Autonomia differenziata, il primo scoglio per l'unità del centrodestra: ecco cosa ne pensano i partiti

Autonomia differenziata, il primo scoglio per l'unità del centrodestra: ecco cosa ne pensano i partiti
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Giovedì 29 Settembre 2022, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 13:57

La schiacciante supremazia di Fratelli d’Italia decretata dal voto delle Politiche di domenica scorsa potrebbe mandare in soffitta o finire per edulcorare profondamente l’autonomia differenziata tanto cara alla Lega. Quella che l’economista pugliese Gianfranco Viesti ha definito “la secessione dei ricchi”, infatti, per Matteo Salvini e i suoi colonnelli avrebbe dovuto essere portata in approvazione nel corso del primo Consiglio dei ministri del nuovo esecutivo. Ma i numeri cristallizzati dalle elezioni hanno ridefinito gli equilibri di forza nel centrodestra, a vantaggio di un partito, Fratelli d’Italia, che del centralismo e dell’unità nazionale ha fatto la sua griffe politica. 

La storia della riforma

Quadro e destino mutevoli, dunque, per una delle riforme più discusse in tema di federalismo, legata all’attuazione piena del Titolo V della Costituzione e avallata a giorni alterni da tutti i partiti dell’arco costituzionale, pur con declinazioni diverse. Il tema, bandiera identitaria della Lega, è salito agli onori delle cronache nel 2018 con il Governo Gentiloni, che siglò delle pre-intese con Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna quattro giorni prima del voto delle Politiche del 4 marzo. Poi, con il Conte I, il Movimento Cinque Stelle sottoscrisse il punto relativo all’autonomia nel contratto di governo con la Lega e, con il Conte II, il progetto di riforma andò avanti con il bene placito anche di Pd e Leu. Il Governo Draghi, infine, lo ha inserito nel Def, ovvero il Documento di Economia e Finanza, predisponendo con il ministero per gli Affari regionali retto da Maria Stella Gelmini (Terzo polo) una bozza di legge quadro sottoposta poi all’esame della commissione bicamerale. 

Cosa prevede l'autonomia

Cosa prevede l’autonomia differenziata? Semplificando, prevede che le Regioni che la ottengono possano, d’intesa con il Governo, avocare a sé alcune funzioni (sanità, istruzione, energia, ambiente, politiche europee fra le altre) trattenendo le tasse pagate dai cittadini sui propri territori di riferimento. Le Regioni del Mezzogiorno si sono opposte a quel disegno di legge, ritenendolo la vanga con la quale si sarebbe finito per marginalizzare ulteriormente il Sud, scavando una voragine là dove già esistono profondi gap territoriali. Un esempio su tutti. Un bambino emiliano “vale”, per lo Stato, quanto sei bambini pugliesi perché ogni anno il riparto dei fondi statali consente alle Regioni Emilia Romagna e Puglia di investire, rispettivamente, 1.724 euro e 284 euro su ciascun minore. Un tema fortemente divisivo, dunque, che ora - giocoforza - dovrà essere affrontato. 

Le posizioni nel centrodestra

Già restando alla Puglia, le posizioni del centrodestra sono diversissime. Se il parlamentare rieletto e coordinatore regionale di Forza Italia, Mauro D’Attis, si era detto pronto «a fare le barricate» contro il ddl Gelmini, perché «davanti a simili questioni non esistono bandiere di partito, ma solo la bandiera del Sud», l’alleato della Lega, il coordinatore regionale e senatore, anch’egli rieletto, Roberto Marti ha indicato l’autonomia come unica strada percorribile per liberare i territori del Sud dalla mala gestio di amministratori «incapaci di spendere le risorse a loro disposizione». Fratelli d’Italia, dal canto suo, con il numero uno regionale Marcello Gemmato, ha sottolineato con decisione che «ci sono ambiti nei quali l’uniformità di servizi e opportunità va garantita ovunque». 
Per il partito di Giorgia Meloni la priorità è il presidenzialismo, «capace di garantire la stabilità di governo, unica riforma economica davvero decisiva per il futuro dell’Italia» si legge nel programma elettorale firmato da Fratelli d’Italia. Un programma nel quale la parola autonomia – alla quale la Lega dedica pagina 5, 6 e 63 della sua proposta agli elettori - ricorre una sola volta, in un paragrafo di appena sei righe: «Attuazione virtuosa di federalismo fiscale e autonomie – scrivono da FdI - con completa definizione dei livelli essenziali delle prestazioni e corretto funzionamento del fondo di perequazione, per assicurare coesione e unità nazionale». Perché l’obiettivo che le Regioni del Nord e la Lega avrebbero voluto raggiungere era quello di incassare l’autonomia prima che venissero stabiliti i Livelli essenziali delle prestazioni, in base ai quali il riparto delle risorse statali rispetterebbe il principio di dare di più a chi ha meno, archiviando per sempre la suddivisione fatta fino a oggi in base al criterio della spesa storica. Un criterio servito a finanziare le regioni ricche molto più di quelle meridionali, povere e arretrate. 

Gli scenari

Così, se il Pd del governatore dell’Emilia Romagna e aspirante segretario, Stefano Bonaccini - che ha chiesto l’autonomia - dovrà chiarire su quali binari intenda incardinare, dai banchi della minoranza, una proposta politica rispettosa dei principi di coesione sociale, quello dell’autonomia differenziata sarà il primo terreno sul quale si potrà misurare la compattezza dell’alleanza uscita vittoriosa dalle Politiche. Il centrodestra dovrà dire come intenda coniugare la prioritaria riforma in senso presidenziale dell’architettura dello Stato, anelata da Fratelli d’Italia, con le spinte autonomiste della Lega, ammaccata dal voto e desiderosa di recuperare terreno al Nord come al Sud.

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