L'autocertificazione che aiuta i “furbetti” del Reddito di cittadinanza. Marrazzo (Caf Cisl): «È la falla del sistema»

L'autocertificazione che aiuta i “furbetti” del Reddito di cittadinanza. Marrazzo (Caf Cisl): «È la falla del sistema»
di Alessio PIGNATELLI
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Venerdì 5 Novembre 2021, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 15:15

«È banalmente e semplicemente un problema di controlli. Sono fatti ex post, ossia dopo che la domanda è stata presentata e il reddito è stato recepito. È ovvio che il baco del sistema è questo: tutto è basato sull’autocertificazione. Il richiedente va al Caf avendo compilato un’attestazione per richiedere l’Isee. Inps può rilasciare parere conforme o difforme ma comunque sui redditi dichiarati. Se parliamo di gente che evade, nessuno può scoprirlo ex ante. E aggiungo: una volta che viene erogato il reddito, diventa complicato tornare in possesso dei soldi».

La questione del reddito di cittadinanza, le storture e i meandri delle procedure sono pane quotidiano per Antonio Marrazzo, responsabile regionale Caf Cisl. Le sue parole sintetizzano concretamente dove s’inceppa il meccanismo.

Come funziona

Partiamo allora dalla base. Come si presenta la domanda? Funziona così: può essere inviata telematicamente, ci si può rivolgere nei vari centri d’assistenza fiscale o, dopo il quinto giorno di ciascun mese, si può andare presso gli uffici postali. Occorre allegare l’Isee (Indicatore della Situazione Economica Equivalente e successivamente l’Inps contatta l’utente via email o sms verso la fine del mese successivo a quello della presentazione della domanda, per comunicare se la richiesta è stata accolta. Dopo qualche giorno, Poste Italiane consegna la carta prepagata, carica dell’importo del beneficio spettante. Entro 30 giorni dalla conferma, i componenti del nucleo devono rendere la DID - Dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro rivolgendosi al nostro patronato Inas o ai centri per l’impiego.

E qui si apre un’altra falla. Ma andiamo per gradi. «Il sistema si basa su quanto dichiara l’utente - spiega Marrazzo - lo stesso discorso vale per il casellario giudiziario. Se chi ha l’obbligo di dimora esce e viene da me, può autocertificare di essere un libero cittadino. Poi arrivano le maxi operazioni che sono giuste, per carità. Ma si cerca di chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati». Ancora oggi manca il collegamento tra Inps e ministero di Grazia e Giustizia, come anche con i Comuni, con Aci. Insomma ad oggi l’Inps non è in grado di fare i controlli che la legge prevede. Quindi succede che l’Inps eroga e si riserva di fare i controlli successivi mentre Guardia di Finanza e Carabinieri svolgono una serie di controlli amministrativi, in mancanza dei controlli che avrebbe potuto fare preventivamente l’Istituto.

Il governo sta cercando di riallineare i binari. Con la legge di bilancio, si rafforzeranno i controlli preventivi, con l’incrocio delle banche dati anche anagrafiche e sui patrimoni all’estero, si renderanno più stringenti le sanzioni e si introdurranno nuove fattispecie di reato che comportano la decadenza dal beneficio. Si stabilirà inoltre il principio che alla seconda offerta di lavoro rifiutata, si perde il diritto alla percezione del reddito.

«Sono soluzioni logiche - osserva Marrazzo - bisogna mettere in sinergia le banche dati delle anagrafi dei comuni, per esempio: già così si può scremare un controllo a monte e si può fare almeno una prima verifica. Il governo sta andando in quella direzione ma intanto per due anni sono stati erogati benefici a tanta gente che non ne avrebbe avuto diritto a discapito di chi invece ne ha bisogno veramente». Questo anche perché il Rdc «è poco attento alla numerosità del nucleo famigliare - aggiunge il responsabile Caf Puglia Cisl - ci sono stati casi di un singolo componente che è arrivato a prendere di più rispetto a un nucleo con più persone. Modellare maggiormente la misura nell’ottica della numerosità sicuramente può essere più equo dal punto di vista sociale. Abbiamo ricevuto lamentele e sono stati penalizzati paradossalmente utenti che avevano più bisogno».

Le politiche attive del lavoro

C’è, infine, il grande problema dell’incrocio con il lavoro attivo. Cioè manca quel passaggio immaginato inizialmente: chi è in difficoltà riceve il sussidio ma poi entra, dopo un percorso formativo, nel circuito lavorativo. «Il problema di questa misura forse è stato proprio quello di mischiare il supporto alle persone indigenti con le politiche attive del lavoro - conclude Marrazzo - Non ha funzionato. Vuoi per la pandemia che ha creato ulteriori ostacoli, vuoi per le difficoltà degli uffici di collocamento ma non è mai decollato. Per la mia esperienza, non sono partiti i corsi di formazione per le nuove competenze e tutti gli aspetti delle politiche attive sono rimasti fermi. Insomma, il Rdc è rimasto più una misura di aiuto alla povertà nel migliore dei casi che di ricerca attiva del lavoro».

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