Salvini, i timori nascosti del leader: «I pm vogliono farmi fuori»

Domenica 22 Dicembre 2019 di Mario Ajello

Potrebbe intervenire il Fattore Denis. Ovvero, Verdini. E' il pontiere tra i due Mattei, è un garantista doc, anche per questioni personali, e se riuscisse a convincere - questa la speranza che serpeggia nel congresso leghista di Milano - Renzi a non infierire su Salvini nel voto per la vicenda Gregoretti, il cosiddetto Capitano riuscirà a sottrarsi all'autorizzazione a procedere nella conta in Senato del 20 gennaio. Salvini ostenta tranquillità ma è inquieto. E se Renzi fa scattare il Salva-Salvini, in nome del garantismo e della divisione dei poteri modello Montesquieu, citato dal leader di Italia Viva l'altro giorno nel discorso in Senato e citato ieri dall'altro Matteo, cambia tutta la storia e forse anche il destino della legislatura.

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BASTONE E CAROTA
I renziani ribadiscono: «Dobbiamo prima leggere le carte». E Renzi un po' apre e un po' no. Tiene Salvini sulle spine e lo fa così: «Noi siamo sempre garantisti. Ma Salvini non dobbiamo giudicarlo noi: dobbiamo solo decidere se ricorrono le condizioni per procedere sull'eventuale reato del ministro. L'autorizzazione a procedere non ha niente a che vedere con il garantismo. Il nostro giudizio politico e umano nei confronti di Salvini è netto: ha sbagliato lui e con lui ha sbagliato tutto il suo Governo che lo ha vergognosamente sostenuto e coperto». E ancora: «Processualmente - aggiunge l'ex premier - abbiamo già votato in passato a favore dell'autorizzazione e non credo che la vicenda sia molto diversa. Tuttavia, correttezza vuole che prima si leggano le carte, poi si comunichi la decisione: tutti i politici dovrebbero imparare a fare così, attenendosi al merito e non fermandosi agli slogan. Certo noi non cambiamo idea sulla base dell'interesse politico: giudichiamo i fatti». Ecco, Renzi non si sbilancia, chissà davvero se Verdini - ma le speranze leghiste rischiano di essere una boutade - s'impegnerà nella vicenda e con quali esiti e comunque i numeri nella Giunta che deciderà sono molto sul filo. E il fronte pro-Salvini può avvalersi di un voto in più, perché la Lega ha acquisito Urraro dai 5 stelle e gli anti-salviniani (in quel fronte c'è anche lavvocato Giarrusso molto prudente: «Leggiamo le carte e vedremo») si sono indeboliti. Quindi? «Un attacco alla sovranità dell'Italia», «non vedo l'ora di portare milioni di italiani al mio fianco in tribunale ma bisogna trovare un luogo adatto ad accoglierli tutti» e cose così va dicendo Salvini. «La verità - confida ai suoi - è che noi stiamo crescendo sempre di più, Conte e il suo governo di traditori sono alla frutta e l'unico modo per farci fuori è quello solito: la via giudiziaria».

NUBI 2020
Sul leader leghista, per il 2020, s'addensano del resto molte tegole giudiziarie. Dei 49 milioni dei rimborsi spariti alla Lega Nord, su cui i magistrati di Genova tengono ancora l'occhio puntato, Salvini si è liberato - o almeno così spera - con il congresso di ieri. Mentre la spada di Damocle del caso Metropol è tutt'altro che riposta. Un piccolo particolare, ma di enorme importanza, è quello sintetizzabile così: la Cassazione ha respinto il ricorso di Savoini, e dunque i pm di Milano possono vagliare tutti i contenuti del telefono cellulare e delle mail dell'amico filo-russo di Salvini, sperando di trovarci dentro dati che possano inchiodare il capo leghista sulla storia dei rubli o meglio dei dollari che secondo l'accusa sarebbero finiti al Carroccio o almeno ci sarebbe stata una trattativa per farceli andare. Non una preoccupazione da poco per Salvini. L'aggressione giudiziaria, il fiato del collo delle Procure, da Milano a Catania, rappresentano un fattore di debolezza - ma magari anche una risorsa: l'uso politico delle inchieste può aiutare elettoralmente le sue vittime - che Salvini prova a esorcizzare così: «Se qualcuno pensa di impaurirmi con la minaccia dell'arresto, si sbaglia di grosso». E tuttavia, più dei 15 anni di carcere per sequestro di persona che rischia nell'affaire Gregoretti, l'ex ministro ha un incubo chiamato legge Severino. Per lui, un'eventuale condanna in primo grado non vorrebbe dire essere incandidabile ma prevederebbe la sospensione in caso di elezione. E' ciò che teme di più, potrebbe essere la fine di una carriera politica. «Ma io - non fa che ripetere Salvini - ho il popolo con me». Peccato che non basti, in un 2020 che s'annuncia per lui a dir poco turbolento nell'intreccio o nel cortocircuito politico-giudiziario.

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