Ristoranti aperti a cena: No del Cts, ultima parola al governo

Ristoranti aperti a cena: No del Cts, ultima parola al governo
Ristoranti aperti a cena: No del Cts, ultima parola al governo
di Claudia Guasco
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Sabato 6 Febbraio 2021, 07:20 - Ultimo aggiornamento: 12:50

I locali sul litorale romano registrano già il tutto esaurito. Sembra la prova generale per la riapertura a cena, brivido che gli italiani non provano dal 25 ottobre. Adesso che la mappa nazionale tende al giallo, le categorie ci sperano e le Regioni premono: i vertici lombardi hanno inviato una lettera al governo chiedendo che i ristoranti (e le attività assimilabili) possano restare aperti fino alle dieci di sera. Il Comitato tecnico scientifico però frena. E dirama una nota: «Non c'è alcun via libera alla riapertura della ristorazione nelle zone e negli orari che attualmente ne prevedono la chiusura».

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Il verbale 


Il 26 gennaio gli esperti del Comitato hanno esaminato il documento del Mise che proponeva l'adozione di misure finalizzate «a favorire la ripresa delle attività nel settore dei pubblici esercizi, in particolare bar e ristoranti». Ma non hanno dato alcun parere favorevole. Anzi, «nel verbale della riunione sono indicate alcune considerazioni sul rafforzamento delle misure restrittive adeguandole alle caratteristiche strutturali dei locali e alla tipologia del servizio reso». Una posizione che affievolisce le aspettative della categoria di poter tenere i ristoranti aperti a cena in zona gialla e a pranzo in zona arancione, nei locali che possono servire i clienti ai tavoli distanziati. Il Cts è tetragono: «Una rimodulazione dei pacchetti di misure potrebbe modificare l'efficacia nella mitigazione del rischio», scrive. La pandemia «evidenzia ancora un rischio moderato/alto con un elevato impatto sui servizi assistenziali nella maggior parte delle Regioni» e il comparto della ristorazione «presenta alcune criticità connesse all'ovvio mancato uso» delle mascherine, con «potenziale aumento del rischio in presenza di soggetti asintomatici». Perciò, quanto alla «previsione di rimodulazione delle misure previste nelle diverse fasce di rischio, si rimanda alle valutazioni del decisore politico».

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Attività in ginocchio 


È un duro colpo per un settore che ha chiuso il 2020 con 37,7 miliardi di euro di perdite e il 40% del fatturato andato in fumo, con 50-60 mila attività che non ripartiranno più. «Se la politica accettasse la proposta di restare aperti a cena, avanzata da noi con altre associazioni, sarebbe un segnale incoraggiante», afferma Claudio Pica, presidente della Fiepet Confesercenti di Roma. «La categoria potrebbe essere aiutata a ripartire, visto che dal 26 ottobre si è sacrificata per il bene comune. Soprattutto solleveremmo tante aziende da un sicuro fallimento, potremmo reintegrare i dipendenti in cassa integrazione e far arrivare alle famiglie dei nostri dipendenti più soldi. Con 720 euro al mese in Italia non si vive». Il vice ministro uscente Pierpaolo Sileri fa parte della corrente possibilista: «Lo sostengo da molti mesi, credo che i ristoranti possano essere riaperti, in zona gialla, in sicurezza e con controlli rigidi fino alle 22». Sicuramente, aggiunge, «per queste aree credo che l'indirizzo sarà quello di tenere aperti i locali la sera». È una «necessità» per ristoranti, pizzerie e agriturismi «duramente provati», rileva Coldiretti. Permette di salvare l'80% del fatturato e darebbe sollievo a interi settori dell'agroalimentare italiano con vino e cibi invenduti per un valore stimato in 9,6 miliardi nel 2020. Ora la questione è sul tavolo del governo. L'ultimo Dpcm scadrà il 5 marzo, tutto dipende se la decisione rientrerà tra gli affari correnti e verrà gestita dal governo in carica per l'ordinaria amministrazione. In caso contrario, se ne riparlerà dopo l'insediamento del nuovo esecutivo.

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