Censis, il Mezzogiorno sempre più vecchio e spopolato. Aumentano i Neet

Il Censis conferma le tendenze pre pandemia: nel Mezzogiorno alto rischio di spopolamento

Censis, il Mezzogiorno sempre più vecchio e spopolato. Aumentano i Neet
Censis, il Mezzogiorno sempre più vecchio e spopolato. Aumentano i Neet
di Alessio PIGNATELLI
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Sabato 4 Dicembre 2021, 06:55 - Ultimo aggiornamento: 07:57

Un Sud sempre più vecchio, poche nuove nascite ma tanti Neet, ossia giovani che non sono inseriti nel mondo del lavoro e neanche in un circuito formativo. Decisamente a tinte fosche il focus sul Mezzogiorno che emerge dal quadro disegnato dal cinquantacinquesimo rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese. La pandemia ha acuito una tendenza che era già consolidata: la paura del futuro e la mancanza di occupazione stanno contribuendo a senilizzare il Meridione.

Il numero di nati sta pericolosamente scendendo anno dopo anno sotto la soglia dei 400mila in tutta Italia. La contrazione registrata dal 2015 è a doppia cifra ed entro il 2050 la quota degli ultra sessantacinquenni salirà fino al 34%: si avrà un aumento ancora più significativo nel Mezzogiorno che passerà dal 26,4% del 2030 al 35% del 2050. Il 55,3% degli italiani imputa la principale causa dell’inverno demografico alla difficoltà di trovare una occupazione stabile mentre il 38,4% sottolinea che le giovani donne che fanno figli sono penalizzate nella carriera professionale. Uno scenario che ricalca quanto già indicato dall’Istat che ha previsto, da qui al 2050, un calo degli abitanti del Mezzogiorno di 3,5 milioni.

Praticamente, numeri alla mano, è come immaginare tra trent’anni un Sud senza la Puglia. Uno spopolamento già cominciato nel 2007 quando si è rotto l’equilibrio demografico naturale tra nascite e morti e neppure l’arrivo degli emigrati riuscirà - nel medio/lungo termine - a compensare il calo della popolazione.

Il fenomeno dei Neet

A questa propensione, c’è da aggiungere un altro dato poco entusiasmante. I Neet, i giovani che non studiano e non lavorano, costituiscono una eclatante fragilità sociale del nostro Paese. Tra tutti gli Stati europei, l’Italia presenta il dato più elevato che negli anni continua a aumentare. Nel 2020 erano 2,7 milioni, pari al 29,3% del totale della classe di età 20-34 anni: +5,1% rispetto all’anno precedente. Nel Mezzogiorno sono il 42,5%, quasi il doppio dei coetanei che vivono nelle regioni del Centro (24,9%) o nel Nord (19,9%). È chiaro che divari e disequilibri già esistenti sono stati zavorrati dalla spinta del Covid. In questo contesto, il basso impegno nella formazione continua e il ritardo nell’adozione di efficaci politiche attive del lavoro rischiano di rappresentare una strozzatura per il perseguimento degli obiettivi di crescita previsti dal Pnrr. Le imprese italiane di minore dimensione accedono poco ai fondi per la formazione finanziata: lo fa solo il 6,2% delle Pmi contro il 64,1% delle aziende che contano più di mille dipendenti.

L’altra gamba su cui poggiare la realizzazione degli obiettivi del Pnrr è la possibilità di disporre di un sistema coerente di politiche attive del lavoro in grado di gestire il disallineamento tra domanda e offerta di lavoro, tenuto conto del mismatch tra competenze necessarie alle imprese e competenze disponibili. Infine, alcune curiosità che invitano alla riflessione. Il secondo anno di Covid ha fatto esplodere l’aspetto irrazionale. Il Censis lo fotografa così: per il 5,9% degli italiani (circa 3 milioni) il Covid non esiste, per il 10,9% il vaccino è inutile. E per finire: il 5,8% è convinto che la Terra è piatta, per il 10% l’uomo non è mai sbarcato sulla Luna, per il 19,9% il 5G è uno strumento sofisticato per controllare le persone.

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