Puglia, per esempio: la curva degli incrementi è progressiva, ma senza scostamenti significativi da un giorno all’altro. Oggi 99 casi in più, riavvolgendo il nastro dei giorni precedenti erano stati 120, 111, 94, 103, 95. Ancora più soft la curva dei decessi: sono 44 su 1.005 casi positivi, il 4,3% dei contagiati (in Italia il 9%) e gli incrementi quotidiani non seguono un valore esponenziale, ma un andamento per fortuna irregolare. L’obiettivo in Italia - in parte centrato per ora al Sud - è appiattire la curva, diluire gli incrementi su tempi più lunghi, aspettando l’atteso picco e la successiva fase di discesa. Nel Sud Italia però - dice Silvio Brusaferro, presidente Istituto superiore sanità - «si vedono ancora strade piene di gente e situazioni che non vediamo in altri contesti», un atteggiamento che «preoccupa» anche se ad oggi le regioni meridionali «mostrano dei dati dove la curva non sembra ancora impennarsi».
I numeri di contagi, ricoveri e decessi, l’inclinazione delle curve di crescita, il cruciale fattore tempo, il tasso netto di riproduzione: è tutto qui. Quando il contagio ha cominciato a espandersi in Cina, l’Oms ha fissato il tasso netto di riproduzione tra 1,4 e 2,5. Il ministero della Salute italiano lo ha attestato invece tra 2,8 e 3,2: in sostanza, un singolo soggetto positivo contagia in media altre tre persone. Giusto per avere il senso delle proporzioni: la “normale” influenza stagionale ha un tasso netto di riproduzione di 1,2. 

Le distanze sociali: la rilevazione. Ecco perciò il valore e la centralità delle misure di distanziamento sociale. C’è uno studio che ha testato il mutato approccio alla mobilità degli italiani dopo le restrizioni: si intitola “Covid-19 Mobility Monitoring project” ed è stato realizzato dalla fondazione Isi, dalla società statunitense Cuebiq e dall’Università di Torino. I movimenti di 170mila italiani sono stati tracciati attraverso la localizzazione degli smartphone: «I dati - spiega Michele Tizzoni, ricercatore Isi - sono completamente anonimi» e sono stati raccolti tramite il consenso degli utenti fornito ad alcune app. «I 170mila smartphone sono distribuiti in tutta Italia in modo uniforme», un campione tale da poter tracciare alcune mappe. La ricerca ha sondato i cambiamenti nei flussi di traffico, i cambiamenti nella distanza media percorsa e nella vicinanza spaziale degli utenti. «Sicuramente - riflette Tizzoni - la mobilità a medio e lungo raggio è diminuita moltissimo. Così come registriamo un calo notevole della distanza media percorsa in settimana: da 6,7 chilometri a meno di due, quasi ovunque». A seguito del blocco nazionale del 9 marzo, i flussi di mobilità tra le province sono diminuiti ovunque del 50% o più (è la seconda mappa qui in basso). Più disomogenea la terza mappa: «Mostra i potenziali incontri che un utente potrebbe avere in un’ora. La densità della “prossimità” è molto diminuita». Ma non ovunque: guardate la mappa (aggiornata al 14 marzo), la scala di blu è cangiante, più è intenso il colore e maggiore è la riduzione delle possibili interazioni. Tradotto: al Sud e in Puglia si può senz’altro fare di più, come ha ribadito Brusaferro. Se non altro per abbattere ulteriormente il numero di casi positivi ogni 10mila abitanti, soprattutto in provincia di Brindisi (2.57), Lecce (1.86), Foggia (3,6) e Bari (2,13). Nulla ovviamente di paragonabile a Bergamo (58,3) o Lodi (79,2).
Ecco perché siamo in tempo per alzare il muro. Anche perché, dopo due settimane, sembrerebbe neutralizzata la potenziale bomba piombata dal Nord: i ritorni in massa di studenti e lavoratori (oltre 16mila in Puglia, secondo la Regione). I probabili positivi “di ritorno” avrebbero potuto contagiare familiari e amici, così innescando imprevedibili catene.

Un aiuto (di tutti) alla sanità. Mantenere il rigoroso distanziamento sociale e stare a casa è inoltre un portentoso aiuto alla sanità. Appiattire la curva permette al sistema sanitario di non andare in tilt e di gestire il turn over dei posti letto: in sostanza, nessun effetto imbuto con troppi ricoveri, soprattutto in terapia intensiva, nello stesso lasso di tempo. Al momento sono 45 i pazienti pugliesi ricoverati in intensiva, il 4,5% del totale contagiati e perciò al di sotto della soglia teorica (10%) su cui si è tarata la Regione. La percentuale d’occupazione dei potenziali posti letto in terapia intensiva (306) è così del 14%. Inoltre: la corsa a ridurre il contagio del personale sanitario, troppo e troppo spesso infettato in queste settimane, contribuisce a contrarre il tasso netto di riproduzione (che per medici e infermieri è tendenzialmente molto più alto) e a non spolpare l’organico di medici e infermieri. Insomma: se stiamo a casa e rispettiamo le restrizioni, abbiamo più chance di non sovraccaricare il sistema sanitario. E di essere curati, tutti, meglio.

Ultimo aggiornamento: 26 Marzo, 16:42 © RIPRODUZIONE RISERVATA