Sardine, torna il reducismo sessantottino e la piazza è più Anpi che Greta

Domenica 15 Dicembre 2019 di Mario Ajello

Metà giovani e metà no. Anzi all'inizio sembrava quasi una manifestazione dello Spi, il sindacato dei pensionati Cgil, questa piazza delle Sardine a San Giovanni. Poi arrivano i ragazzi, la piazza si riempie e, come dicono loro, prende la forma della «Costituzione e dell'anti-fascismo». Sul palcoscenico nazionale per eccellenza, qui a Roma, le Sardine hanno scelto di definire finalmente la loro identità e più che sull'innovazione si va sul classico. Perfino nella vendita dei gadget - spopola la maglietta Ora e sempre Resistenza - e nella scelta della star. È Carla Nespoli - presidentessa dell'Anpi, prima e più applaudita oratrice, nata nel 43 e dunque non combatté lassù in montagna - che cita Gramsci e delinea la fisionomia del tutto: «Dobbiamo liberare ogni giorno questo Paese. Voi, cari ragazzi, siete i partigiani e i partigiani sono con voi».

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E pensare che ci si aspettava di trovare una sorta di popolo di Greta, fresco e strano nella sua carica generazionale e molto variegato. Invece questa nuova piazza non è molto dissimile dalle solite piazze. E viene da chiedersi se sarà in grado di rinnovare il Pd (difficile) o di sostituirlo (improbabile, pur essendo i dem messi male). Così, anche in presenza di questa novità, la sinistra rischia di restare quella che è. Ma almeno non c'è il solito vippismo radical chic, a parte lo scrittore Erri De Luca categoria cattivo maestro e poco altro, e la mostrificazione del nemico, come ai tempi di Berlusconi, non viene mutuata su Salvini e Meloni con la stessa violenza. Anche se quando inneggiano alla Nuova Resistenza lo fanno contro Matteo e Giorgia e dunque i fascisti di oggi sarebbero loro. Mentre La storia siamo noi, e risuona questa canzone di De Gregori, insieme a Gaber e la libertà non è star sopra un albero.... Un po' sembra un viaggio a ritroso nel tempo. Ma del resto l'Italia è un Paese di anziani, e i giovani non affollano granché neppure i comizi di Salvini.
 



PUNGOLO
Non è comunque una piazza allegra. Non è facile il compito politico che è capitato in sorte a questo movimento. Che si sente molto responsabilizzato, anche se non lo dà troppo a vedere. «Vogliamo essere il pungolo della sinistra», dicono tutti. E se questa folla di Sardine si gode il piacere di incontrarsi, aleggia però su di loro un senso d'inquietudine da che cosa siamo e dove vogliamo andare. Perché non basta, anche se lo fanno tutti, cantare Bella Ciao; o aggrapparsi al mito della Costituzione; o farsi i selfie (pochi, l'anti-salvinismo è anche in questo) con la Nespoli; o farsi forte del complesso dei migliori. C'è Stefano, liceale del Mamiani, con nonna sessantottina al seguito che lo stressa («Guarda c'è Paolo Flores D'Arcais, te lo presento, eravamo trotzkisti insieme») che ha in tasca una raccolta di poesie di Cesare Pavese e la dote dell'ironia: «Sono un giovane vecchio». Ci sono Daria e le amiche che conoscono a memoria le canzoni di Fabrizio De André e quando un tizio canuto si pavoneggia da reduce del 77 si guardano e si chiedono vicendevolmente: «Ma chi è questo attrezzo?». Più di Greta, Carola è nel cuore di tutti e dal palco la sua collaboratrice di Open Arms eccita la platea ricordando «tutto il male e tutte le cattiverie che sono state fatte alla Capitana Rakete». Da Capitan Matteo, come è ovvio.
 
 


MICHELE CHI
Chi come Michele Santoro fiutando nelle Sardine «aria di rivolta» crede di aizzarle, dicendo che «Salvini e Meloni, quando parlano dell'identità, non sono tanto differenti da Hitler e dalla sua definizione di cittadinanza», andrebbe preso a pernacchie. Ma in quella direzione le pernacchie non volano. A riprova che sono troppo gentili questi ragazzi.

Non è una manifestazione potente e neppure troppo combat. Il jovanottismo è un tratto identitario (Una sola grande chiesa da Che Guevara a Madre Teresa). Del premier Conte, che li vezzeggia, le Sardine se ne infischiano. Dei grillini dicono: «Ma ancora campano?». Mattia però, che tra i liderini è il più politico, sotto il palco si fa sfuggire: «Se mai qualcuno dovesse offrirci una candidatura, valuteremo». Sembra mancare a questi ragazzi, purtroppo per loro, la spensieratezza generazionale. Semmai, almeno i più consapevoli, paiono dominati da un cruccio che li costringe ad essere adulti: come si rivitalizza una sinistra schiantata, che non riesce a governare, non sa che cosa essere e rischia di perdere dappertutto, come è appena accaduto in Inghilterra e potrebbe succedere a gennaio in Emilia Romagna?

Le Sardine per ora più che idee hanno valori (non odiare) ma sempre meglio dei loro genitori e nonni che, per dirla alla Ennio Flaiano negli anni 70 «si battono per l'Idea, non avendone». Questi giovani (e no) si sentono una massa critica allargata ma sono pur sempre espressione per lo più del cosiddetto ceto medio riflessivo e di famiglie acculturate, della borghesia benpensante e non della periferia, della sinistra ztl e non della provincia sovranista. Una realtà lontanissima dagli operai e dalle classi più umili, le cui priorità sono assai più materiali e basiche.

RAGAZZI D'ORDINE
Rispetto ai sovranisti e ai populisti alla Salvini o modello cinque stelle, «ingegneri del caos» per usare la formula di Giuliano da Empoli, questi sono ragazzi d'ordine. Fin troppo. Fino a sconfinare nel mainstream che dovrebbe essere invece il loro obiettivo critico per crescere davvero e rendersi autonomi riguardo all'impronta familiare e al carattere nazionale.
 

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