Le difficoltà dell'automotive, il Pnrr come speranza per il rilancio

Domenica 30 Gennaio 2022 di Pierpaolo SPADA

Automotive al bivio tra la mancata transizione ecologica e il passaggio dall’era Covid a quella post-pandemica scandito da spinte inflazionistiche mai viste prima del 2008. Anche in Puglia i contraccolpi cominciano a scuotere i sistemi territoriali, come dimostra il caso Bosch, sebbene le avvisaglie risalgano ad almeno due anni fa. 

LA CRISI
I sindacati premono ma anche le ditte contoterziste - che per i big brand operano - vorrebbero urlare la propria contrarietà alle politiche aziendali che stanno invertendo anche le loro performance. Nell’automotive made in Puglia sta avvenendo ciò che circa dieci anni fa è avvenuto nel settore moda, prima della svolta impressa con la riconversione delle produzioni dalla medio-bassa qualità al lusso. I 700 esuberi (in 5 anni) dichiarati da Bosch sui 1700 dipendenti scaturiscono dalla mancata riconversione della produzioni di motori - da diesel a elettrico - che il gruppo dice di voler attuare, non senza, però, l’aiuto dello Stato: l’invito fu avanzato nel 2019. E ora che c’è il Pnrr, qual migliore occasione per rilanciarlo? L’automotive si compone in Puglia di circa 80 aziende (2% del totale nazionale) che danno lavoro a circa 6mila addetti (elaborazioni Arti su base Istat): due dati che riflettono una quota pari, rispettivamente, al 2% di quella nazionale (fonte-Cerved Know), inferiore 4 punti rispetto a quella che, invece, esprime il fatturato totale (6% di quello italiano). Ma, a conti fatti, non più di 10 sono gli stabilimenti che alimentano il maggior flusso di attività e, dunque, occupati, anche all’esterno, nell’indotto. E su questi l’impatto della pandemia tra il 2020 e il 2021 ha generato perdite complessive per 658 milioni di euro. Con Bosch, anche Marelli holding - che nel 2019 si è fusa con la giapponese Calsonic - nei giorni scorsi ha dichiarato 550 esuberi (tra quadri e impiegati) sui 7.900 dipendenti in Italia entro giugno nell’ambito di una riorganizzazione che prevede investimenti per 77 milioni di euro e 1500 licenziamenti sui 58mila dipendenti distribuiti tra le 170 sedi dislocate nel mondo, compresa quella di Bari. 

I SINDACATI
FiomCgil, presente nel capoluogo pugliese qualche giorno fa per presentare la campagna “Safety Car”, sostiene che manchi una visione di futuro e che i grandi gruppi dell’automotive siano privi di piani industriali capaci di guardare e anticipare il futuro: «Se in Europa Paesi come Francia e Germania stanno mettendo a valore le loro intelligenze del mondo del lavoro per indirizzare le scelte e spingere la propria capacità di essere competitivi, in Italia questo non accade – ha affermato il segretario nazionale, Michele Palma -, e in assenza di strategie si arreca un danno al sistema che rischia in ultimo di ricadere sui lavoratori». Fiom punta il dito anche contro Cnh Industrial che, però, nel Salento, dove è attiva con il più importante stabilimento del segmento construction in Italia, ha fatto del 2021 praticamente il suo anno migliore (5.124 macchine prodotte). E se non fosse stata per la carenza di materie prime (acciaio e semiconduttori) avrebbe fatto anche meglio. E lo sguardo futuro non sembra del tutto assente, come dimostra, in ultimo, l’acquisizione da parte del gruppo di una quota minoritaria della strat up americana Monarch Tractor che produce trattori elettrici. A novembre la multinazionale del gruppo Exor ha siglato un accordo pluriennale esclusivo con la casa californiana per produrre mezzi attraverso il quale dichiara di voler ampliare i programmi di ricerca di sistemi di propulsione alternativi per la decarbonizzazione dell’agricoltura e migliorare le proprie competenze nel campo dell’elettrificazione. Al di là di quelli diffusi e legati alla carenza di materie prime, non provengono momentaneamente segnali di difficoltà nemmeno da Lasim, unico vero polo di riferimento dell’automotive nel Salento, con circa tre stabilimenti e 300 dipendenti che operano su commesse delle più importanti case automobilistiche del mondo. Differente, invece, il discorso per quanto riguarda Alcar Industrie, la prima fabbrica tutta salentina del construction. Qui gli esuberi dichiarati a dicembre sono 190 e non per cause strettamente connesse alla transizione ecologica, bensì alla lunga fase di crisi che interessa l’azienda dal 2014. Vi si producono componenti per le macchine movimento terra. La bergamasca Ovv spa ha Alcar all’asta a luglio e ora sta cercando, non senza difficoltà, di chiudere l’accordo sindacale che le consentirebbe di definire l’acquisizione: 383 sono gli dipendenti distribuiti tra gli stabilimenti di Lecce (258) e Vaie (135), ma solo 193 di questi saranno assunti da Ovv, a meno che quest’ultima respinga la richiesta di proroga delle trattative avanzata dai sindacati e metta in discussione l’investimento.

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