Caro bollette e guerra: prezzi alti per il carrello della spesa in Puglia

Caro bollette e guerra: prezzi alti per il carrello della spesa in Puglia
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Martedì 5 Aprile 2022, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 16:14

Un giorno qualsiasi al supermercato può trasformarsi in una vera e propria mazzata. E, si badi bene, non certo con un carrello della spesa da chef stellato ma semplicemente per la preparazione di un menù tradizionale delle tavole pugliesi. E allora acquistare gli ingredienti per un piatto di orecchiette con le rape, un secondo a base di prodotti caseari o carne con un contorno di verdure, il sempre presente burro e, per concludere, un po’ di frutta, può diventare un salasso per le famiglie.

Qualche esempio: le rape hanno avuto un’impennata del 257%, il burro del 134% e le verze del 400%. Se ci si volesse addolcire il palato con un gelato, anche qui cattive sorprese: più 6,2%. Caro bollette e guerra in Ucraina hanno determinato una spirale impazzita che si riflette sui prodotti di quella che è considerata una cucina povera. È la gastronomia locale a subire i rialzi ed è probabilmente la notizia peggiore per il cittadino comune.

Le analisi

Le ultime analisi di Coldiretti presentano un conto salatissimo: crescono i prezzi dei beni alimentari al consumo con punte del 525% per il cavolo cappuccio, del 400% per la verza, del 257% per le rape, del 150% per i broccoli e del 100% per i carciofi. Sulle rilevazioni Istat relative allo scorso mese, schizza anche l’olio di semi (+23,3%) e, concentrandosi sul capoluogo regionale, il prezzo della passata di pomodoro è cresciuto del 42%, del 5% per le mozzarelle fior di latte, del 21% delle insalate in busta, dell’8% del latte scremato e del 90% per il latte scremato ad alta digeribilità, della pasta del 27%.

Un grido d’allarme al quale si aggiunge quello del comparto carne: «Abbiamo retto sino ad ora, ma non possiamo andare oltre. Come molte altre categorie siamo costretti ad aumentare il prezzo dei nostri prodotti» ha spiegato di recente Egidio Andriani, presidente di Federmacellai-CasaImpresa Taranto. Spiegando, inoltre, i motivi che hanno causato questa crescita vertiginosa: «Cresce il costo delle materie prime, come quello di energia elettrica, gas e carburante. Vanno menzionati inoltre altri fattori che, in una congiuntura non certo favorevole, influiscono sul risultato finale, e dunque: da un lato, la viaria che ha interessato negli scorsi mesi di gennaio e febbraio gli allevamenti di pollame del Nord Italia, e che richiede ancora un paio di mesi per il ritorno alla normalità, e dall’altro la guerra in Ucraina, importante produttore ed esportatore di mangimi. Tutto questo determina per noi macellai un peso maggiore da sostenere per continuare a tenere aperti i nostri esercizi commerciali. Oggi non possiamo più permetterci di mantenere i prezzi del passato e intanto coprire le spese fisse e variabili, comunque in crescita. Abbiamo alti standard qualitativi e di igiene, sui quali siamo pronti a garantire in ogni momento in un tacito accordo di fiducia reciproca col nostro cliente, come solo il negozio di vicinato può fare. Non sacrificheremo certamente la sicurezza alimentare in questo momento non semplicissimo, e senza dubbio provvederemo ad abbassare nuovamente i prezzi nel momento in cui ci saranno le condizioni per farlo».

Filiera colpita

Ma non è tutto qui. È l’intera filiera a essere interessata da questo corto circuito. Secondo uno studio del Crea (il principale ente di ricerca italiano dedicato alle filiere agroalimentari appartenente al Mipaaf) a essere più penalizzati, con i maggiori incrementi percentuali dei costi correnti (tra il 65% e il 70%), sono i seminativi, la cerealicoltura e l’ortofloricoltura per l’effetto congiunto dell’aumento dei costi energetici e dei fertilizzanti, seguiti dai bovini da latte (+57%). Più contenuti, invece, i rincari per le colture arboree agrarie e per la zootecnia estensiva. Si registrano aumenti dei costi che vanno dal +170% dei concimi al +90% dei mangimi al +129% per il gasolio con incrementi dei costi correnti di oltre 15.700 euro in media ma con punte oltre 47mila euro per le stalle da latte e picchi fino a 99mila euro per gli allevamenti di polli. Uno spettro per i bilanci delle famiglie, in primis per gli oltre 200mila pugliesi che si trovano in condizioni di povertà assoluta.

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